Milano. Il mondo dei call center «Risparmi a tutti i costi»

12/05/2004
      Lombardia
          mercoledì 12 maggio 2003

          La situazione in Lombardia dopo il caso dell’azienda di Bergamo che utilizzava minori

      Il mondo dei call center «Risparmi a tutti i costi e un esercito di precari»
      I sindacati lanciano l’allarme: tante le irregolarità

      MILANO – Servizi offerti al telefono. Informazioni, assistenza, vendita di prodotti. Dalle compagnie aeree alle autostrade, dalle società di telecomunicazioni ai cinema multisala. Rappresentano la ciliegina sulla torta per moltissime aziende. Un quid in più che giustifica il proliferare dei numeri verdi e la nascita di imprese che lavorano in subappalto. Un’espansione costante. Con postazioni, vale a dire telefoni collegati al computer, passate dalle 1.500 nel ’94 alle 75 mila nel 2002. Oggi le aziende attive in Italia sono 1.400 e le persone impiegate 200 mila. Le stime, però, parlano di un ulteriore incremento: fino a 240 mila operatori nel 2006. L’offerta, quindi, non manca. E la disponibilità di lavoratori pure. Ma non è tutto rose e fiori. Dopo l’episodio del call center di Bergamo finito nel mirino della Procura per aver utilizzato lavoro minorile e violato lo Statuto dei lavoratori, i sindacati lanciano l’allarme: «I call center offrono il fianco a molte irregolarità – spiega Pietro Albergoni, della Cgil lombarda -, le segnalazioni riguardano soprattutto situazioni di precarietà e retribuzioni basse».
      Realtà diffuse, assicurano i sindacalisti, ma il «bubbone scoppia solo in circostanze limite, come nel caso di mancato pagamento dello stipendio». Per la maggior parte, infatti, le lamentele restano circoscritte nei «loculi», spazi limitati da pareti mobili dove lavorano in genere i centralinisti. Le irregolarità? Non sono un mistero per gli addetti ai lavori. «L’obiettivo delle aziende è tenere bassi i costi – racconta un consulente milanese, che lavora per una società specializzata in software per call canter (chiede di restare anonimo) -. Uno dei modi più economici per offrire i servizi è affidarli a una società esterna (outsourcing). Così si risparmia sui costi della struttura e chi svolge l’attività, invece, li ammortizza lavorando per conto di più aziende. In genere, sono queste ditte che utilizzano lavoratori ricorrendo alla formula della collaborazione. Gli operatori, di fatto dipendenti, vengono trattati come precari». Precari, e anche malpagati. Se un operatore in regola prende in media 6 euro all’ora, il collaboratore ne percepisce poco più di cinque (lordi).
      Un risparmio notevole, che oggi si perfeziona soprattutto nel Sud Italia. Se attualmente molti grandi call center sono concentrati al Nord, soprattutto in Lombardia (dove la parte del leone la fanno Milano e Bergamo), è anche vero che la tendenza delle aziende è spostarli nelle regioni meridionali. Oggi la meta «più alla moda» è la Sicilia, «dove il costo del lavoro è più basso e la gente, per mancanza di alternative, è più disponibile a lavorare sotto costo».
      Studenti, donne di mezz’età, pensionati: sono loro le vittime più frequenti delle irregolarità. Facili prede anche di truffe, organizzate ad arte da strutture «pirata». Come nel caso di Bergamo. «Non c’è nulla di più semplice che aprire un call center – spiega l’esperto -. Bastano un locale, anche una cantina, una centrale telefonica del costo di 2-300 euro, telefoni e computer. Il tutto si può prendere anche in leasing. In più, non sono richieste particolari competenze. Tanto è vero che questi avventurieri riescono anche a ricevere incarichi importanti, conquistandosi la fiducia sia dei clienti, sia degli operatori». Casi limite, per fortuna, poco diffusi.
      L’ultima frontiera dei call center, invece, è la delocalizzazione. «È l’ennesimo modo per ridurre i costi – sottolinea Anna Ferro, ricercatrice in Bicocca e autrice di una ricerca sulle migrazioni internazionali dei lavoratori -. Per l’Italia il traguardo più vicino è sicuramente la Romania». Così i call center migrano. Sulla scia di ciò che ha già fatto Microsoft, trasferendo la struttura mondiale in Irlanda. Ora tocca alle piccole-medie imprese. Claudio Pioli, 38 anni, ingegnere, esperto di servizi in outsourcing, ha già aperto dei call center a Cluy e a Iasi. Al costo medio di 230 euro mensili per ogni impiegato. «I vantaggi? Oltre a quelli economici – spiega l’imprenditore -, c’è il fatto che i dipendenti romeni, per lo più laureati, sono felici di lavorare per un’impresa occidentale. Situazioni di sfruttamento? Non lo so. Ma per certi aspetti tutto il mondo è paese».

      gmottola@corriere.it
Grazia Maria Mottola