Milano. Il carovita rivoluziona la pausa pranzo

11/04/2005
    Milano
    Lombardia

    lunedì 11 aprile 2005

    Il carovita rivoluziona la pausa pranzo
    Ritorna la «schiscetta». I ristoratori: a metà mese, quando finiscono i buoni pasto, gli affari calano anche del 20 per cento
    Bar e ristoranti troppo cari
    Il pranzo? Si porta da casa
    Cambiano le abitudini degli impiegati. Ora si mangia in ufficio o al parco

      Da qualche mese in via Moscova Beppe Negozio, titolare del bar Axel, a mezzogiorno assiste a una rivoluzione dei costumi: «Gli impiegati oggi si comportano come gli operai d’un tempo. Alcuni li vedo entrare al supermercato invece che negli esercizi pubblici ( comperano il necessario e vanno a mangiare in ufficio o al parco, n.d.r .). Altri si portano il cibo da casa. E dopo il 15 del mese, quando anche i più hanno finito i buoni pasto, il calo degli affari supera il 20 per cento». È il segnale di un pesante cambiamento di abitudini. Adesso il carovita sconvolge (anche) il rito della pausa pranzo. Persino una città con un reddito medio pro capite da 30 mila euro lordi l’anno. Una volta simbolo della Milano più povera, oggi la schiscetta è tornata di moda tra impiegati alle prese con i rincari di bar e ristoranti. Non solo: portarsi il cibo da casa spesso è una strategia salvalinea e una soluzione per alimentarsi in modo più sano. È una tendenza che emerge anche da un’indagine realizzata per il Corriere della Sera dalla Camera di Commercio di Milano , su un campione di 275 imprese .

        IL SONDAGGIO – In ufficio con un tupperware in borsetta, in azienda con un panino incartato nella 24 ore. Dal sondaggio (a risposta multipla) risulta che nel 27,6% delle società i dipendenti hanno modificato il loro modo di alimentarsi per risparmiare. Per il 6,2% i cambiamenti sono da ricondurre sia all’esigenza di nutrirsi in modo più sano sia alla mancanza di tempo. La schiscetta va soprattutto per il pranzo (21,1%), ma aumenta anche chi arriva con uno spuntino (26,1%). Insomma, portano cibo da casa in molti per il 22,5% delle società , qualcuno per il 30,9%, in pochi per il 12,7%.

          IL CAROPREZZI – I motivi alla base del ritorno della schiscetta sono molteplici. Innanzitutto vengono messi sotto accusa i prezzi di bar e ristoranti. Ma la crisi è a 360 gradi. Bar e ristoranti non sono che una delle voci che i milanesi sono costretti a «tagliare». Dal 2003 al 2005 il costo del pasto al fastfood è aumentato dell’8,8% (contro un’inflazione del 3,7%): secondo i dati dell’Ufficio Statistiche del Comune lo scontrino in media è di 4,93 euro. In crescita anche il panino al prosciutto crudo (?5,7%; 2,95 euro), il tramezzino (?3,4%; 2,51 euro), il toast (?3,9%; 2,25 euro), il pasto al ristorante (?4,6%; 27,80 euro), il pasto in pizzeria (?3,5%; 8,42). «Dopo i rincari degli ultimi anni spesso i buoni pasto non bastano più – spiega Roberto Trefiletti, dirigente della Federconsumatori Lombardia -. Così molti impiegati li spendono per fare la spesa e poi si portano il pranzo al lavoro. È un comportamento ancora più diffuso tra chi non ha neppure il ticket ».

            LA LEGITTIMAZIONE SOCIALE – Per Gianpaolo Fabris, sociologo dei consumi, il cibo-fai-da-te è considerata anche una soluzion e più healthy . «Ormai s’è diffusa la consapevolezza che è importante adottare comportamenti salutisti – osserva -. I cibi casalinghi stanno vivendo una seconda giovinezza ». È un ritorno al passato contrassegnato da una novità: «Un tempo chi si presentava al lavoro con il cestino del pranzo rischiava di essere emarginato – spiega Fabris -. Nell’epoca del caroeuro, invece, la schiscetta scopre un’inedita legittimazione sociale. Oggi in uffici e università si vedono sempre più persone con il mitico contenitore. È un comportamento ormai diffuso e pienamente sdoganato». Il pranzo in ufficio, in effetti, è diventato anche il leitmotiv di una pubblicità di una nota marca d’insalate.

              I BAR E I RISTORANTI – Per Lino Stoppani, presidente dell’Epam (l’associazione dei pubblici esercizi milanesi), il cambiamento di tendenze è da ricondurre soprattutto a motivi culturali («È cambiato il modo di alimentarsi») e all’esigenza di risparmiare («Per spendere meno, ma anche per il poco tempo a disposizione, parte della clientela si è trasferita dai ristorante ai bar. E ora c’è chi si porta il pranzo da casa»).

                LE AZIENDE – Sono sempre più attrezzate per far trascorrere agli impiegati la pausa pranzo tra le mura dell’ufficio. Quasi un’impresa su tre ha addirittura una cucina. Il 27,6% è dotata di aree apposite. I lavoratori generalmente preferiscono spostarsi a mangiare in spazi comuni. Ma in un’azienda su dieci c’è anche chi rimane seduto al suo posto. Panino in mano, davanti al computer. Del resto, forse, basta semplicemente risparmiare.

                  Simona Ravizza