Milano. Il caroprezzi chiude 400 negozi

06/05/2005
    venerdì 6 maggio 2005

    Il caroprezzi chiude 400 negozi.
    Torna la spesa a rate
    Le famiglie comperano meno nelle botteghe.
    I supermarket: da noi non c’è crisi. «Ora aperture di domenica e di notte»

      Non succedeva da 35 anni a questa parte. Nei mercati comunali coperti i negozi chiudono. E nessuno si candida per subentrare. Ventisei, al momento, le insegne senza padrone. La crisi dei consumi graffia, e i piccoli negozi si leccano le ferite. All’inizio dell’anno, in città c’erano 414 negozi in meno rispetto allo stesso periodo del 2004. Se la passano meglio super e ipermercati. Ma la competizione è fortissima. E così la distribuzione moderna chiede di poter aprire anche di sera. Anche la domenica. Intanto i milanesi faticano a far quadrare i conti. «Aumentano gli acquisti con carta di credito al super per dilazionare il pagamento della spesa – denuncia Sandro Miano del Movimento consumatori -. E il 15 per cento di chi contrae prestiti si indebita per l’acquisto di generi di prima necessità».

        Viene da sé che risparmiare è sempre più difficile. Secondo uno studio dell’associazione artigiani di Mestre, una famiglia milanese con un figlio, entrambi impiegati, su 44 mila euro lordi portati a casa ogni anno riesce a metterne da parte al massimo duemila.

          COMPETIZIONE SUI PREZZI – Non è più il tempo delle schermaglie, la crisi spoglia di ogni diplomazia lo scontro tra piccola e grande distribuzione. Durissimo il vicepresidente di Esselunga: «I piccoli sono meno competitivi. Hanno costi di logistica maggiorati del 25-30 cento. In certi casi i loro prezzi sono superiori ai nostri addirittura del 50 per cento. I piccoli negozi hanno senso se superspecializzati. Altrimenti è come se volessimo mantenere in vita i maniscalchi quando i cavalli non ci sono più».

            In Lombardia, la regione con la più alta concentrazione di iper e super (201 metri quadri ogni mille abitanti contro i 160 della media italiana) la distribuzione moderna continua a guadagnare terreno. Per quanto riguarda i posti vuoti nei mercati coperti, il Comune sta valutando le offerte dei discount. «Da una parte risolveremmo un problema. Dall’altra verrebbe a cadere la filosofia per cui i mercati comunali coperti sono nati», dice l’assessore al Commercio del Comune, Roberto Predolin, senza nascondere un certo rammarico.

              Cosa sta succedendo dietro ai banconi e nei retrobottega? La situazione si può riassumere nel modo seguente. I consumatori sono diventati oculatissimi. Pur di non rinunciare al telefonino nuovo o alla vacanza tagliano i costi dell’alimentare: fanno la spesa al discount o si accontentano di marche sconosciute. Per quanto riguarda l’abbigliamento, si compra meno. Tant’è che si moltiplicano i negozi che riparano abiti e accessori. Gli unici che possono permettersi di aumentare i prezzi. Lo dicono le rilevazioni statistiche del Comune: rispetto all’anno scorso, risuolare un paio di scarpe costa in media il 5,4 per cento in più mentre l’infalzione è ferma all’1,6 per cento.

                NEGOZI APERTI LA DOMENICA – Si lamentano i piccoli negozianti. «Diminuiscono le vendite dei prodotti di prima necessità, come pane, latte, frutta e verdura», dice Iliano Maldini, presidente di Assofood (Unione del commercio).

                  La grande distribuzione, invece, non ci sta a pianger miseria. Dati alla mano. «Nei primi tre mesi dell’anno il fatturato di iper e super è cresciuto del 7 per cento in Italia, del 6,5 per cento in Lombardia – dice Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Faid Federdistribuzione -. Nello stesso periodo le quantità vendute sono aumentate rispettivamente del 9 e dell’8,2 per cento. A dimostrazione del fatto che la distribuzione moderna ha addirittura abbassato i prezzi rispetto all’anno scorso».
                  Come si esce dall’ impasse ? «Dateci la possibilità di tenere aperto la sera e la domenica», dice la grande distribuzione. Ma la proposta non fa che aumentare i motivi di confronto con i piccoli.

                    LA RISPOSTA DEI PICCOLI – «Il cardinale Dionigi Tettamanzi incita a santificare la festa. Siamo con lui. Ma in fondo super e iper sono un servizio pubblico. Come i taxi, gli autobus e i tram», dice Cobolli Gigli. «Aprire la domenica è del tutto inutile – ribatte Renato Borghi, vicepresidente dell’Unione milanese del commercio -. Se i consumatori hanno cento da spendere, cento spenderanno. Anche se spalmato su un arco di tempo maggiore. Inoltre lavoriamo già sei giorni su sette. La domenica ci sono gli affetti, la famiglia».

                      I piccoli negozi, poi, non si sentono certo una specie in via d’estinzione. «Centri d’acquisto e piattaforme logistiche danno un vantaggio alla grande distribuzione. Ma non si compete solo sul prezzo. Ci sono anche il servizio, la qualità. Tant’è che i piccoli negozi di abbigliamento sono favorevoli a etichette che indichino da dove arrivano gli abiti. Se dall’Italia o dalla Cina. La grande distribuzione no: preferisce giocare al massacro sui prezzi e vendere prodotti cinesi marchiati made in Italy».

                    Rita Querzé