Milano. I vescovi: basta lavorare la domenica

13/12/2007
    giovedì 13 dicembre 2007

      Prima Pagina (segue a pagina 5) – Milano

        Il documento
        Le diocesi criticano la Regione sull’apertura festiva dei negozi

        I vescovi: basta lavorare la domenica

        di Paolo Foschini

        I vescovi sono «perplessi» sull’apertura domenicale dei negozi varata dalla Regione. Ma perplessi è un eufemismo. Stigmatizzano «l’aggravio per i lavoratori dipendenti », condannano la «logica del consumo», mettono in guardia contro la progressiva contrazione del «tempo libero dagli impegni e dal lavoro », che poi vuol dire «meno tempo per la famiglia, per gli affetti, per le relazioni sociali ». Anche per la messa, certo. Il documento è stato sottoscritto da tutti i vescovi delle diocesi lombarde. In sintesi, dice, il riposo è sacro: «Salvare la domenica vuol dire salvare l’uomo stesso».

        La parola che usano è «perplessità ». Che nel linguaggio dei vescovi, come si sa, vuol dire molto peggio. E infatti, perché non ci siano equivoci, in realtà poi lo scrivono chiaro: stigmatizzano «l’aggravio per i lavoratori dipendenti», condannano la «logica del consumo», mettono in guardia contro la progressiva contrazione del «tempo libero dagli impegni e dal lavoro», che poi vuol dire «meno tempo per la famiglia, per gli affetti, per le relazioni sociali ». Anche per la messa, certo. Ma questo è solo un aspetto, e in realtà non il principale, del documento comune sottoscritto da tutti i vescovi di tutte le diocesi lombarde: per dire no all’apertura domenicale dei negozi già invocata da molti e ora varata dalla Regione. Grave sbaglio, rispondono i vescovi: «Salvare la domenica vuol dire salvare l’uomo stesso».

        E non è un no generico. Il documento, pubblicato ieri anche sul sito della Diocesi milanese, fa riferimento esplicito alla «recente legge regionale del 28 novembre che amplia l’apertura festiva e domenicale dei negozi». Per carità, gli uffici diocesani lombardi esordiscono con un riconoscimento: rivolto alla «tradizionale laboriosità» lombarda, all’intraprendenza dei suoi commercianti, e così via. Ma alla vita economica di una città e di una regione, proseguono, sono connesse anche delle «responsabilità». E la legge in questione, scandiscono, «non può non suscitare perplessità e interrogativi ».

        In primo luogo per quel che riguarda «i ritmi inerenti alla qualità della vita, da sempre fondati sull’alternanza fra tempo del lavoro e tempo del riposo». Invece: visto che «già il tempo feriale è oggi governato quasi completamente dalla logica e dai ritmi del lavoro», possibile che «anche la domenica debba essere governata unicamente dalla logica del produrre-distribuire- consumare»? E ancora: «A chi giova questa spirale per cui a tempi di lavoro sempre più dilatati devono corrispondere tempi di consumo ancora più ampi per consentire appunto a chi lavora di consumare ulteriormente?».

        Non solo. Tempo di «non lavoro » vuol dire più tempo «per la famiglia, per i figli, per gli amici». Il suo contrario è «disgregazione» sempre più estesa, con quel che ne segue: meno «relazioni», meno «momenti educativi», alla lunga «più violenza». E i vescovi concludono: «Il lavoro deve essere al servizio dell’uomo, non di altro».

          La scheda

          La legge
          Il provvedimento approvato in Regione il 28 novembre scorso «consente» anche ai piccoli negozi di restare aperti tutte le domeniche dell’anno salvo nei giorni arcivietati: 1˚ gennaio, Pasqua, 25 aprile, 1˚ maggio, 15 agosto, pomeriggio del 25 e 26 dicembre.

          Il pane
          Fermo il divieto di produrre il pane la domenica. In compenso «tutti i punti vendita» potranno tenere aperta la prima domenica di ogni mese, l’ultima di maggio, agosto e novembre, più tutte le domeniche di dicembre.