Milano. Buoni pasto: «Rifiutati in un locale su due»

28/06/2005
    martedì 28 giugno 2005

    I sindacati: non è giusto prendersela con i consumatori.
    Pausa pranzo a rischio per 250 mila lavoratori fino al 2 luglio

    Serrata buoni pasto
    «Rifiutati in un locale su due»

    Bar e ristoranti, via allo «sciopero»: disagi e proteste. «Subito un tavolo a Milano per risolvere la vertenza»

      «Ticket? No grazie, siamo in sciopero». Così, da ieri, baristi e ristoratori hanno risposto ai clienti che per pagare il panino della pausa pranzo esibivano il buono pasto. Non dappertutto, a dire il vero: secondo l’Epam, associazione dei pubblici esercizi dell’Unione del Commercio, non ha aderito alla protesta il 45-50 per cento dei locali. Uno su due. Per ora solo McDonald’s e Autogrill, tra le grandi catene, hanno rifiutato i ticket.

      TAVOLO LOCALE – La protesta dell’Unione del Commercio (si dissocia Confesercenti) continuerà fino al 2 luglio. A meno che non si trovi una soluzione al problema sollevato da baristi o ristoratori.

        La categoria chiede un intervento da parte del governo. Ma a Milano c’è anche chi auspica un tavolo locale. Si tratta del sindacato, preoccupato per i disagi a cui sono sottoposti impiegati e dipendenti pubblici milanesi. «I commercianti sbagliano: che senso ha prendersela con i propri clienti-lavoratori? – contesta Giorgio Roilo, segretario generale della Camera del Lavoro -. A Milano in 250 mila pranzano con i buoni. Serve un tavolo serio per affrontare il problema con baristi e ristoratori. Ma anche con le aziende che emettono i buoni. E, a monte, con le imprese che con noi contrattano il valore del pasto. Sono convinto che un’intesa pilota possa aprire la strada a una soluzione nazionale».

        LA CONTESA – Tre gli attori coinvolti nel tiro alla fune sui ticket: gli esercenti, le società che emettono i buoni e le aziende che li forniscono ai dipendenti.
        In media il buono vale cinque euro. Ma le aziende che li offrono ai dipendenti pagano una cifra inferiore. Gli intermediari (una trentina sulla piazza italiana, da BuonChef a Ticket Restaurant) intascano tra il 15 e il 20 per cento in meno. «Grazie alle centrali d’acquisto il potere contrattuale delle aziende negli ultimi anni è aumentato – constata Giovanni Scansani, amministratore delegato di RistoChef spa -. Per aggiudicarci la fornitura dei ticket dobbiamo partecipare ad aste al ribasso che ci strangolano.

        Inevitabile, poi, chiedere ai commercianti una percentuale più alta del fatturato incassato con i ticke t». «Sia chiaro, i nostri margini non sono aumentati, se chiediamo perc entuali più elevate ai commercianti è soltanto per far tornare i bilanci», tiene a precisare Scansani.
        « Se negli anni ’90 bar e ristoranti versavano alle società che emettono i buoni il 5-6 per cento del fatturato da ticket, oggi si è saliti a percentuali che oscillano tra l’8 e il 13 per cento», lamenta Al fredo Zini, presidente dei ristoratori dell’Unione del Commercio. Certo, una via d’uscita ci sarebbe: aumentare i prezzi di listino per recuperare il margine perduto. Ma gli esercenti ci vanno cauti: in epoca di calo dei consumi l’operazione è altamente impopolare.

        CONCORRENZA – L’appello del sindacato a risolvere al più presto il problema, magari con una soluzione tutta milanese, è accolto dalle associazioni dei consumatori. Dal canto suo la Camera di Commercio sta valutando la possibilità di affrontare la questione all’interno dell’Osservatorio prezzi creato con il Comune.

          Sulla buona fede delle società che emettono i buoni qualche dubbio è espresso dall’Adiconsum. «Certo, il potere contrattuale delle imprese in questi ultimi anni è cresciuto. Ma non escluderei anche un problema di scarsa concorrenza. E’ vero, le società che emettono ticket sono una trentina. Apparentemente numerose. Ma il settore delle assicurazioni insegna: accordi tra imprese per tenere alti i margini non sono da escludere anche in questi casi».

            Rita Querzé