Migranti al lavoro: ingiustizie e discriminazioni

04/05/2007
    venerdì 4 aprile 2007

    Pagina 14 – Economia & Lavoro

    Migranti al lavoro
    ingiustizie
    e discriminazioni

      Indagine Ires: l’operaio straniero guadagna il 34% meno della media

        di Giuseppe Vespo/ Milano

        AAA immigrato per lavoro sottopagato. Potrebbe essere questo l’ingaggio tipo del lavoratore straniero arrivato in Italia a cercar fortuna. Almeno secondo l’indagine dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil, dal titolo “Discriminazioni sul lavoro: le percezioni degli immigrati”. «Chi si dichiara maggiormente colpito da episodi discriminatori sono i lavoratori che provengono dall’Asia, soprattutto per il mancato rispetto di cultura e religione. Mentre quelli che giungono in Italia dall’Africa sono maggiormente vittime di epiteti razzisti (negro, vù cumprà…)».

        LE PIÙ FREQUENTI
        Stando alle dichiarazioni dei mille intervistati, le discriminazioni sul lavoro riguardano il riconoscimento dei titoli di studio, il differenziale retributivo, l’inquadramento contrattuale e il rispetto degli oneri, la risoluzione dei contratti di lavoro, la formazione e la sicurezza.

        Andiamo con ordine: tra gli immigrati, sette laureati su dieci sono occupati in lavori che percepiscono come dequalificanti, stessa cosa per il 57 per cento dei diplomati.

        E le diseguaglianze si vedono in busta paga: secondo l’Ires, gli immigrati guadagnano in media il 34 per cento in meno degli italiani impiegati nelle stesse attività. Per questo il 40 per cento degli intervistati si sente economicamente discriminato e il 58 dichiara di non percepire un salario sufficiente per sè e per la famiglia. Le ingiustizie mascherate tra le righe dei contratti non riguarderebbero solo le retribuzioni, ma anche il rispetto degli oneri previsti. In particolare, il mancato pagamento del Tfr. Poi gli investimenti. Formazione e sicurezza sarebbero tra i primi aspetti trascurati dalle imprese.

        I MODELLI TERRITORIALI
        L’Ires analizza i modelli di Campania e Sicilia, per poi approfondire quelli urbani con Genova, Roma e Firenze. Per ultimo il modello industriale del Nord-est. In Campania il mercato è temporaneo e irregolare. «Il problema più rilevante è l’assenza di tutela contrattuale, visto che le imprese fondano la loro competitività sulla compressione del costo del lavoro». In Sicilia il lavoro stagionale nel settore agricolo è uno dei primi bacini di collocazione dei lavoratori non comunitari: mansioni faticose legate al lavoro in serra e nei campi, che richiamano poco i siciliani anche per «l’assenza di stabilità dovuta alla periodica alternanza “sospensione-lavoro”».

        Tra le città, singolare è il dato di Firenze. Qui, gli immigrati che svolgono lavori autonomi sono molti, come pure quelli in possesso di elevati titoli di studio. La conseguenza di questi due fattori è che nel capoluogo del David il «crescente sviluppo di realtà imprenditoriali fornisce in alcuni settori un’offerta di lavoro altamente qualificata».

        Diverso il modello industriale. In particolare nel Nord-est, dove la manovalanza stranera appare una risorsa fondamentale: nonostante ciò, la discriminazione si esprime con il mantenimento degli immigrati nelle qualifiche di fascia più bassa.

        IL PARADOSSO che emerge dall’indagine è che il posto di lavoro appare meno discriminatorio del mercato. Per l’Ires, «le diseguaglianze sono dovute a ragioni strutturali: ancorate a un modello economico che non si lascia sfuggire la possibilità di contare su addetti a bassissimo costo, senza tutele e garanzie. Detto questo, non va sottovalutato l’impatto delle ingiustizie che gli immigrati subiscono quotidianamente: sei su dieci dichiarano di aver sopportato atti di carattere razzista sul luogo di lavoro». A farla da padroni prepotenti sarebbero però i colleghi, visto che otto stranieri su dieci si sentono apprezzati dal datore di lavoro.

          Per Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil, «dalla ricerca emerge una positiva volontà dei lavoratori a inserirsi, che andrebbe accompagnata da un impegno del governo a procedere verso il superamento delle discriminazioni sul piano dei diritti e del welfare; mentre il sindacato deve andare oltre il piano formale dei contratti, per un’azione efficace verso l’uguaglianza reale delle condizioni di lavoro. Non dimentichiamo – conclude Megale – che il 12 per cento degli infortuni sul lavoro ha coinvolto un immigrato. Mentre una morte bianca su dieci è quella di un lavoratore straniero».