“Mi hanno licenziata perché portavo il velo”

23/11/2001


VENERDÌ, 23 NOVEMBRE 2001
 
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La Cgil denuncia una discriminazione religiosa. L’iper: era solo inefficiente
 
"Mi hanno licenziata perché portavo il velo"
 
Yasmin accusa la sua agenzia e l’Esselunga
 
 
 
 
LUIGI SPEZIA

«HO scelto il rispetto della mia religione e davanti ad un aut aut ho detto che piuttosto perdevo il lavoro. Non è giusto, mi hanno offeso». Yasmin Mohamed, 23 anni, è somala e musulmana. Il motivo del suo «licenziamento» da una azienda di pulizie ce l’ha in testa: «È per questo velo che mi hanno mandato via — sostiene Yasmin —. Da giugno facevo le pulizie all’Esselunga di Casalecchio per conto di una coop di lavoro, la Team Service. Mai nessun problema. Ma sabato è cominciato il Ramadan e io intendo rispettarlo indossando il jihab, questo copricapo tradizionale. Non me l’hanno consentito. La Team Service mi ha lasciato a casa su pressione della Esselunga». La Esselunga rovescia tutto. «Non è affatto così — dice il direttore del supermercato di Casalecchio, Andrea Cai —. Noi non abbiamo fatto licenziare questa ragazza, abbiamo soltanto segnalato alla Team Service che non era efficiente, non rispettava i nostri standard di qualità. Insomma, non ci soddisfaceva il suo lavoro e chiedevamo che ci mandassero qualcun altro al suo posto. Tutto qui. Una volta, nel settore ortofrutta, non pulendo bene, ha fatto pure cadere una signora. È sul lavoro che non andava bene, del suo copricapo e della sua religione a noi non interessa».
Il centro diritti della Cgil crede invece alla giovane somala. «Abbiamo avuto notizie da persone della Team Service — dice Roberto Morgantini — che il vero motivo della richiesta di allontanamento dalla Esselunga è l’uso del velo». Yasmin ha cominciato a indossarlo sabato. «Lunedì mi hanno chiamato al telefono, ho dei testimoni — dice — mentre ero al lavoro. Era una dirigente della coop che mi avvertiva che l’Esselunga non voleva che usassi il velo. Allora ho detto che non me lo toglievo. Mi hanno chiesto di andare in ufficio». In ufficio secondo la versione di Yasmin le pongono un aut aut e lei, senza alternative, firma una carta: «Ero agitata, non ho capito che si trattava di una lettera di dimissioni». Alla Team Service sono rimasti male. «Non ce l’aspettavamo — dice una dirigente — . Noi l’abbiamo sempre aiutata. Le abbiamo offerto delle alternative, non le ha accettate. Quanto ai motivi per i quali l’Esselunga non la voleva più al lavoro, non posso dire nulla». Yasmin replica che in realtà l’alternativa era tornare a lavorare finito il Ramadan. Un altro impiegato della Team dice poi che l’Esselunga non si era mai lamentata del comportamento della ragazza, ma saranno i giudici probabilmente a dirimere la contesa. Quello che dovrà decidere sulla causa di lavoro e quello che prenderà in esame la denuncia della Cgil di violazione della legge sull’immigrazione, quando si stigmatizza la discriminazione religiosa.