Mezza Europa pressa Bruxelles: fermiamo la Cina

11/03/2005
    venerdì 11 marzo 2005

    retroscena

      LA COMMISSIONE CONTINUA IL MONITORAGGIO E PENSA ALLE BARRIERE ANTIDUMPING
      Mezza Europa pressa Bruxelles: fermiamo la Cina
      La Francia e l’associazione continentale dei tessili chiedono misure difensive

        Enrico Singer
        corrispondente da BRUXELLES

          E’ sempre più forte il pressing sulla Commissione europea perché adotti tutte le misure possibili per controllare e frenare l’invasione di prodotti tessili che arriva dalla Cina dopo l’abolizione delle quote scattata il primo gennaio scorso. Alla lettera del ministro Antonio Marzano, recapitata tre giorni fa al commissario al Commercio, Peter Mandelson, si è aggiunta ieri la denuncia di Euratex: l’associazione che rappresenta tutte le industrie tessili dei Venticinque. Una protesta nazionale è partita anche dalla Francia, che con l’Italia è il maggiore produttore europeo. E mercoledì prossimo il viceministro del Commercio estero, Adolfo Urso, sarà a Bruxelles per incontrare Mandelson e sollecitare l’intervento della Ue che da due mesi e mezzo, ormai, sta monitorando l’andamento delle esportazioni tessili dalla Cina proprio per valutare se sia il caso di applicare i dazi anti-dumping o le misure di salvaguardia che sono previsti dagli stessi accordi con Pechino.

            La Commissione, per ora, rimane prudente. Perché il periodo preso in esame non è considerato ancora sufficiente per dare un giudizio definitivo. Perché l’aumento – che è stato comunque vertiginoso – delle richieste di licenze di esportazione da parte cinese sarebbe, secondo gli esperti, in parte «fisiologico» dal momento che l’abolizione delle quote spinge i produttori a chiedere licenze in vista di esportazioni che potrebbero anche non realizzarsi nella pratica. E perché, in ogni caso, le procedure di salvaguardia europee devono seguire complessi iter decisionali e devono, soprattutto, raccogliere l’accordo almeno della maggioranza degli Stati membri. Un problema, questo, da non sottovalutare poiché tra i Venticinque c’è il fronte dei Paesi danneggiati dall’invasione dei prodotti tessili cinesi – Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Repubblica ceca e Belgio che sono produttori – ma c’è anche il fronte di chi è interessato soltanto ad avere merce a basso prezzo e non si preoccupa molto da dove arrivi.

              Per tutte queste ragioni, Peter Mandelson, vuole muoversi con cautela. Non si tratta di ripristinare quote o dazi, che sarebbero anche in contrasto con le regole del Wto. Si tratta di applicare gli accordi che prevedono le contromisure soltanto in caso accertato di dumping (vendite sottocosto) o di crisi del settore produttivo europeo. La scaletta di Mandelson prevede, entro il prossimo mese di aprile, la definizione delle linee-guida per poi intensificare i contatti con le autorità cinesi nella speranza di una soluzione consensuale. E giungere alla decisione sui dazi anti-dumping o sulle altre misure di salvaguardia nel mese di giugno. Ma questa linea morbida si scontra con le pressioni dei governi di Roma e di Parigi e dei produttori europei. La denuncia di Euratex è allarmata. «È arrivato il momento di limitare l’appetito vorace degli esportatori cinesi verso il mercato europeo», ha dichiarato il direttore generale, Bill Lakin, il quale ha sottolineato che la richiesta di applicare le restrizioni è stata presa all’unanimità dal board dell’Associazione «dopo serie e ampie considerazioni sui dati disponibili».

                I dati sono proprio quelli che si ricavano dal monitoraggio di Bruxelles. Il picco delle «prenotazioni» – così sono definite le licenze previste dagli accordi con Pechino – è impressionante. Alcune categorie sono aumentate anche di otto volte rispetto all’anno scorso. Ad esempio, i produttori cinesi hanno chiesto licenze per 90.001.813 pullover, quando ne avevano esportati 10.249.603 a fine marzo del 2004. E le proiezioni sono ancora più pesanti. Secondo i dati dell’esecutivo comunitario il valore dell’import tessile in arrivo dalla Cina si è quasi triplicato in meno di dieci anni: ammontava a 4,81 miliardi di euro nel 1995 ed è diventato di 12,32 miliardi nel 2003 e potrebbe raddoppiare nel prossimo anno.

                  Il flusso dei prodotti tessili cinesi già liberalizzati è passato nell’arco degli anni 2002-2003 dall’11 al 45 per cento delle nostre importazioni. Nel frattempo il commercio nell’altra direzione non è aumentato in misura comparabile: l’export europeo di prodotti tessili – soprattutto di lusso – verso il mercato cinese era di appena 0,29 miliardi di euro nel 1995 ed è stato di 0,74 miliardi nel 2003.