Metti la base in connessione. Nasce oggi l’«Unione sindacale di base»,

21/05/2010

In un paese dove la sinistra politica, di fronte ai problemi, si divide all’infinito, c’è almeno una sinistra sindacale che fa il percorso esattamente opposto. Da oggi a domani, con un percorso congressuale itinerante tra i Castelli Romani e il cinema Capranica (domenica mattina), alcuni sindacati di base si riuniscono formando una sola organizzazione. Nasce l’Unione sindacale di base (Usb, come le porte di connessione dei computer) grazie allo sforzo congiunto di RdB,
Sdl, «parti consistenti» della Cub, Usi- RdB Ricerca e Adl. Osservano da più o meno vicino il processo anche Orsa, Snater e Slai-Cobas, oltre ai Cobas storici (che avevano dato vita al «Patto di base», tre anni fa). Organizzazioni in cui è partito un dibattito interno su opportunità, modalità, tempi di una fusione; oppure anche dubbi, che non bloccano però una discussione o iniziative comuni (a partire dalla manifestazione nazionale di Roma, il prossimo 5 giugno, contro il «collegato lavoro » in discussione in parlamento e gli effetti della crisi sui lavoratori). Resta invece fuori la parte di Cub capitanata da Giorgio Tiboni, contraria al percorso di unificazione. Una strada «voluta dai lavoratori», precisano, «non un’operazione di vertice ». Era ormai diventata insostenibile una polverizzazione organizzativa che mette da sempre in discussione la credibilità stessa di qualsiasi soggetto attivo («se non siete capaci di unirvi neppure tra simili, perché mai dovrei mettermi insieme a uno di voi?», è un’obiezione radicale spontanea in ogni lavoratore). Un percorso unitario cominciato ben prima che la crisi economica facesse la sua comparsa, costringendo ogni sigla sindacale a interrogarsi sul proprio senso. Le modifiche strutturali alla legislazione sul e contro il lavoro – l’unico punto su cui questo governo mostra un attivismo sfrenato – stanno poi cancellando ogni possibilità residua per il sindacalismo di «nicchia» (sia «di base» che corporativo). Questo insieme nasce come «fusione per incorporazione», in modo di mantenere tutti i diritti sindacali conquistati nel tempo dai singoli soggetti storici; anche se viene data per scontata qualche manovra «scorretta» di questa o quella controparte («non vi conosciamo »). Nasce già forte di circa
250.000 iscritti «veri», tengono a precisare. Qui si guarda con molto scetticismo ai «milioni» vantati da organizzazioni come l’Ugl; e non sono tenere le critiche al meccanismo di «iscrizione a vita» in vigore nei sindacati confederali. Può vantare una presenza su tutto il territorio nazionale («da Bolzano a Ragusa»), con strutture territoriali attive nel 90% delle province. La struttura organizzativa scelta è confederale, con due «macro-aree»: pubblico e privato. E’ del resto una ripartizione molto usata in Europa. Naturalmente in entrambe c’è un’articolazione categoriale che corrisponde ai perimetri contrattuali esistenti. Per quanto possa sembrare «omogeneo» dall’esterno, nemmeno il pubblico impiego ha dappertutto caratteristiche simili. Basti pensare che gli «unificandi» sono presenti – spesso con percentuali di tutto rispetto – nella scuola, la sanità, l’università, la ricerca; ma anche negli enti non economici, l’Inps, le agenzie delle entrate e i ministeri (compresa la presidenza del consiglio), gli enti locali, il trasporto pubblico (tpl, aeroportuale, ferroviario,marittimo), ecc. Il «privato» offre un’articolazione ancora più complessa. Si va dalla presenza in Alitalia (l’Sdl, ex Sult, protagonista delle lotte degli ultimi 20 anni) a insediamenti industriali anche importanti (Fiat Cassino, Mirafiori, Varese, Milano, Marche, Veneto, ecc).Ma soprattutto si è esteso un radicamento nel terziario in senso lato: cooperative sociali, grande distribuzione, commercio, alberghiero, call center, ecc. «C’è una richiesta tale di intervento che quasi non riusciamo a stargli dietro», che sta portando sulla scena del conflitto sociale «molti giovani e migranti». Sono i settori della frammentazione, sconquassati dalla precarietà, i più difficili da organizzare in modo stabile. «Ma anche i più ricchi di energia e di voglia di difendersi ». Un’articolazione piena di problemi differenti, che richiede di «tenere insieme la massima autonomia di lavoro» nel mentre «si cerca di dare senso alla ricomposizione della polverizzazione contrattuale».
I numeri, già importanti, non consentono peraltro di mantenere forme organizzative un po’ naif, tipiche degli esordi. Qui già da anni sono attivi anche servizi come l’assistenza fiscale e legale, o i patronati. Anche i pensionati hanno ormai una propria struttura, mentre per i migranti è prevista una struttura aggiuntiva oltre a quelle già operanti sui singoli luoghi di lavoro. D’altro canto, le organizzazioni che vanno ad unirsi sono certamente «molto conflittuali», ma non corrispondono affatto all’immagine che i media gli hanno disegnato addosso (quasi dei «bastian contrari» per principio). Qui, come «naturalmente» deve essere per ogni sindacato, il conflitto è funzionale alla costruzione di un rapporto di forza tale da permettere il raggiungimento di un risultato migliore. E quando lo si raggiunge «si firmano accordi e contratti». Altrimenti no. Una particolare importanza viene data al «sindacato metropolitano». Non una «categoria», ma una forma «sperimentale» che ha il suo baricentro nelle strutture che da anni si occupano del problema della casa (come l’Asia), o in quelle che si occupano di organizzare disoccupati, migranti, precari. La sigla scelta, non a caso, viene declinata anche come «uguaglianza, solidarietà, bisogni», a indicare ambiti di rappresentanza sociale non ristretta al solo mondo del lavoro dipendente. Non manca il momento di riflessione e ricerca, con un centro studi (Cestes- Proteo) avviato ormai da molti anni. Infine, si sottolinea con forza come questa struttura sia «democratica, senza figure apicali di direzione»; e «sia al proprio interno che nel rapporto con i lavoratori». Un principio che era nel dna originario del «basismo» e che s cerca di mantenere anche quando le «dimensioni della baracca» si vanno allargando ben oltre le abitudini. «Non è facile; ci vuole tanto lavoro, capacità di ascolto; e pure tanta pazienza».