“Metalmec” Cento applausi, pero’…(G.Berta)

20/01/2006
    venerdì 20 gennaio 2006

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    Cento applausi, pero’...

      Giuseppe Berta

        L’ACCORDO nazionale dei metalmeccanici siglato ieri, dopo una tormentata gestazione durata oltre un anno, non ha risparmiato nessuno dei riti che da decenni scandiscono le grandi tornate della contrattazione collettiva nell’industria. Il rush finale è avvenuto sull’onda di una drammatizzazione crescente del negoziato, che ha visto il chiudersi e il riaprirsi della trattativa, l’annuncio di nuovi scioperi e mobilitazioni dei lavoratori, persino il ritorno dei blocchi stradali a sostegno del rinnovo del contratto. Era proprio necessario questo corso degli eventi? Come sempre in questi casi, il confronto si era ormai sovraccaricato di elementi simbolici: la cifra fatidica dei cento euro d’aumento sulla paga mensile è stata identificata dalle organizzazioni sindacali come il segno del successo. La rappresentanza degli industriali, inizialmente restìa, ha concesso l’incremento soltanto dopo aver negoziato l’allungamento di sei mesi della durata del nuovo contratto. Nel medesimo tempo, ha ottenuto condizioni di flessibilità in grado di conseguire dei vantaggi sul terreno della competitività delle imprese. In certa misura, nell’accordo si potrebbe cogliere un’eco delle intese che si sono strette di recente nel sistema industriale della Germania, dove un sindacato fra i più forti al mondo ha garantito alle imprese consistenti margini di intervento e di recupero sugli orari.

          Tutto bene dunque, in definitiva? Sì, a patto di augurarsi che per il futuro le relazioni industriali voltino pagina e si distacchino dalla traccia usurata, in base a cui sul contratto nazionale si scaricano tutte le tensioni. Caduto l’edificio della concertazione, questo livello negoziale è entrato in una crisi difficilmente reversibile. Non si può dimenticare, infatti, che i due contratti precedenti dei metalmeccanici hanno avuto anch’essi una genesi travagliata perché sono stati firmati senza la Fiom-Cgil. Il ripristino odierno della dimensione unitaria non può ingannare: il contratto nazionale di categoria (specie di una categoria così frastagliata come i metalmeccanici, quanto mai lontani dall’immagine omogenea di un tempo) è uno strumento oggi logoro, in materia salariale. Forza un po’ la realtà, abbracciando imprese assai diverse fra di loro, non solo per l’ampiezza di scala, ma per i loro caratteri economici fondamentali, che trovano un riferimento assai tenue nel settore industriale in cui sono classificate.

            E allora la strada alternativa, in un’epoca di metamorfosi del- l’economia e dell’industria come l’attuale, non può che passare dal decentramento contrattuale. Essa può permettere un rilancio della funzione negoziale, perché la contrattazione è un efficace metodo di mediazione e di composizione fra gli interessi, che produce i suoi benefici maggiori quando aderisce in maniera quasi plastica a precisi confini economici e sociali. Una contrattazione più decentrata avrebbe il vantaggio di ricalcare la dinamica di trasformazione del mondo del lavoro e delle imprese, accompagnandola e stimolandola.

              Certo questa soluzione non esaurirebbe i problemi della politica sindacale. Che ha bisogno del respiro che può venire soltanto da una nuova e articolata politica del lavoro. Dove riceva spazio il tema, promosso dalla Confindustria, della riduzione dello scarto fra la retribuzione diretta che i lavoratori percepiscono e gli oneri fiscali e contributivi che rendono più leggera la loro busta paga. E dove si affronti con l’impegno che la materia richiede la questione degli ammortizzatori sociali. Su questo e su altri ambiti ha pesato finora l’assenza di iniziative del governo, che nonostante gli annunci del passato ha eluso il problema di misure in grado di rilanciare la competitività. Lavoratori e imprese sono stati lasciati da soli a confrontarsi su temi che non possono essere di pertinenza esclusiva del negoziato sindacale.

                Trascorso il momento della soddisfazione per la firma del contratto dei metalmeccanici, è auspicabile quindi che riaffiori il senso della necessità di indirizzare le relazioni industriali verso una svolta già rinviata troppo a lungo. Un indugio ulteriore non farebbe che generare altri rischi di stallo e nuove occasioni di conflitto che l’Italia, dopo l’esperienza degli ultimi anni, ha tutto l’interesse di evitare.