Metà del Paese ostaggio della paura (I.Diamanti)

06/11/2007
    martedì 6 novembre 2007

      Prima Pagina (segue a pagina 25) – Commenti

        La metà del Paese ostaggio della paura

          Ilvo Diamanti

            In Italia si aggira uno spettro inquietante. È l´insicurezza. Tanto densa e tanto acuta da sfiorare la paura. Dell´altro. Una indagine condotta nei giorni scorsi da Demos per la Fondazione UniPolis delinea queste tendenze in modo inequivocabile.

            Secondo l´indagine (in corso di svolgimento: verrà presentata nelle prossime settimane), cinque persone su dieci oggi ritengono che, nella zona di residenza, la criminalità sia cresciuta negli ultimi anni. Si tratta di un dato superiore di sei punti percentuali rispetto a cinque mesi fa. Ma di quasi venti rispetto a due anni addietro. Inoltre, quasi nove persone su dieci (praticamente tutti) pensano che la criminalità sia cresciuta in Italia. Cinque punti percentuali in più rispetto allo scorso giugno; otto rispetto a due anni fa. La paura, quindi, è diffusa, sul territorio. Influenzata da fattori che, in parte, trascendono l´esperienza personale, visto che la percezione dell´illegalità è maggiore quando si fa riferimento a contesti più distanti da noi. L´Italia piuttosto che il nostro quartiere. Tuttavia, l´insicurezza è cresciuta soprattutto in rapporto alla realtà locale. Insieme, è montata anche la paura dello "straniero". Ormai, il 47% degli italiani considera gli immigrati un pericolo per l´ordine pubblico e per la sicurezza personale. Si tratta del dato più elevato dal 1999 ad oggi. Nel 2003 la pensava in questo modo il 33% della popolazione, due anni fa il 41%.

            Fra insicurezza e immigrazione c´è un legame stretto. Il peso di quanti ritengono cresciuta la criminalità (sia locale che nazionale), infatti, è massimo tra coloro che considerano gli immigrati un pericolo.

            In parte, questi sentimenti si spiegano con l´effettivo incremento degli immigrati e dei reati commessi dagli immigrati. Però, appunto: solo in parte. Rammentiamo, per analogia, lo scenario del 1999, quando la percezione del pericolo raggiunse indici molto simili ad oggi. Influenzata, più che dalla realtà, dall´immagine. Dalla rappresentazione offerta dai media. Episodi criminali cruenti rilanciati, in modo martellante, da giornali e tivù. Insieme agli sbarchi dei disperati, che abbordavano le nostre coste. L´insicurezza salì. Anche se la criminalità, nel corso degli anni Novanta, si era notevolmente ridimensionata. Tuttavia, l´enfasi mediatica contribuì ad accentuare la sfiducia nei confronti del governo di centrosinistra. Ritenuto, allora come ora, meno adeguato ad affrontare la sfida dell´insicurezza. Così, nel 2001 la CdL vinse le elezioni. E la paura, all´improvviso, si ridimensionò. E l´Italia apparve, per qualche anno, meno insicura. Oggi, l´emergenza sembra tornata. Come e più di allora. Le "carrette del mare" hanno ripreso a sbarcare sulle nostre coste il loro carico di disperazione. Peraltro, a dispetto delle apparenze, una frazione limitata dell´immigrazione clandestina. Ma gli sbarchi sono spettacolari. Come i delitti. Soprattutto se atroci. Come quello, orribile, commesso a Tor di Quinto. Ai danni della povera Giovanna Reggiani. L´orrore, la pietà, la rabbia: sui media, fanno ascolti eccezionali. Ma l´onda dell´indignazione rischia di trasportarci lontano dalla "normalità". E dalla realtà. Domenica, Repubblica ha pubblicato una lettera di Romano Prodi, che raccontava un episodio di vita quotidiana. Qualche ora passata agli uffici comunali di Bologna, per rinnovare la sua carta di identità, scaduta. In mezzo a numerosi immigrati, di diverse nazionalità. A parlare di cose quotidiane. Un pezzo di realtà quasi irreale. Uno spaccato di vita normale che urta contro la rappresentazione iperbolica dell´immigrazione, a cui siamo avvezzi. Eppure testimonia di un´impresa quasi eccezionale, nella sua normalità. Rammenta che, in pochi anni, siamo divenuti un Paese ad alta presenza di stranieri (oltre il 6% della popolazione). Come Francia, Germania e Gran Bretagna. Dove il fenomeno ha una storia assai più lunga della nostra. Senza venirne travolti. Grazie alla capacità di integrazione della società, delle reti di solidarietà, dell´associazionismo cattolico, ma anche laico; al lavoro quotidiano degli enti locali. Anche quelli governati dalla Lega: "cattivi" a parole, ma "buoni" nei fatti. Ma il dibattito politico generale, invece di valorizzare la capacità di adattamento espressa dal nostro tessuto sociale e locale, pare ispirato da preoccupazioni elettorali. Trainato dalla narrazione truce dei media. Così, come nel 1999, è tornata la sindrome dell´assedio. Dovunque, romeni e rom, pronti ad assalire i cittadini inermi. Come ieri gli albanesi, l´altro ieri i cinesi, prima ancora i maghrebini. La Padania suggerisce, per assonanza, anche i Romani. E, già che ci siamo, anche Romano.

            Nel buco nero dell´indistinto, d´altronde, ogni pregiudizio trova conferma e ogni paura risposta. Di certo, non soluzione.

            Meglio, allora, provare a distinguere. Aggiungere qualche informazione. (Che attingiamo dal prezioso lavoro di documentazione condotto dal Caritas/Migrantes). Utile, comunque, a evitare le trappole del luogo comune.

            1. I Rom non sono i romeni. I quali, in Italia, oggi sono circa 600mila. Il primo gruppo nazionale, per entità. Hanno un alto livello di scolarità. Sono in larga misura occupati. Perlopiù nelle costruzioni e nei servizi. In Italia operano circa 15 mila aziende romene (soprattutto edili). Quanto basta per contrastare le immagini che rappresentano i romeni come una "folla criminale".

            2. Sotto il profilo delle statistiche giudiziarie, i reati commessi dai romeni rappresentano circa un sesto sul totale delle denunce ai danni di stranieri. Il che coincide con il loro peso sul totale degli immigrati. Nel Lazio pare vi siano un terzo dei romeni denunciati in Italia. Ma i dati disponibili non permettono di esprimere stime precise, al proposito. Sufficienti, però, a consigliare prudenza prima di esprimere giudizi poco fondati, oltre che indecorosi, sulla vocazione criminogena dei romeni.

            3. Il flusso dei Rom è effettivamente cresciuto, negli ultimi tempi, anche in seguito alle pressioni esercitate su di loro dalla Romania. I Rom. Stanno ai margini della nostra società e delle nostre città. In Italia, come ha mostrato Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, suscitano diffidenza in otto italiani su dieci. Ma lo stesso avviene in Europa. In Romania, peggio che altrove. I Rom, nella "normalità", sono autori di illegalità diffuse. Reati piccoli, che suscitano grande insofferenza. Ma, sicuramente, non sono attori di "grande criminalità". L´autore dell´orrendo crimine di Roma è un "deviante", marginale perfino tra i Rom. Non a caso a denunciarlo è stata una donna Rom.

            4. Non è vero che i Rom rifiutino ogni tentativo di integrazione. Dove sono state effettuate politiche locali finalizzate a questo obiettivo, come a Pisa, Venezia, Napoli, i risultati si sono visti. Come ha rammentato, benissimo, ieri, Barbara Spinelli, sulla Stampa. Sceglierli come bersaglio, su cui scaricare la riprovazione e l´indignazione generale, però, è facile. Sono gli ultimi degli ultimi. Senza uno Stato o una lobby (magari criminale) a difenderli.

            5. La "grande criminalità" straniera, ovviamente, esiste. E si è sviluppata profondamente, nel nostro Paese. Ma non ha radici Rom (né Sinte). È, invece, gestita da bande organizzate (in questo caso sì) "romene". Ma anche senegalesi, albanesi. Collegate ad altre bande, italiane e straniere (sudamericane). Gestiscono, soprattutto, il traffico della droga e la prostituzione. Migliaia di ragazze e di bambine, spesso romene, comprate oppure rapite a casa loro, per essere trasferite sulle nostre strade. Dove la clientela (italiana) è abbondante.

            Il dibattito di questi giorni non sembra in grado, ma neppure preoccupato di spiegare, distinguere, affrontare questi fenomeni. È scosso da sussulti mediatici, avvenimenti tragici. Così, la destra indossa la maschera più dura. Per professione. La sinistra moderata risponde con lo stesso linguaggio, per paura di mostrarsi debole. E la sinistra (cosiddetta) radicale, "perplessa", grida contro il nuovo razzismo. Per riflesso condizionato. Solidarietà, rigore, legalità, tolleranza/zero. Parole brandite come armi. Da ciascuno, per difendere la sua quota di mercato elettorale. (Alla fine, come in passato, l´unico a guadagnarci sarà il centrodestra).

            Ridurre una realtà così complessa al tema dell´insicurezza rischia, però, di alimentare altre preoccupazioni. Di moltiplicare i "nemici". E di imprigionare noi stessi, dentro alle nostre paure. Stranieri anche noi. Abitanti feroci di una terra feroce. Il Paese della "tolleranza zero". A parole. Nel quale, personalmente, troviamo difficile – e un po´ umiliante – vivere.