Metà degli autonomi con guadagni da fame

19/06/2007
    martedì 19 giugno 2007

    Pagina 4 – Economia

      l´evasione

        Metà degli autonomi con guadagni da fame

        Il dossier Visco: oltre il 50% dichiara un quarto di chi sta negli studi di settore

          BARBARA ARDÙ

          ROMA – Con 800 lire si comprava un bignè. Ottomila lire e te ne portavi a casa un vassoio. Oggi a meno di 80 centesimi non c´è pasticciere che te lo venda. Eppure nonostante il prezzo sia raddoppiato i pasticcieri continuano a fare una vita grama. È vero che anche lo zucchero è aumentato, che le mandorle costano, che il cioccolato, se lo vuoi buono, lo devi pagare, ma a leggere le loro dichiarazioni dei redditi sembra meglio entrare in Polizia che aprire una pasticcieria. Chi vende dolci elaborati, un artigiano a tutti gli effetti, dichiara meno di un poliziotto con dieci anni di servizio alle spalle, appena 25 mila euro lordi l´anno. E mica a tutti va così bene. Solo coloro che hanno aderito agli studi di settore, che si sono dunque riconosciuti nei calcoli dell´Agenzia delle entrate, che stabiliscono quanto in base ai ricavi e ai costi sostenuti da un´impresa, si porta a casa, a fine anno, un lavoratore autonomo, dichiarano in media 25 mila euro. Gli altri, quelli che hanno valutato troppo elevato il reddito calcolato con gli studi di settore, sono sull´orlo della povertà, guadagnano 11 mila euro l´anno, la metà di quanto si porta a casa in media un lavoratore dipendente. O almeno quegli 11 mila euro è quanto dichiarano. Una vita amara nonostante tutto quello zucchero.

          Gli autonomi sugli studi di settore hanno sempre puntato i piedi, nonostante a scriverne il contenuto ci siano anche loro. E quanto più agli studi vengono aggiunte sofisticazioni (è accaduto con la Finanziaria del 2006 e anche con quella del 2007), tanto più gli autonomi non vi si riconoscono. Nel 2005 meno del 40 per cento di commercianti e artigiani ha aderito, riconoscendo dunque che il reddito calcolato dallo studio era più o meno quello reale. Un anno prima però, nel 2004, le adesioni erano state più alte, il 60 per cento. Cosa è accaduto? Qualcuno se la sarà vista brutta, magari ha lavorato di meno. E gli altri? Forse l´aggiornamento degli studi di settore non li ha convinti troppo e si sono defilati.

          Ma rimaniamo al 2005: meno del 40 per cento ha aderito, oltre il 50 per cento ne è rimasto alla larga, mentre il 10 per cento è rappresentato da lavoratori che operano in situazioni di marginalità economica. Dunque la metà dei lavoratori autonomi italiani (2milioni e 616 mila) nel 2005 non si è riconosciuto negli studi di settore. Avrebbe guadagnato di meno, parecchio di meno: il rapporto a volte è addirittura di uno a quattro. Se per esempio chi ha aderito ha dichiarato 25 mila euro, chi non lo ha fatto ne avrebbe guadagnati poco più di 6 mila, un reddito da fame. Meno di quanto si porta a casa una donna di servizio extracomunitaria o un lavoratore precario dei call center. Possibile? Assolutamente sì. Un ristoratore laziale nel 2005 ha dichiarato in media un guadagno di quasi 12 mila euro l´anno. Il titolare di una lavanderia lombarda che passa la giornata tra fumi e vapori guadagna in media 12 mila euro. Meno, sempre meno, di chi ha un lavoro dipendente, che in media si porta a casa a fine anno 22 mila euro lordi.

          E la lista può continuare all´infinito, perché chi si ritiene non congruo ad aderire agli studi di settore (il 50 per cento degli autonomi) dichiara di guadagnare in media tra i 10 mila e i 20 mila euro. Non c´è da stupirsi dunque se l´evasione fiscale sfiora ormai i 270 miliardi (il 27 per cento del Pil). Tutta ricchezza prodotta, ma occultata o celata con sofisticati sistemi. Le scorte di magazzino per esempio. Un macellaio che rientra negli studi di settore dichiara una durata delle scorte che varia dai 5 ai 23 giorni. Per un macellaio che si sottrae agli studi di settore la durata delle scorte varia dai 75 ai 199 giorni. Dunque o la carne è marcia o è congelata o c´è qualcosa che non torna. Ci sono casi anche più palesi: panettieri che producono poco pane, ma acquistano molta farina. Parrucchieri che pagano bollette della luce e dell´acqua elevate, ma fanno poche messa in piega. I dati sconcertano eppure la protesta di commercianti e artigiani contro gli studi di settore cresce.