Mestre. «Noi, le commesse sfruttate»

09/03/2004

MESTRE

MARTEDÌ 9 MARZO 2004

 
 
Pagina 20 – Mestre
 
 

«Noi, le commesse sfruttate»

Le storie «flessibili» delle dipendenti della grande distribuzione
    Presidio in piazza Ferretto per il rinnovo del contratto del commercio, in provincia interessa 56 mila dipendenti

     MESTRE. La carica dei 56 mila. L’esercito dei dipendenti del commercio è sul piede di guerra per il rinnovo del contratto, scaduto da più di un anno. Cgil-Cisl-Uil hanno scelto l’8 marzo per un presidio in piazza Ferretto. Una giornata simbolica per rimarcare come nella provincia di Venezia circa il 60 per cento dei dipendenti del commercio siano donne. E toccano in particolare alle donne le posizioni più precarie all’interno delle aziende.
    Quello del commercio è un universo variegato che comprende un po’ di tutto. Si va dai dipendenti della grande distribuzione (Auchan, Carrefour, Panorama, Metro, Pam), a quelle del negozietto stagionale. Mondi diversi, situazioni diverse, ma unite tutte da una alta percentuale di flessibilità, che nella maggioranza dei casi si traduce in precarietà. E’ per questo che l’8 marzo è diventata una giornata di mobilitazione «contro la degenerazione del settore commerciale». Una giornata di mobilitazione per rimacare tutte le difficoltà e gli ostacoli che devono superare le donne in aziende commerciali, soprattutto se scelgono di diventare mamme. In molti casi sono messe nelle condizioni di mollare, per far spazio a dipendenti più giovani, «più flessibili», più disponibili alle esigenze aziendali.
    Prendi il caso di
    Giovanna (nome di fantasia) di 34 anni, che ha ripreso il servizio in una grande azienda, dopo la maternità. Prima di partorire era responsabile di un reparto, dopo un anno torna in azienda e per ottenere il part-time è stata costretta ad accettare un posto come magazziniera che inizia alle 4 del mattino. «Prendere o lasciare», gli hanno detto. Lasciare non può: «C’è una famiglia da madare avanti, il mutuo da pagare e lo stipendio di mio marito non basta. Ho dovuto accettare per bisogno, ma anche perché non voglio rinunciare a lavorare. L’azienda mi ha offerto un posto da scaricatore per scoraggiarmi ad accettare, ma io non mollo. Finchè le forze mi reggono vado avanti». Giovanna si alza alle tre del mattino. Fa colazione ed esce di casa. Alle 4 è già operativa in magazzino. Quando torna a casa è distrutta. Eppure c’è da badare ai bambini, sbrigare le faccende di casa e preparare la cena. Poi alle tre del mattino seguente suona di nuovo la sveglia.
     Se la passa meglio
    Gabriella (nome di fantasia), cassiera di un ipermercato, che finisce di lavorare alle 21.30. «Non arrivo mai a casa prima delle dieci di sera. Vorrei un figlio, ma ditemi voi come si fa in queste condizioni. Non ci sono asili nido aperti fino a quell’ora. La baby-sitter non me la posso permettere, i nonni sono troppo anziani per darmi una mano. Ditemi voi come posso fare. L’unico modo è lasciare il lavoro fatto su misura per chi non ha famiglia».
     Sono tante le lavoratrici del commercio nelle condizioni di Giovanna e Maria. L’8 marzo per tutte loro più che una giornata di festa è una giornata di lotta: «Inutile riempirsi la bocca con belle parole piene di retorica, se poi non cambia nulla. Questa deve essere una giornata di solidarietà, di impegno per cambiare le cose. Bisogna aprire gli occhi di fronte alla realtà delle donne che lavorano, di quelle che non riesoscono a trovare un posto e di quelle che sono costrette a mollarlo quando decidono di mettere su famiglia». Detto tutto ciò, ci può stare anche un rametto di mimosa, fermo restando che il presidio di ieri di Cgil-Cisl-Uil era per sensibilizzare l’opinione pubblica sul contratto nazionale da rinnovare scaduto da 13 mesi: «Confcommercio», sostengono le organizzazioni sindacali, «ha mantenuto posizioni rigide in particolare sul mercato del lavoro, chiedendo di introdurre orari ancora più flessibili e volendo precarizzare ulteriormente i rapporti di lavoro. Noi non chiediamo la luna. Chiediamo un aumento salariale di 107 euro e vogliamo rendere il lavoro più stabile, meno soggetto ai ricatti perché la dignità delle persone che lavorano, siano esse part-time o a tempo pieno o con contratto a termine, per noi non ha valore». I sindacati hanno messo sul piatto un pacchetto di 16 ore di sciopero per premere sulla chiusura del contratto.