Mercato del lavoro, scontro al Senato

30/10/2002

          30 ottobre 2002

          Mercato del lavoro, scontro al Senato
          Maroni «apre» alla Margherita, ma è solo un trucco. D’Amato: modificare l’art.18

          Nedo Canetti
          ROMA Dovrà tornare al Senato, dov’era stata approvata in prima lettura,
          la delega al governo sul mercato del lavoro. Ieri, infatti, la Camera ha
          approvato numerosi emendamenti, presentati dalla maggioranza e dallo
          stesso governo. Si tratta del provvedimento, dal quale, in prima lettura,
          nel pieno dello scontro durissimo tra esecutivo (e Cdl) e Cgil e
          opposizione, furono stralciati, a Palazzo Madama, gli articoli più controversi,
          anzitutto quelli sull’art.18, gli ammortizzatori e l’arbitrato. Nonostante
          il testo fosse stato prosciugato dei punti di più alta frizione, occorsero molti
          mesi al Senato per il voto finale, anche perché pareva che il governo fosse
          poco interessato alla sua approvazione, sollecitata, invece, con molto vigore
          ancora ieri con dichiarazione del presidente, Antonio D’Amato, dalla
          Confindustria. Approdato alla Camera, è stato sottoposto ad una raffica di
          emendamenti non solo dell’opposizione, ma, come dicevamo, della stessa
          maggioranza, che si è resa conto delle molte lacune e contraddizioni
          che l’articolato conteneva. La Confindustria teme che, se l’iter del
          provvedimento continua ad allungarsi, può anche capitare che salti
          l’obiettivo, ribadito dal ministro Roberto Maroni, del varo definitivo
          delle nuove misure entro l’ anno. In questo caso, potrebbe anche capitare
          che la delega venga rinviata al 2003, essendo le Camere impegnate
          nella sessione di bilancio, per l’approvazione della finanziaria. Ottimista,
          il sottosegretario, Maurizio Sacconi, che prevede il voto finale, alla
          Camera, per questa mattina con immediato trasferimento al Senato.
          L’andamento della discussione, ripresa nel merito, dopo che la maggioranza
          ha bocciato la pregiudizile di incostituzionalità presentata dall’Ulivo, non
          sembra però suffragare questa fiducia.
          Ieri sera, l’esame era fermo ai primi dei sette nutritissimi articoli.
          Per tentare di accelerare i tempi e, contemporaneamente, aprire un cuneo
          nelle file dell’opposizione , Maroni aveva, lunedi, manifestato la
          propria disponibilità a modificare il testo, aprendo alle proposte della
          Margherita. Ieri, prima che l’aula di Montecitorio affrontasse l’esame
          della delega, si sviluppava, tra le forze politiche, un confronto serrato
          proprio attorno a questa «apertura» , che era stata valutata, con prudente
          attenzione, dalla Margherita. Un atteggiamento che destava perplessità,
          oltre che nelle file degli alleati, anche in quelle del partito. Dubbi sulla
          sincerità del ministro erano espresse dall’ex sottosegretario alla Presidenza,
          Enrico Micheli; dall’ ex ministro Tiziano Treu; dal braccio destro di Rutelli,
          Paolo Gentiloni. Che di si trattasse, si è visto non appena la Margherita ha
          posto alcune condizioni (che facevano parte del «pacchetto» di emendamenti
          dell’Ulivo). Subito Maroni, Sacconi, esponenti della maggioranza hanno
          annunciato che queste pregiudiziali della Margherita chiudevano ogni discussione.
          Era una trappola.
          La Margherita se n’è tirata fuori, non appena ha capito che il governo cercava di
          incastrarla, come avevano subito fiutato il PcdI e i ds. «Al Senato – ha precisato il
          responsabile lavoro della Quercia Cesare Damiano – l’Ulivo presentò emendamenti,
          poi trasferiti alla Camera, che il governo non ha mai preso in considerazione,
          nonostante il tempo trascorso. L’attuale suo presunto dialogo è strumentale».
          Strumentalità dimostrata anche dal fatto che, non appena il capogruppo Dl, Pierluigi
          Castagnetti, ha parlato di art.18 da non toccare, tutte le finte aperture si sono chiuse.
          Archiviata la parentesi aperturista, l’Ulivo ha votato compatto per l’incostituzionalità
          del testo e poi per i proprio emendamenti.