Mercato del lavoro, l’Italia dei paradossi

25/07/2002
          25 luglio 2002

          Disparità tra regioni nella creazione di occupazione, distanza dall’Europa e carenza di figure specifiche richieste
          dal mondo produttivo rendono più faticosa la crescita economica – Sono da evitare gli interventi normativi generici

          Mercato del lavoro, l’Italia dei paradossi
          La flessibilità ha creato posti quando è stata usata bene

          DI DANIELE MARINI

          Anche il nostro Paese, non molto diversamente da altri,
          è differenziato nelle forme del suo sviluppo sociale ed
          economico. Molti studi hanno messo in evidenza le
          molteplici caratteristiche su cui si fonda, ad esempio,
          la struttura delle imprese e la loro relazione con le
          società locali. Ancora negli anni 70, le analisi di Bagnasco,
          Trigilia e, poi, Beccattini — solo per citare alcuni fra
          gli studiosi — hanno messo in luce le diversità dello
          sviluppo territoriale, le articolazioni dei modelli
          di crescita socioeconomica.
          Molte Italie. Alle Tre Italie allora identificate si sono
          aggiunti approfondimenti successivi che hanno messo
          in luce come, oltre alla Prima (Nord Ovest), alla Seconda
          (Mezzogiorno) e alla Terza Italia (che congiunge il Tirreno
          con l’Adriatico, unendo la Toscana, l’Umbria e le Marche
          al Nord Est) fosse possibile rinvenire articolazioni ulteriori.
          Come le realtà economiche segnate dalle piccole
          dimensioni e dallo sviluppo distrettuale fossero rinvenibili,
          in realtà, non solo nel Nord Est, ma anche nel Nord Ovest,
          attorno alle grandi fabbriche.
          E, più di recente, anche nel Mezzogiorno, soprattutto
          nella fascia adriatica.
          Di conseguenza, così come esistono diversi modelli
          di sviluppo d’impresa, parallelamente esistono diversi
          mercati del lavoro locali. Al plurale, appunto, perché
          diverse sono le condizioni sociali complessive, le forme
          di regolazione sociale, il funzionamento delle istituzioni
          preposte, le professionalità esistenti e per certi versi
          anche le culture del lavoro.
          Il mercato del lavoro nazionale oltre che essere articolato
          sul territorio, non dissimilmente da altri Paesi, appare tuttavia
          maggiormente segnato da fenomeni "paradossali", da forti
          disomogeneità e con polarizzazioni regionali.
          Forti disomogeneità. Un primo paradosso viene dagli
          indicatori tradizionali all’interno del Paese. Ad un tasso di
          attività, nel 2001, che nel Trentino Alto Adige si colloca
          al 55,5%, fa da contrappeso quello della Sicilia che si
          ferma al 42,9 per cento.
          A una disoccupazione frizionale del Trentino-Alto Adige
          (2,6%) si contrappone quella della Calabria (25,7%).
          Un secondo paradosso si riflette nel confronto europeo,
          dove le contraddizioni dello sviluppo socio-economico
          assumono un risalto ulteriore.
          L’Italia, al 2000, aveva un tasso di attività (48,1%)
          inferiore alle media dell’Unione europea (56%) e una
          disoccupazione ancora superiore (10,8% in Italia,
          8,4% circa nell’Ue).
          Ma, oltre a tale distanza, il divario che
          caratterizza i mercati del lavoro dell’Italia non
          trova pari nelle altri Nazioni europee, superando
          di gran lunga la Spagna o la Germania, e ancor
          di più la Francia o addirittura la Grecia.
          Dunque, non solo c’è mediamente
          una partecipazione al lavoro ancora minore
          che nel resto dell’Europa, ma soprattutto
          c’è un divario che delinea una complessità del
          Paese accentuata rispetto agli altri partner continentali.
          Si tratta di contraddizioni conosciute, da (troppo)
          tempo collocate ai primi posti delle agende
          politiche e che lo stesso Patto per l’Italia
          doverosamente richiama, almeno nelle intenzioni.
          A ben vedere, nella storia recente qualcosa sembra
          muoversi, in virtù degli ultimi interventi che hanno
          introdotto elementi di flessibilità nel mercato (il
          cosiddetto Pacchetto Treu). Diversamente da quanto
          il dibattito politico-sindacale faccia spesso trasparire,
          ciò ha prodotto esiti articolati. Infatti, la flessibilità
          non produce automaticamente condizioni di precarietà
          sul mercato. Basti considerare come, mediamente,
          in Italia fra il 1999 e il 2001 la quota di occupazione
          dipendente è accresciuta del 4%, attestandosi
          in valori assoluti ben oltre i 21 milioni.
          La quota di occupazione dipendente, inoltre, cresce
          dal 71,6 al 72,2 per cento.
          Per converso, ciò non significa che tutte le forme di
          flessibilità siano positive, perché ciò dipende da un mix
          di fattori legati al contesto territoriale, alla storia lavorativa
          e alla professionalità dei lavoratori, alle strutture formative
          esistenti e così via.
          In generale, gli andamenti dei mercati del lavoro in Italia,
          considerati per ma croaree, stanno mettendo in evidenza
          primi segnali di processi di riduzione dei divari finora
          conosciuti. Certo, il peso delle vicende storiche non si può
          cancellare nel breve volgere di pochi anni.
          Tuttavia gli occupati nel Mezzogiorno (1999-2001)
          aumentano del 4,5% (il 4,0% in Italia), soprattutto grazie alla
          componente femminile (8,1%, 7,0% in Italia).
          Professionalità inadeguate. Ma proprio mentre si iniziano
          a intravedere questi segnali, un terzo ulteriore e pericoloso
          paradosso sembra profilarsi nel mercato del lavoro nazionale.
          Diverso dai precedenti, se non altro per il fatto che delinea
          un fenomeno analogo, seppure in condizioni diverse: la carenza
          di figure professionali adeguate alle richieste del mondo
          produttivo. Tale fenomeno, infatti, sembra accomunare il
          Nord del Paese, e in particolare il Nord Est, al Mezzogiorno.
          Dove, paradossalmente, nonostante tassi di disoccupazione
          assai elevati, le imprese faticano a trovare le professionalità
          necessarie. Al Nord, e segnatamente nel Nord Est, in
          presenza di un mercato del lavoro saturo, le imprese non
          dispongono della manodopera adeguata e richiedono persone
          immigrate. Nel Mezzogiorno, la manodopera abbonderebbe,
          ma non è quella che il mercato richiede.
          Le motivazioni e i fattori che producono il mismatch fra
          domanda e offerta di lavoro sono diversi fra loro, ma l’esito è
          analogo. Al Nord pesa il calo demografico, gli orientamenti
          verso il lavoro delle famiglie e delle giovani generazioni.
          Nel Mezzogiorno, dove la questione demografica
          è meno avvertita, sembrano pesare maggiormente le condizioni
          sociali e i sistemi di aspettative. Oltre all’esistenza di un mercato
          del lavoro parallelo e irregolare che recentemente l’Istat ha
          stimato per il 1999 pari al 22,6% nel Mezzogiorno (in continua
          crescita dal 1995), contro il 10,9% del Nord Est.
          Complesse interazioni. La comprensione, e le conseguenti
          politiche, richiedono dunque un’analisi accurata. Diversi
          studi s’interrogano sul reale potere descrittivo delle statistiche
          ufficiali riguardo alla condizione lavorativa, in particolare
          per il Mezzogiorno. Viceversa, sarebbe difficile spiegare il
          perdurare di tassi di disoccupazione così elevati senza
          manifestazioni di protesta sociale estesa.
          C’è un problema di misurazione, dunque. Nel contempo, ciò
          dimostra come sia difficile ricondurre i problemi del mercato
          del lavoro alla sola rappresentazione di indicatori quantitativi.
          Poiché entra in gioco un’interazione che lega lavoro,
          rappresentazioni del lavoro e delle relazioni sociali, qualità
          della vita. In modo assai più complesso di quanto non
          possa riverberare un indicatore.
          Soprattutto, questi paradossi devono invitare ad articolare
          maggiormente le analisi dei mercati del lavoro su scala
          territoriale. Di più, ad evitare interventi normativi indistinti.

          I NUMERI

          Gli occupati. Occupati a quota
          21.514.000 nel 2001. Di questi,
          8.060.000 sono donne. Il terziario
          occupa il 62,9%, l’industria il
          31,8%, l’agricoltura il 5,3 per cento.

          Macroaree. Nel triennio 1999-2001,
          l’occupazione cresce nel Nord Ovest
          del 3,5%, nel Nord Est del 4,3%, nel
          Centro del 3,8%, nel Mezzogiorno
          del 4,5 per cento.

          Da un anno all’altro. Cresce in
          Italia continuamente la quota di
          donne occupate: dal 34,9% del
          1995, al 37,5% nel 2001. Aumenta
          il tasso di terziarizzazione, diminuisce
          la quota degli occupati
          nell’industria.

          La disoccupazione. Le persone in
          cerca di occupazione, dopo una
          crescita continua fino al 1998
          (2.745.000), calano progressivamente
          fino ad attestarsi a
          2.267.000. Il tasso di disoccupazione
          nel 2001 è del 9,5 per cento.

          Il confronto con l’Ue. Il tasso di
          attività nell’Ue è al 56,0% mentre
          in Italia si colloca al 48,1 per cento.
          Viceversa, il confronto con il
          tasso di disoccupazione (2000) vede
          l’Italia ad una soglia superiore:
          10,8% contro l’8,4% dell’Ue