Mercato del lavoro, la legge Maroni è un ricatto per i precari

27/09/2004


            sabato 25 settembre 2004

            A Milano, con la legge 30, solo il 3% dei contratti di collaborazione si è trasformato in assunzione. E il 26% dei co.co.co. è stato costretto ad aprire la partita iva. Una ricerca del Nidil-Cgil
            Mercato del lavoro, la legge Maroni è un ricatto per i precari

            MILANO Per mesi il ministro del Welfare Roberto Maroni, il suo sottosegretario Maurizio Sacconi e l’ex (e non rimpianto) presidente di Confindustria Antonio D’Amato hanno predicato il verbo della flessibilità codificata nella legge 30: il lavoro precario rende liberi. Tranquilli, gli imprenditori vi assumeranno in massa. Gli argomenti dettati dalla logica del mercato del lavoro opposti dai sindacati e dagli studiosi di buon senso (o semplicemente “non allineati”) sostenevano l’esatto contrario: il rischio di un ampliamento senza speranze dell’area della precarietà. Ora anche i primi numeri confermano, purtroppo, le previsioni di chi temeva gli effetti nefasti della legge 30.

            Solo il 3% dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa (i cosiddetti Co.co.co), siglati a Milano e provincia si trasforma in lavoro dipendente. È questo il dato principale di una ricerca condotta dal Nidil Cgil Milano nel periodo giugno-settembre 2004. Dallo studio emerge inoltre che il 26% dei “collaboratori” è costretta ad aprirsi la Partita Iva pur di non perdere il posto di lavoro, mentre il 23% approda a un contratto a progetto. L’indagine è stata condotta su 985 lavoratori con l’obiettivo di tracciare un quadro della trasformazione subita dai Co.co.co. in seguito all’entrata in vigore della Legge 30. Dati che, secondo Amedeo Iacovella, segretario generale del Nidil (Nuove identità di lavoro) della Cgil di Milano, risultano ancor più «allarmanti» considerando che il 7% degli intervistati non ha ottenuto affatto un rinnovo del contratto, mentre il 41% ha avuto una proroga del Co.co.co., in linea con il recente decreto legge approvato dal consiglio dei ministri che stabilisce la possibilità di proroga dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa per un altro anno.

            Termini diversi, anche superiori all’anno, potranno essere stabiliti, secondo il decreto del 10 settembre scorso, nell’ambito di accordi sindacali di transizione al nuovo regime. «Il rischio – spiega il segretario generale del Nidil milanese – è che si giunga a dei veri e propri ricatti per firmare delle proroghe, altrimenti nessun contratto. Ecco perché bisogna impegnarsi affinché, accanto alle proroghe, si abbia un’estensione dei diritti dei lavoratori».
            Una realtà, quella dei cosiddetti lavoratori atipici, che in Italia coinvolge 2,8 milioni di persone, di cui 305.000 nella sola Milano e provincia e 600.000 in Lombardia. «Questi dati – sottolinea Iacovella – dimostrano quanta demagogia ci sia stata da parte soprattutto del ministro e del sottosegretario del Lavoro nel tentare di accreditare la favola della trasformazione dei contratti da collaborazione a lavoro subordinato».

            «La trasformazione dei co.co.co in partite Iva -prosegue il sindacalista della Cgil- è confermato dai dati dell’agenzia delle entrate di Milano che registra un +34% nell’apertura delle partite iva rispetto allo scorso anno». Un dato che evidenzia come «la riforma non ha sortito gli effetti sperati e che in molti hanno subito il ricatto e sono stati costretti ad aprirsi la partita iva pur di continuare a lavorare. A fine anno – ammonisce Iacovella – ci troveremo di fronte a un esercito di liberi professionisti, di veri e propri venditori di se stessi». Anche i progetti alla base dei contratti delineati dalla riforma voluta dal duo Maroni-D’amato, secondo il sindacato, sembrano avere alimentato nuove illusioni e creato scorciatoie per evitare i costi del lavoro dipendente.

            «Molto spesso – commenta il segretario generale del Nidil Cgil di Milano – i progetti non ci sono affatto e i contratti vengono legati a dei progetti inesistenti, o all’aumento di fatturato. Un muratore si è recato da noi per chiedere dei chiarimenti su questo tipo di contratto. Ci ha detto che il progetto alla base del lavoro offertogli era quello di costruire una casa. Ormai non c’è più da meravigliarsi, al giorno d’oggi capita anche questo».

            gp.r.