“MercatiAperti (1)” La concorrenza «vale» 650mila posti (F.Locatelli)

09/05/2005
    domenica 8 maggio 2005

    IN PRIMO PIANO – pagina 3

      INCHIESTA / MERCATI APERTI E LAVORO

      La concorrenza «vale» 650mila posti
      Per l’Ocse la liberalizzazione dell’economia italiana può alzare il tasso d’occupazione del 3%

      di Franco Locatelli

      L a concorrenza abbassa solo i prezzi o crea anche sviluppo e, in Italia, aumenta o riduce i posti di lavoro? Questi interrogativi, sollevati a febbraio dal convegno « Oltre il declino » della Fondazione Rodolfo De Benedetti e nei giorni scorsi da una ricerca controcorrente della Fondazione Di Vittorio ( si veda Il Sole 24 Ore del primo maggio), non hanno più uno spessore solo teorico e accademico ma stanno acquistando una valenza fortemente politica. Le acque si stanno finalmente muovendo a destra come a sinistra e forse non è casuale che Romano Prodi abbia subito rilanciato nel suo sito ( www. governareper. it) lo stesso studio della Fondazione Di Vittorio che sta suscitando qualche t r e m o r e nell’ala più radicale della Cgil. La disputa sul rapporto tra concorrenza e lavoro resta però aperta. Una ricerca empirica che faccia il consuntivo degli effetti delle liberalizzazioni sull’occupazione in Italia non c’è ancora e la ragione la spiega Angelo Cardani, docente di Economia Politica alla Bocconi appena rientrato da Bruxelles dove è stato per dieci anni uno dei più stretti collaboratori di Mario Monti: « Ci sono problemi di analisi non indifferenti perché è indubitabile che le liberalizzazioni provochino una diminuzione dei prezzi e, di conseguenza, un aumento del reddito disponibile, un incremento della domanda— nel settore originario o in altri — e una lievitazione dell’occupazione, ma non è facile isolare statisticamente questi effetti da altri potenziali effetti di aumento della domanda provenienti da altre cause » . Aggiunge Pippo Ranci, l’ex presidente dell’Authority dell’energia che è tornato a insegnare Politica economica alla Cattolica di Milano: « Nell’immediato l’introduzione della concorrenza nei settori protetti e tradizionalmente monopolistici produce forti aumenti di produttività e forti riduzioni di occupazione non produttiva nelle imprese esistenti. Sarebbe però una follia rinunciare alle prospettive di sviluppo per mantenere (temporaneamente) un’occupazione improduttiva». Anche perché «vi è una compensazione occupazionale nelle nuove imprese che entrano negli stessi settori, ma non sufficiente a compensare la perdita» nei settori in questione.

      La creazione di nuovo lavoro supera i posti improduttivi persi.
      Per Ranci il punto cruciale dell’intera partita tra concorrenza e occupazione si può riassumere così: «La perdita (di posti di lavoro in un determinato settore) viene ben più che compensata se si considera il guadagno di efficienza dell’intero sistema, che finora ha pagato l’inefficienza dei settori protetti sopportandola tra i propri costi. Il sistema potrà, così, meglio competere e lo sviluppo creerà più occupazione» .

      In sostanza, la concorrenza riduce i posti di lavoro improduttivi in un settore ma genera più competitività e più occupazione in tutto il sistema anche se « non è possibile vedere la compensazione posto per posto » perché la contabilità del lavoro in un’economia di mercato non è un fattore statico ma deve vedersela con un sistema in continua trasformazione.

      Per quanto non esista ancora uno studio empirico sugli effetti occupazionali delle liberalizzazioni in Italia, l’ultimissima edizione del libro « Economia e politica della concorrenza » , scritto per Carocci da due ricercatori del Servizio Studi della Banca d’Italia, Chiara Bentivogli e Sandro Trento, indaga a lungo sulle ragioni anche culturali che hanno frenato la lotta ai monopoli in Italia e rinvia giustamente agli studi dell’Ocse sul rapporto tra concorrenza, sviluppo e occupazione. In una classifica dei diversi sistemi di regolazione dell’economia dei 21 Paesi più avanzati l’Italia risulta per l’Ocse in fondo alla graduatoria, perché presenta i maggiori ostacoli alla concorrenza, malgrado i passi avanti degli ultimi quindici anni. In particolare un gruppo di economisti dell’Ocse, guidati dall’italiano Giuseppe Nicoletti, ha calcolato che, se l’Italia si allineasse ai Paesi più aperti alla concorrenza e al mercato, la crescita della produttività guadagnerebbe più di un punto percentuale per almeno dieci anni e il tasso di occupazione salirebbe di circa tre punti.

      Il che, tradotto in cifre, vuol dire che la liberalizzazione dell’economia italiana potrebbe creare, secondo l’Ocse, circa 650 mila posti di lavoro in più. E a beneficiarne sarebbe l’intero sistema ma soprattutto i servizi, come ha dimostrato una recente analisi di Guido Tabellini che ha messo a confronto le tendenze occupazionali in Italia, Europa e America.

      Il confronto con l’America. « Negli Stati Uniti — spiega l’economista della Bocconi — lo sviluppo della concorrenza nei servizi ha accresciuto la produttività e l’efficienza senza pregiudicare l’occupazione, che tra il 1991 e il 2002 è cresciuta in media dell’ 1,48%, cioè più di quanto non sia cresciuta nei servizi in Europa (+ 1,05%) e quasi il doppio (+ 0,83%) di quanto è avvenuto in Italia, dove ci sono margini di recupero di produttività del lavoro e di efficienza soprattutto nel commercio, nella logistica e nella finanza, che possono dare benefici occupazionali rilevanti nel medio periodo. Del resto — aggiunge Tabellini — numerosi studi empirici hanno documentato gli effetti positivi che la deregulation degli anni ‘ 70 e ‘ 80 ha avuto sulla creazione dei posti di lavoro negli Stati Uniti » . Analogamente, nel rapporto sulle liberalizzazioni in Italia presentate al convegno di febbraio della Fondazione De Benedetti da Carlo Scarpa dell’Università di Brescia e da altri economisti si rilevava che anche nel breve periodo in servizi direttamente investiti da processi concorrenziali, come l’energia e perfino il commercio, non sembra che l’occupazione debba subire sofferenze particolari.

        Sarà anche vero che in Italia non esistono ancora prove schiaccianti sull’effetto benefico della concorrenza sull’occupazione ma i segnali e gli indizi positivi ci sono tutti. Chi vuol riprendere la lotta ai monopoli può trovare qualche ragione in più.