Meno tasse per pochi

01/04/2004





 
   
1 Aprile 2004

 
Meno tasse per pochi
Tutti i numeri di una riforma fiscale classista difficile da realizzare.
GALAPAGOS


Che riforma fiscale ha in mente Berlusconi? Chi saranno i contribuenti che beneficeranno della riduzione della pressione fiscale? E, soprattutto, dove troverà il governo le risorse per la copertura finanziaria? Le risposte non sono semplici, nel senso che la confusione è tanta e le informazioni sulla platea dei contribuenti Irpef sono vecchie di alcuni anni e non si sa se rispecchiano la realtà attuale. Il punto di partenza, in ogni caso, è la piccola riforma Irpef varata con la finanziaria 2003 approvata a fine dicembre del 2002. Quella riforma confermò in 5 gli scaglioni di reddito sui quali si applicano aliquote progressive che partono dal 23% per i redditi fino a 15 mila euro per arrivare a una aliquota del 45% per i redditi superiori ai 70 mila euro. In precedenza l’aliquota minima era del 18% e per poter rendere più vantaggioso (per i bassi redditi) la nuova «curva» delle aliquote è stato introdotto un meccanismo di deduzioni decrescenti e differenziate che si annullano oltre i 26 mila euro di reddito lordo annuo. Un sistema abbastanza macchinoso che ha anche richiesto l’introduzione di una clausola di salvaguardia per tutelare i redditi di parecchi contribuenti che sarebbero stati danneggiati dalla riforma.

I risparmi fiscali derivanti dalla riforma non sono elevatissimi e si differenziano a seconda della professione di chi fa la denuncia. In linea di massima i maggiori benefici sono per i lavoratori dipendenti, rispetto ai pensionati e ai lavoratori autonomi. In soldoni, un lavoratore dipendente (senza carichi di famiglia) con un reddito di 15 mila euro l’anno rispetto risparmia 215 euro l’anno; con un reddito di 20 mila euro il risparmio sale a 279 euro; con un reddito che sale a 30 mila euro, il guadagno è di 81 euro l’anno, mentre per chi guadagna 40 o 50 mila euro lordi, la diminuzione della pressione fiscale è di 7 (sette) euro l’anno, poco più di mille lire la mese. Il «curioso» è che per i lavoratori autonomi con gli stessi redditi (40 e 50 mila euro l’anno) il guadagno fiscale è, invece, di 60 euro l’anno.

Come si può vedere, il meno «tasse per tutti» finora ha distribuito solo briciole, anche se proprio grazie alle briciole (pensate in particolare ai 7 euro di meno all’anno, ma anche agli 81 euro per chi guadagna 30 mila euro) Berlusconi ha potuto dichiarare che il primo modulo della sua riforma fiscale ha alleggerito la pressione a 28 milioni di contribuenti.

La riforma partita il primo gennaio 2003 (preceduta dall’abolizione della imposta sulle successioni e le donazioni), secondo il progetto di Berlusconi, doveva essere solo il primo modulo di una più generale riforma che avrebbe dovuto abbattere la pressione fiscale. A regime, secondo quanto pubblicizzato, si sarebbe dovuto arrivare a una esenzione totale dei redditi fino a poco più di 11 mila euro, il tutto accompagnato da una proposta che di fatto abolisce la progressività del sistema fiscale, visto che i redditi delle persone fisiche vengono tassati solo con due aliquote: 23% per i redditi fino a poco più di 100 mila euro l’anno (200 milioni) e un aliquota del 33% per i redditi oltre i 100 mila euro l’anno, superiori cioè ai 200 milioni.

Il confronto con le aliquote attuali mostra chiaramente chi saranno i beneficiari di questa riforma. Ma quanti saranno i beneficiari? Non tantissimi, ma quello che è certo con risparmi fiscali enormi. Fare un calcolo aggiornato non è facile: l’ultima analisi disponibile (al Secit e sul sito del ministero dell’economia e delle finanze) si riferisce alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 1998, cioè sei anni fa, in base alle quali risulta che su una platea di quasi 31 milioni di contribuenti, quelli con redditi superiori ai 100 mila euro lordi l’anno sono circa 145 mila. Questi contribuenti beneficeranno sia della riduzione dal 45 al 33 per cento, ma anche di quella al 23% per i redditi inferiori ai 100 mila euro sui quali le aliquote variano dal 20 al 39 per cento. Insomma. risparmi garantiti in abbondanza che allargando la platea dovrebbe privilegiare al massimo il 10% dei contribuenti, mentre a tutti gli altri (almeno il 50%) sono destinate le briciole. Ma quanto costerà questa riforma?

Proprio perché manca una distribuzione aggiornata della distribuzione dei redditi denunciati al fisco, un calcolo preciso non è possibile. Conviene quindi prendere per buone le cifre fornite da Berlusconi che ha indicato a regime una riduzione della pressione fiscale di 12 miliardi di euro, con un taglio da realizzare entro aprile per 6 miliardi di euro. Visto che attualmente il gettito Irpef ammonta a 120 miliardi di euro, il taglio promesso è pari al 10 per cento del gettito complessivo. Una somma non da poco che corrisponde a una manovra neanche tanto leggera che per semplicità può essere quantificata in oltre 23 mila miliardi di lire. Ai quali andrebbero aggiunte le risorse necessarie per una riduzione dell’Irap (l’imposta sulo regionale sulle attività produttive) promessa da Berlusconi agli industriali. Premesso che questo tipo di tagli permanenti delle entrate fiscali non possono essere finanziati da manovre di finanza creativa o da una-tantum, dove reperire le risorse necessarie?

La risposta non è semplice e la soluzione è aggravata dal fatto che l’andamento dell’economia italiana rischia di far saltare per il terzo anno consecutivo tutte le previsioni sull’andamento dei conti pubblici. Alcuni analisti, per esempio, sostengono che solo per rispettare gli impegni con la Ue esplicitati nelle leggi di bilancio sarebbe necessaria una manovra correttiva di almeno 10 miliardi di euro. Dove trovare gli altri soldi? Berlusconi ha promesso che non toccherà il welfare. Però i tagli al welfare sono impliciti nella riduzione dei trasferimenti agli enti locali che a loro volta sono costretti a aumentare le tasse sui servizi offerti o addirittura tagliare le prestazioni. Allora a cosa pensa Berlusconi. Ha detto che taglierà solo le spesa pubblica eccessiva. Ma qual è? Poi la solita affermazione: la riduzione fiscale si autofinanzierà con il rilancio dell’economia e la crescita della domanda. Una teoria molto reaganiana, che non a caso ha gettato gli Stati uniti nel baratro.