«Meno tasse», era una farsa Il premier: impossibile

14/01/2010

Con questa crisi la riduzione delle imposte «è fuori discussione». In tre parole Silvio Berlusconi piazza una pietra tombale sulla sua promessa più celebrata: meno tasse per tutti. Dietrofront nel giro di pochi giorni. È la seconda volta che il premier è costretto a una rapida retromarcia proprio sul tema fiscale. Già prima della Finanziaria aveva promesso meno Irap agli artigiani della Cna. Nulla di fatto. Stavolta aveva «ripescato» le due aliquote (23 e 33%) rincorse da 15 anni. E subito la smentita, arrivata al termine del consiglio dei ministri di ieri. Impossibile anche introdurre il quoziente familiare (altra promessa elettorale), per via delle condizioni del bilancio pubblico. Nessuno sgravio: semmai il governo pensa a una semplificazione: ma anche quella non si prospetta imminente. «Sarà un lavoro lungo e duro, improbo – spiega il premier – Spero possa essere sufficiente un anno». Finito il tempo delle promesse-facili. Il nuovo corso Tremontiano è improntato al rigore, e il premier sembra adeguarsi. Certo, ogni tanto il riflesso condizionato del sogno fiscale (liberi dalle tasse) torna prepotente: tiene banco sui giornali per qualche tempo, ma poi arriva la rettifica. Senza una vera manovra è impossibile avviare una vera riduzione fiscale. Per un governo che finora non è andato oltre l’ennesima sanatoria, è difficile impostare una riduzione strutturale.
CROLLO DELLE ENTRATE
Ma stavolta la marcia indietro è stata davvero repentina: questione di un centinaio di ore. Come mai? Forse c’entra qualcosa un altro dato che in mattinata è piombato sul bilancio tenuto da Tremonti: il calo delle entrate nei primi 11 mesi del 2009. Dato sensibile, anche sui mercati internazionali. Gli stessi che giudicano il debito del paese tra i più indebitati in Europa. Mancano all’appello circa 14 miliardi di Ires e Irap, le imposte pagate dalle imprese. Via Venti
Settembre attribuisce soprattutto alla crisi la perdita di gettito, pari quasi al 4%. Banca d’Italia valuta in 11 miliardi la perdita complessiva del gettito nello stesso periodo. Numeri pesanti, che si aggiungono agli 8 miliardi di maggiori costi per finanziare il deficit (dato fornito dal premier) e ai 30 miliardi in più di spesa corrente. Sulle minori entrate l’opposizione punta il dito contro la (mancata)lotta all’evasione, soprattutto sull’Iva. Il ministro invece minimizza,
e sforna un altro dato (tasso di variazione cumulato) per dimostrare che l’Italia sta meglio di altri Paesi. Sta di fatto che in Parlamento non è arrivata finora nessuna documentazione ufficiale sui flussi finanziari dello Stato. Tremonti preferisce il salotto di Bruno Vespa per diffondere i «suoi» numeri, e propagandare un rigore che tutte le cifre a disposizione
smentiscono.
NO FISCO, SÌ GIUSTIZIA
Lo ha fatto anche ieri, quasi all’unisono con il premier. Un altro «duetto » che vede il titolare del Tesoro come l’interlocutore privilegiato di Berlusconi. Tanto che nel salotto televisivo, dopo aver annunciato gli sviluppi del «fisco futuribile», parla della riforma più urgente: quella della Giustizia (manco a dirlo). Quanto al fisco, anche per Tremonti è tutto in retromarcia. L’Irap? Ovvero la tassa più odiata, su cui la destra ha «investito» parecchie campagne elettorali? «Ha sostituito altri contributi. Non so se è stata una scelta intelligente, ma adesso tornare indietro è difficile», replica il ministro. Non si può fare. L’irpef neanche a parlarne. L’iva è di competenza europea. Insomma, l’unica pedina che resta è la semplificazione. Partirà da L’Aquila (che c’entra?) il processo per ridurre i «140 modi per prelevare e dedurre». Ancora numeri roboanti e parole da slogan. «Dobbiamo porci la sfida di un grande cambiamento
del sistema fiscale. Adesso non è né efficace né giusto, dobbiamo averlo giusto ed efficace»