Meno soldi e futuro più incerto: italiani mai così pessimisti

27/05/2004


GIOVEDÌ 27 MAGGIO 2004

 
 
Pagina 27 – Economia
 
 
IL SONDAGGIO
Sondaggio della Doxa per conto dell´Assocomunicazione: un cittadino su due prevede che il 2004 sarà peggiore dell´anno scorso
Meno soldi e futuro più incerto
italiani mai così pessimisti

GIANCARLO MOLA


    ROMA – La cinghia si stringe. Il presente genera angoscia, e il futuro appare irrimediabilmente tinto di nero. Si può leggere l´Italia con il «motore al minimo» (già descritta dall´Istat) anche con gli occhi dei consumatori, in preda a una crisi di sfiducia mai vista negli ultimi anni. Quasi uno su due è convinto che il 2004 sarà peggiore del 2003. Più di due su tre sostengono che è diminuita la possibilità di comprare quello che interessa e piace. Tre su quattro, addirittura, sostengono che per arrivare alla fine del mese bisogna stare molto attenti a come si fa la spesa.
    Gli umori degli italiani sono stati registrati poche settimane fa, in un sondaggio della Doxa commissionato da Assocomunicazione che sarà presentato oggi a Rimini, in occasione dell´apertura del convegno annuale dell´associazione. Umori foschi, segnati da un pessimismo che negli ultimi tre anni ha inesorabilmente preso il sopravvento. Basta guardare la curva delle percezioni: nel 1997 il 45 per cento degli intervistati si attendeva un´annata migliore della precedente e solo il 21 per cento scommetteva su un peggioramento. L´ottimismo ha tenuto banco per i tre anni successivi. Poi, improvvisa, è arrivata l´inversione di tendenza: dal 2001 la fiducia è progressivamente calata e quest´anno il 48 per cento degli italiani prevede un´annata peggiore del 2003 mentre solo il 24 per cento è convinto che le cose sono destinate a migliorare.
    La crisi comincia a diventare anche esistenziale. Dovendo esprimere un voto da uno a dieci sul grado di gratificazione che si riceve da aspetti essenziali della vita quotidiana, gli italiani puntano decisamente al ribasso. Appena sufficiente la soddisfazione per la città in cui si vive (6,2 il voto medio: era 6,7 nel 1992) e per il tenore di vita (6,3 contro il 6,6 di dodici anni fa). Poco migliore la valutazione della città in cui si abita, calata dal 6,7 al 6,2. Complessivamente, nella pagella alla loro vita, gli intervistati non vanno oltre il 7 (nell´analoga indagine del ?92 il voto era 7,4).
    Il vero problema resta comunque la perdita del potere d´acquisto. La percezione che negli ultimi due anni si sia registrato un vero e proprio tracollo è dilagante. Il 65 per cento degli italiani interpellati dalla Doxa sostiene che è diminuita la possibilità di acquistare quello che piace, il 60 per cento ammette che è aumentate la ricerca di prodotti meno costosi, il 47 per cento si visto crescere la necessità di individuare punti vendita più convenienti.
    La cura del bilancio familiare è dunque diventata sistematica. D´altronde il 76 per cento degli intervistati dice di essere molto d´accordo (40 per cento) o abbastanza d´accordo (36 per cento) rispetto all´affermazione che in famiglia «per arrivare a fine mese dobbiamo stare molto attenti a quanto spendiamo per fare la spesa». Ancora più alta – addirittura l´84 per cento – la percentuale di quelli che cercano di comprare «solo le cose realmente indispensabili».
    La questione investe anche il mondo dei media. C´è voglia di sapere, di essere informati. L´85 per cento degli italiani chiede a televisione e giornali di parlare di più dei problemi dei consumatori. Molti modelli devono essere ripensati. Compresi quelli di pubblicità e marketing. Non è un caso che il sondaggio Doxa sia la base di discussione per la giornata di apertura del convegno di Assocomunicazione. «L´egocentrismo delle soddisfazioni attraverso il consumo – spiega infatti il presidente Enrico Montangero – si scontra sempre di più con i periodici allarmi sulla stagnazione dell´economia mondiale, e italiana in particolare, e sull´aumento del numero delle famiglie povere. La comunicazione deve confrontarsi con questi cambiamenti e cercare di mettere a fuoco il proprio ruolo, che non può limitarsi semplicemente ad incoraggiare i consumi».