Meno orario, meno soldi: cronache dall’ Alpitour

05/12/2001

TORINO

MERCOLEDÌ, 05 DICEMBRE 2001
 
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Effetto 11 settembre: l’azienda leader del settore turismo sperimenta un inedito accordo con i sindacati
Quelli dei viaggi perduti
 
 
 
Stesse condizioni anche per i dirigenti. "Sempre meglio del licenziamento"
Fino a un anno fa, dicembre era un mese di grande lavoro. Invece oggi…
 
DAL NOSTRO INVIATO
MARCO TRABUCCO

CUNEO — «Che cosa potevamo fare d’altro?». C’è orgoglio e insieme c’è paura nelle voci dei lavoratori dell’Alpitour: hanno evitato, per ora, con un gesto di solidarietà, i licenziamenti che sembravano inevitabili per la grave crisi del turismo, dopo l’11 settembre. Ma temono che quel gesto si riveli inutile, o controproducente: se la guerra non finirà o almeno se gli italiani non riprenderanno in fretta a volare, a sognare mete esotiche e a comprare di nuovo quei sogni.
Sogni che loro, i registi delle nostre vacanze, quest’anno a Natale, non possono concedersi. Il tempo ci sarebbe, i soldi no: è meglio risparmiarli perché nei prossimi tre mesi, il loro stipendio sarà ridotto di un quinto. E così l’orario di lavoro. Poi a primavera si vedrà, del doman non c’è certezza. La proposta dell’azienda, a metà novembre, era stata inattesa e rivoluzionaria: di fronte a un calo di ordini e fatturato vicino al 50 per cento, per non licenziare nessuno, per rubare tempo alla crisi, si potevano tagliare del venti per cento le buste paga e lavorare un giorno in meno la settimana. Tutti, dal presidente all’ultimo dei fattorini. I mille lavoratori di Alpitour, circa 600 a Cuneo, gli altri distribuiti tra Torino, Milano e Roma, ci hanno pensato su, ne hanno discusso tra loro e con i sindacati. Poi hanno detto sì: e in due giorni tutti, nessuno escluso, hanno firmato gli accordi, rigorosamente personali, in cui accettano la decurtazione a tempo di emolumenti e orario. Il primo dicembre l’operazione e partita.
Adesso escono alla spicciolata dalla bella sede di San Rocco Castagnaretta, a pochi chilometri da Cuneo: due palazzine al confine con la campagna, dalle cui finestre, raccontano, duecento giorni l’anno si vede l’arco delle Alpi Marittime. Oggi no, oggi c’è foschia, fa freddo e tutti escono di corsa, nascosti sotto i cappelli, nei giacconi e cappotti. «Perché abbiamo accettato? E cosa potevamo fare d’altro?» dice aprendo le braccia come davanti a un destino inevitabile, Deborah Forneris. «Piuttosto, speriamo che l’accordo serva. E che in primavera non arrivino quei licenziamenti che adesso siamo riusciti ad evitare». E scappa Deborah, verso il secondo lavoro, in una palestra: «Si faccio l’istruttrice quasi tutti i giorni, a pranzo o la sera».
«Io la trovo una decisione normale spiega invece Tiziana Comotto, che in Alpitour si occupa di bilancio consolidato l’azienda sta attraversando un momento difficile, noi siamo parte dell’azienda e ci adeguiamo. Andare contro non avrebbe senso. Certo avrebbe potuto esserci l’alternativa della cassa integrazione: ma il governo sembra non voglia concederla al settore turismo, nonostante anche noi come tutti i lavoratori paghiamo i contributi per finanziare il fondo». C’è rabbia anche in Sergio Bergese, che si occupa di trade marketing, per la cassa integrazione negata: «Non capisco perché si dica che il turismo è la principale risorsa italiana e poi appena va in crisi, per cause esterne per di più, non gli si concedano gli aiuti che si danno agli altri. Anche perché continua non è che sia così facile decidere di autoridursi lo stipendio: ma uno dei valori che sono costanti in questa azienda è la capacità di fare gruppo. È naturale quindi che si sia scelta la strada della solidarietà, per evitare licenziamenti». «Meglio così che stare a casa conferma Cinzia Carletto Certo ci sono rischi in questa decisione, è anche un pericoloso precedente, ma non ci hanno dato alternative. Io devo sposarmi tra un anno e i soldi che perdo mi avrebbero fatto comodo. Ma almeno vivo ancora in famiglia: se penso a quelle coppie, e ce ne sono, con marito e moglie che lavorano, tutti e due, in Alpitour, mi sento ancora fortunata».
«L’alternativa era licenziare il venti per cento del personale: i più giovani, chi non ha una famiglia da mantenere, si diceva. Ma poi si sa come vanno queste cose dice Annalisa Mennuni che si occupa di booking Questo era il male minore. Certo guai ne provoca; io avevo già scelto il part time per seguire i due figli, del tempo libero in più davvero non so che farmene. E lo stipendio intanto si riduce davvero al minimo». Anna Panero esce insieme a due amiche: loro tre il posto lo perderanno davvero. «Sì spiega siamo in contratto di formazione. Il mio scade a gennaio. Ci hanno spiegato che non possono rinnovarlo. Ma che appena la situazione migliorerà verremo richiamate». «Questa è un’azienda sana le fa eco un’amica e lo dimostra il fatto che anche i dirigenti si sono tagliati lo stipendio». «Ma sarà poi vero, vorrei vedere le loro buste paga» aggiunge un altro.
«Io sono disposto a rendere pubblico l’accordo che ho fatto con l’azienda e così tutti i miei colleghi. Lo farò vedere a chiunque me lo chieda replica Alberto Peroglio Longhin, direttore marketing di Alpitour E non c’è stato ricatto nei confronti dei lavoratori: la libertà di poter scegliere se essere solidali o meno è stata tolta a tutti, azienda e dipendenti, l’11 settembre con l’attacco terroristico. Ed è giusto che la risposta sia data insieme». Poi aggiunge: «Sappiamo benissimo che questa non può essere una soluzione definitiva. E infatti insieme ai sindacati abbiamo chiesto al governo la possibilità di cassa integrazione per tutti i dipendenti per dodici mesi: ma continuiamo a non ricevere risposte».