Meno lavoro minorile, più ricchezza

04/02/2004





        Mercoledí 04 Febbraio 2004

        COMMENTI E INCHIESTE


        Meno lavoro minorile, più ricchezza

          ALESSIA MACCAFERRI
          MILANO – Non è solo una questione morale. Eliminare il lavoro minorile è un investimento economico perché i benefici sarebbero quasi sette volte superiori rispetto ai costi stimati per raggiungere l’obiettivo. I giovani infatti hanno due ricchezze: la salute e, soprattutto, l’apprendimento. Una volta sottratti al lavoro, i bambini possono studiare e quindi aumentare la capacità produttiva delle future generazione; inoltre riescono così a evitare i rischi di incidente, morte e malattia, risparmiando alla collettività forti spese. Per la prima volta l’Ipec – il programma internazionale dell’International Labour Office per l’eliminazione del lavoro minorile – ha condotto uno studio economico integrato nei Paesi in via di sviluppo e in quelli in transizione, dove vivono la maggior parte dei 246 milioni di bambini lavoratori. L’analisi «Investing in every child. An economic study of the costs and the benefits of eliminating child labour» non è nata per giustificare la necessità di eliminare il lavoro minorile – un obiettivo già perseguito con le convenzioni Ilo n. 138 e 182 – ma per comprendere le conseguenze economiche di un impegno internazionale in questa direzione. Nell’indagine vengono presi in considerazione i dati relativi a 152 Paesi suddivisi in cinque aree: i Paesi in transizione, Asia, America Latina, Africa sub-sahariana, Nord Africa/Medio Oriente. Grandi benefici. In queste aree i benefici globali che potrebbero derivare da un programma di lotta allo sfruttamento minorile sono pari a 5.100 miliardi di dollari, a fronte di costi per 760 miliardi nei prossimi vent’anni. La maggiori parte dei benefici sarebbero generati in Asia (3.321 miliardi). Il contributo maggiore sarebbe dato dall’educazione. Lo studio infatti stima per ogni anno di scuola fino ai 14 anni un aumento dell’11% annuo sui futuri stipendi, per un beneficio complessivo di 5mila miliardi di dollari. E lo sforzo economico per incrementare l’educazione sarebbe pari ai due terzi dei costi complessivi. L’Ipec considera però anche una variabile importante, cioè la capacità dei Governi di creare lavoro, di trarre beneficio dall’alto livello del capitale umano e di sviluppare politiche economiche per stimolare la crescita. Stime più prudenziali dunque – con un effetto dell’istruzione del 5% sui futuri guadagni – indicano benefici complessivi per due miliardi di dollari. Effetti tangibili deriverebbero anche per la sanità dove si avrebbero vantaggi per 28 miliardi di dollari. Milioni di minori. Dall’analisi dei benefici emerge il peso preponderante dell’Asia. Nel continente ci sono d’altra parte oltre 110 milioni di bambini che lavorano (tra i 5 e i 14 anni) su un totale di oltre 182 milioni nelle regioni individuate in questo report. E in Asia lavorano 18,5 bambini su 100, un dato ancora basso rispetto ai 25,3 dell’Africa sub-sahariana. Per le attività svolte dai minori vengono individuate due tipologie. La prima è il lavoro rischioso, cioè un’occupazione che ha effetti negativi sulla sicurezza, la salute (fisica e mentale) e la crescita morale del bambino. Le statistiche con dati parziali e incompleti ne indicano quasi 11 milioni. La seconda tipologia, «le peggiori forme di lavoro minorile», comprende i bambini costretti a lavorare, coinvolti in conflitti armati, nella prostituzione o nella pornografia, nelle attività illecite. Le stime più prudenziali contano 8,2 milioni di minori (tra i 5 e i 17 anni), quelle più alte arrivano fino a 20,3 milioni. Alto rendimento. «Il risultato più importante è che l’eliminazione del lavoro minorile e quindi l’estensione dell’educazione ha enormi benefici economici – si legge nell’indagine – in aggiunta a quelli sociali. Complessivamente il rapporto benefici/costi è di 6,7 a 1. Questo equivale a un indice di rendimento del 43,8 per cento». Vantaggi maggiori si registrano nel Nord Africa e in Medio Oriente (8,4 a uno il rapporto benefici-costi) e minori in nell’Africa sub-sahariana (5,2 a uno). In Asia il rapporto potrebbe essere di 7,2 a uno, nei Paesi in transizione di 5,9 a uno e in America del 5,3 a uno. «Non c’è buona politica sociale che non si dimostri anche una buona politica economica – ha detto ieri Juan Somavia, direttore generale dell’Ilo -. L’eliminazione del lavoro minorile si concretizzerebbe in un enorme ritorno d’investimento, per non parlare dell’impatto inestimabile sulla vita dei bambini e delle loro famiglie». Complessivamente i benefici netti (sottraendo i costi) di un ipotetico programma contro il lavoro minorile sarebbero di 4.346 miliardi di dollari, pari al 22% del reddito lordo nazionale aggregato. L’area più avvantaggiata in termini assoluti sarebbe l’Asia con 2.826 miliardi di dollari, mentre i benefici netti nell’Africa sub-sahariana raggiungerebbero una quota record del 54% sul reddito lordo nazionale aggregato. L’Ipec ipotizza un programma di eliminazione del lavoro minorile, proiettato su un arco di 40 anni. All’inizio il flusso economico è negativo, con costi superiori ai benefici. Poi attorno al 2016 il flusso economico diventa positivo. Dopo il 2020 i costi sarebbero ampliamente superati dai benefici, che ogni anno sarebbero pari a 60 miliardi di euro. I costi dell’intervento. Il costo annuo per sostenere un simile programma è molto più basso, sostiene l’Ilo, delle spese per altri settori pubblici. I 95,9 miliardi di dollari che servirebbero mediamente ogni anno rappresentano circa il 20% della spesa militare nei Paesi in via di sviluppo e in quelli in transizione e il 9,5% dei mille miliardi del servizio del debito dei Pvs. I costi comprendono gli investimenti per incrementare la quantità e la qualità dell’istruzione elementare e media inferiore (infrastrutture, formazione del corpo docente, assunzioni), i costi legati all’amministrazione dei programmi di trasferimento di reddito, interventi diretti urgenti per eliminare le forme peggiori di lavoro minorile, aiuti alle famiglie che sarebbero private del reddito prodotto attraverso il lavoro dei propri bambini. Infatti il contributo economico di un bambino viene stimato attorno 20% rispetto a quello di un adulto, per cui il costo per le famiglie ammonterebbe a 246,8 miliardi. Per questo è previsto un sostegno finanziario: prendendo spunto dalla Bolsa Escola, un programma sviluppato in Brasile, lo studio i costi per versare a ogni famiglia il 60-80% del beneficio ricavato dal lavoro minorile. Dalla somma di tutte le spese, emerge un costo complessivo di 760 miliardi di dollari, di cui buona parte in Asia (458,8 miliardi) e nell’Africa sub-sahariana (139,5 miliardi). Oltre all’aumento della spesa pubblica, il rapporto delinea altri strumenti per reperire i fondi: il trasferimento di risorse alle spese sociali, la riduzione del debito estero, l’aumento dei fondi dei Paesi ricchi a quelli poveri, durante la prima decade. Per conto suo l’Ipec sta portando avanti sia programmi nazionali sia regionali. Il primo è partito nel 1992 con sei Paesi partecipanti e, come donatore, il Governo tedesco. Oggi gli interventi si sviluppano in 80 Paesi con l’aiuto di 30 Governi donatori.