Meno disoccupati e meno lavoratori

01/03/2005

    domenica 27 febbraio 2005

    sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 3

    Meno disoccupati e meno lavoratori

      SERENA UCCELLO

        MILANO • Il tasso di occupazione continua ad aumentare quello di disoccupazione a scendere. A dispetto della crescita economica che non c’è il mercato del lavoro resta in buona salute. Un paradosso? Forse. Sicuramente una contraddizione, anzi più contraddizioni. Nell’ordine: l’andamento del tasso di occupazione dal 2000 ( 54%) fino al terzo trimestre del 2004 ( ultimo dato Istat disponibile) è in costante progressione ( 57,7 per cento), unica e momentanea eccezione i primi mesi del 2004 rispetto agli ultimi del 2003. Allo stesso modo diminuisce l’andamento della disoccupazione ( 10,1% nel 2000, 7,4% nel 2004). Il quadro positivo si ridimensiona subito se si analizza la variazione tendenziale percentuale: solo lo 0,4% sempre nel terzo trimestre del 2004, la più bassa dal 2000, anche se resta comunque sopra la media dell’area euro. Ancora più ridotto l’incremento del terzo trimestre sul secondo, lo 0,1% appena. Segnale chiaro che il mercato continua a crescere ma a ritmi più ridotti e con margini più esigui.

        Una possibilità quest’ultima che potrebbe trovare conferma in un altro dato: la riduzione ( 7,1%) del numero di persone in cerca di occupazione rispetto al 2003. Si riduce cioè la quota di persone che si affaccia sul mercato del lavoro. Una flessione che riguarda soprattutto le donne ( 9,9% contro un calo del 3,6% degli uomini). Il perimetro, dunque, si restringe e diventa sempre più evidente quello che i tecnici definiscono effetto rinuncia. Si cerca meno lavoro perché è sempre più forte la consapevolezza che comunque non lo si troverà. Non a caso questa percezione coinvolge in particolare la fascia più debole del mercato, ovvero le donne. In uno scenario che nel complesso rimane positivo è proprio l’occupazione femminile quella che comincia a registrare il rallentamento. Per la prima volta la crescita tendenziale dell’occupazione ha riguardato esclusivamente gli uomini, ferma quella femminile.

        Oltre ai numeri il secondo aspetto di queste contraddizioni riguarda la qualità del lavoro. Esiste cioè, come ha denunciato l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, dalla pagine del Riformista, un rischio precarizzazione? I dati, è vero, indicano un aumento della percentuale degli occupati a tempo parziale, passati dal 6,5% del 1996 all’ 8,5% del 2003, e dei contratti a tempo determinato ( 7,3% nel 1996, 9,9% nel 2003). Tuttavia « questi numeri restano al di sotto della media Ue », spiega il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, che lancia invece l’allarme su un fenomeno che definisce « marginalizzazione dei giovani », attribuendone la responsabilità al sistema universitario. « I giovani — dice— si laureano troppo tardi, finendo per rimanere così troppo a lungo ai margini del mercato » . L’ultima rilevazione Istat poi sembrerebbe registrare un’inversione di tendenza: rispetto al terzo trimestre del 2003 l’occupazione a tempo pieno è cresciuta dell’ 1% mentre quella a tempo parziale è scesa del 3,3 per cento.

        E allora, nessun pericolo precarizzazione? Non proprio. « I dati sugli ultimi avviamenti — spiega il professor Carlo Dell’Arringa — segnalano un aumento dei contratti atipici e flessibili, e anche delle partite iva. Una situazione questa collegata al fatto che le imprese non vedono la ripresa tanto annunciata » e quindi preferiscono non correre rischi e « inseguire la competitività investendo sui prodotti piuttosto che sulle assunzioni ».