Meno consumi e meno posti di lavoro

01/12/2004

    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagine 14

    Meno consumi e meno posti di lavoro
    Gelata sui redditi delle famiglie, prezzi all’1,9%. In crisi l’occupazione nell’industria

    Laura Matteucci

    MILANO Ancora conferme negative dall’Istat. La prima: la gelata dei consumi fa scivolare nuovamente, questa volta ai minimi del settembre 1999, l’inflazione italiana in novembre, con un incremento dei prezzi dello 0,1% su mese che lima il tasso tendenziale a +1,9%. Gli italiani riducono al minimo le spese, e il carovita si allenta di conseguenza.

    Anche se secondo gli analisti già con l’inizio del 2005 potrebbero esserci dei rischi di rialzo legati sia alla scadenza degli accordi con la distribuzione per bloccare il prezzo di alcuni alimentari, sia (soprattutto) ai previsti aumenti di alcune imposte dirette. Da non dimenticare, infatti, che la copertura della riforma fiscale è affidata per 550 milioni nel 2005 ad aumenti delle imposte di bollo e concessione.


    La seconda conferma dell’Istituto di statistica riguarda l’occupazione: a settembre le grandi imprese hanno perso 8mila posti di lavoro rispetto allo stesso mese del 2003, con un calo dello 0,4% al lordo della cassa integrazione (-0,5% al netto). Più precisamente: nell’industria sono stati persi 23mila posti (-3%), un calo solo parzialmente compensato dall’aumento del settore servizi, dove se ne sono guadagnati 15mila (+1,3%).


    L’analisi per settore di attività economica mostra a settembre una diminuzione tendenziale del 4,7% nella produzione di energia elettrica, gas ed acqua, del 3,8% nelle costruzioni e del 2,8% nelle attività manifatturiere. Nei servizi gli incrementi maggiori sono stati per gli alberghi e ristoranti (+5,8%), oltre che per il commercio (+2,8%). L’intermediazione monetaria e finanziaria è l’unico comparto in calo (-0,8%).


    E torniamo all’inflazione in discesa (con un indice armonizzato al 2%, l’Italia scende anche al di sotto della media europea, indicata da Eurostat al 2,2% in novembre). Tra le singole voci, spicca l’accelerazione dello 0,7% dei trasporti. A neutralizzare la sorpresa negativa dei trasporti, che erano visti piatti nel mese, contribuiscono ancora una volta le frenate registrate da alimentari (-0,2%), sanità (-0,4%), comunicazioni (-0,5%) e dai listini di alberghi, ristoranti e bar (-0,1%).


    C’è chi, comunque, non crede tout-court ai dati Istat: «La gente non è affetta da allucinazione collettiva – dice l’Intesa dei consumatori – quando percepisce che il proprio stipendio è falcidiato e a malapena si riesce ad arrivare a metà del mese. Quindi ancora una volta invitiamo a diffidare da questi dati ridicoli, miracolistici e non aderenti neppure lontanamente alla realtà. Come spiega poi san Biggeri – continua l’Intesa – il fatto che il caro-greggio abbia determinato la crescita dei prezzi alla produzione del 4,4%, mentre come per miracolo quelli al consumo sono scesi all’1,9%?».


    Per il Centro studi Confcommercio, il rientro fin troppo accelerato dell’inflazione si spiega soprattutto con una caduta verticale della domanda, che dipende dal diminuito potere di acquisto ed anche da un evidente peggioramento del clima di fiducia di famiglie ed imprese sulle possibilità di ripresa del Paese. Per evitare che questo duplice fenomeno possa far finire in dialisi la nostra economia – prosegue il Centro Studi – occorrono due interventi urgenti: 1) l’elaborazione di una strategia indirizzata ad una vera politica di sviluppo; 2) l’abbandono di tutti quegli orpelli che condizionano gli investimenti pubblici e privati e tolgono competitività al sistema.


    Alimentari in calo, dunque, ma lo scandalo dei prezzi non si ferma: come rileva la Coldiretti, dal campo alla tavola i prezzi aumentano del 267% per gli ortaggi e del 198% per la frutta, con punte del 1011% per le carote, del 782% per il radicchio, del 567% per le cipolle e del 353% per l’uva da tavola. La moltiplicazione dei prezzi dalla produzione al consumo mette in evidenza – sottolinea la Coldiretti – che esistono ampi margini da recuperare per consentire ai consumatori di fare acquisti convenienti e agli agricoltori di vedersi garantita una adeguata remunerazione dei prodotti che oggi in molti casi non arriva nemmeno a coprire i costi.