Meno bistecche, ristoranti e alberghi

21/11/2003



    21 Novembre 2003

    analisi
    Roberto Giovannini

    Meno bistecche, ristoranti e alberghi
    Dopo l’estate degli aumenti gli italiani cambiano abitudini

    ROMA
    PER qualche associazione di consumatori il dato Istat sull’inflazione nelle città campione forse sarà poco realistico, ma non c’è dubbio che a scanso di sorprese, la tendenza sembra definita: l’autunno e l’incipiente inverno sembrano mostrare una diminuzione della febbre dei prezzi al consumo. Una frenata che sicuramente può essere considerata modesta, ma che comunque è un segnale.
    Secondo gli analisti, in effetti sembra davvero che il peggio sia passato. Non c’è però un consenso generale tra gli osservatori sulle ragioni di questa frenata dell’inflazione. Alcuni puntano il dito sulla caduta della domanda legata alla riduzione del reddito reale dei consumatori, che avrebbe se non altro imposto una certa moderazione a produttori, distributori e commercianti. Altri, invece, vedono soprattutto un effetto dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, che direttamente e indirettamente avrebbe favorito una riduzione dei listini dei prezzi di tutti i produttori che operano sui mercati internazionali.
    Secondo Donato Berardi, responsabile prezzi della Res (Ricerche economiche e finanziarie) la sensazione è che si sia avviato un processo di raffreddamento delle componenti «core» (di fondo) dell’inflazione, visto che il carovita depurato dalle componenti più volatili è sceso ormai al 2,1 per cento dal 2,5 di agosto e dal 2,7 di inizio anno. Berardi e Giada Giani di Banca Intesa evidenziano dunque «una tendenza di fondo al rallentamento dell’inflazione», se non altro per quanto riguarda alcuni prodotti, come le apparecchiature, che stanno incorporando gli effetti dell’apprezzamento dell’euro. Diverso è il discorso per beni e servizi tipicamente con listini più «mobili», come alberghi, ristoranti e istruzione: in questo caso la frenata sarebbe legata più esplicitamente a un fenomeno di contrazione della domanda interna. Ovvero, flussi turistici languenti e consumatori sempre meno disposti a sostenere prezzi percepiti come esagerati. Per Giuseppe Maraffino di Ubm, invece, il rallentamento dell’inflazione va imputato sostanzialmente a un effetto statistico: l’indice dei prezzi di novembre è cresciuto poco, soprattutto in rapporto a un dato di novembre 2002 particolarmente favorevole. Vero è che per Berardi non mancano gli elementi di preoccupazione soprattutto per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari, a cominciare da carni, olii e componenti non fresche.
    A sostenere che la frenata dei prezzi sia dovuta soprattutto a una stanchezza della domanda interna, più che a fattori positivi, è Riccardo Deserti, consigliere delegato di Nomisma. «Molto probabilmente – spiega Deserti – la contrazione dell’inflazione è legata ad una stanchezza dell’economia e della domanda interna che ha portato ad un raffreddamento dei prezzi». Ad avvalorare tale tesi «sono i dati macroeconomici contrastanti diffusi nell’ultimo periodo. Gli ordinativi dell’industria, nel mese di settembre, hanno registrato una diminuzione del 2,2 per cento su base annua», ricorda. Secondo Deserti dunque, il calo dei prezzi «non rappresenta un primo passo di uscita dal tunnel della crisi, perché trova alla sua base una contrazione della domanda».
    Sul versante opposto si pone Dario Focarelli, capo economista dell’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione. Per Focarelli, la frenata dell’inflazione va largamente imputata al forte apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, «che ha effetti diretti e indiretti sui prezzi: direttamente, perché grazie alla riduzione del costo per l’acquisizione delle materie prime i produttori si possono permettere un contenimento dei costi e dei listini. Indirettamente, perché grazie al supereuro gli operatori economici che agiscono sui mercati internazionali riescono a spuntare guadagni maggiori pur lasciando inalterati i prezzi».

    Un fenomeno, sottolinea l’economista, indicato anche nel recentissimo Bollettino economico di Bankitalia, che pure puntava sulla necessità di una ripresa della politica dei redditi.
    Ottimistica è la valutazione sulle prospettive dell’Isae, l’istituto congiunturale del governo. Al netto della componente stagionale, infatti, per l’Isae l’inflazione è scesa a novembre al di sotto del 2 per cento su base annua, valore che non si registrava da circa due anni. E se per il 2003 ci si potrebbe attestare su un valore medio per l’intero anno del 2,7 per cento, il processo disinflazionistico si accentuerebbe invece nel 2004, quando il tasso medio si collocherebbe al 2,2 per cento.
    Tendenze su cui concorda anche la Confcommercio, che pure sembra intravedere – anche sul versante della crescita economica – un futuro moderatamente roseo per l’Azienda Italia.