Melfi, la nuova primavera

11/08/2010

I tre operai Fiat licenziati a Melfi il 14 luglio scorso devono essere reintegrati. È bastato meno di un mese al giudice del lavoro di Potenza, Emilio Minio, per stabilire che l’azione del Lingotto nei confronti di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte (delegati Fiom) e Marco Pignatelli è stata «illegittima» e «antisindacale». Molto importante il dispositivo della sentenza emessa, che fa riferimento esplicito al diritto di sciopero, «costituzionalmente tutelato», e alla Fiom, «organizzazione fra le più attive nel particolare momento storico». Il licenziamento dei tre si basava sull’accusa di aver ostacolato, durante uno sciopero interno, la marcia di un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano. Il giudice Minio ha evidenziato che «la tesi sostenuta da Fiat-Sata nel corso del giudizio appare parzialmente diversa rispetto a quella ostentata nel corso del procedimento disciplinare», che portò prima alla sospensione dei tre operai e poi al loro licenziamento. Insomma, la Fiat ha sostenuto tesi in contraddizione (almeno parziale) all’atto della motivazione del licenziamento e poi durante il processo. La chiave sta nel carrello bloccato: un radar speciale lo ferma quando un ostacolo si pone davanti, ma poi esso riparte automaticamente quando l’ostacolo è rimosso. Al contrario, se qualcosa urta materialmente il carrello, o se viene spinto un bottone, esso si ferma del tutto e va fatto ripartire manualmente. Ecco, nelle memorie presentate nel corso del processo, a differenza di quanto sostenuto nelle lettere di licenziamento, Fiat ammette che il carrello fu fatto ripartire manualmente: e dunque contraddice quanto contestato all’inizio agli operai, appunto nelle lettere, che essi si fossero messi davanti al carrello (senza toccarlo) per bloccarne il passo (se fosse stato così, infatti, sarebbe ripartito una volta che gli operai si fossero spostati, e invece ci volle un intervento manuale per riattivarlo). Il carrello robot, dunque, non si bloccò per la posizione degli scioperanti ma per il contatto di un sensore con un ostacolo. Quando gli scioperanti si riunirono in assemblea «nei pressi del carrello – è scritto nelle motivazioni della sentenza – quest’ultimo era già fermo» e riprese la marcia non automaticamente (come avviene quando il campo del radar viene invaso e poi «liberato»)ma dopo un intervento manuale. Oltre tutto, i lavoratori «si sono fermati a una distanza dal mezzo superiore a quella necessaria per l’attivazione del radar. Di conseguenza, gli scioperanti (e i tre poi licenziati in particolare) non ebbero il «deliberato intento (contestato nel procedimento disciplinare) di arrestare la produzione». Ma al di là del problema di merito, sul
carrello e sulle parziali contraddizioni della Fiat, è importante la parte della sentenza in cui si parla dell’anti-sindacalità delle sanzioni aziendali: secondo il giudice del lavoro di Potenza, «il licenziamento ha interessato attivisti e militanti della Fiom, organizzazione notoriamente protagonista, a seguito di determinate scelte di politica industriale e di organizzazione del lavoro, operate dal gruppo Fiat (in particolare, l’"accordo di Pomigliano"), di una serrata critica
sindacale nei confronti di tutte le società facenti capo al gruppo medesimo». Soddisfazione è stata espressa dai lavoratori – Lamorte si è sposato appena 5 giorni fa – che per protesta avevano anche stazionato due giorni sulla Porta Venosina di Melfi, mentre i colleghi e altri cittadini manifestavano in loro sostegno, durante uno sciopero indetto dalla stessa Fiom. Per Emanuele De Nicola, Fiom Basilicata, «è la prova che non c’è stato nessun sabotaggio, e anzi adesso chi ha accusato gli operai di questi atti deve chiedere scusa». Tra gli altri, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, aveva parlato proprio di sabotaggio. Secondo De Nicola «ora Fiat deve tornare a trattare: e redistribuire i profitti al lavoro, investendo e pagando il premio». «I licenziamenti – dice il segretario generale Fiom Maurizio Landini – sono arrivati dopo il voto di Pomigliano e le elezioni delle Rsu a Melfi, dove per la prima volta la Fiom è diventata primo sindacato. Si tratta di forzature che dimostrano l’intenzione dell’azienda di superare il contratto. Adesso Fiat si fermi e cambi strada: applicando il contratto che c’è, si possono creare le condizioni per difendere il lavoro e i diritti ». Landini ricorda quindi la manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il 16 ottobre, su legalità, diritti e contratto.