Melfi 1. Epifani è alla prova della leadership

29/04/2004
il nuovo Riformista
 


28 Aprile 2004


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MELFI 1. IN GIOCO IL FUTURO DELLA CGIL E DEL SINDACATO
di Stefano Cingolani

L’ombra cinese e quella di Rinaldini Epifani è alla prova della leadership
Il segretario può liberarsi dall’ipoteca di una linea diversa da quella che ha scelto

Per Guglielmo Epifani è la prova più difficile. Fin dalla sua elezione tutti si sono chiesti come avrebbe fatto il nuovo segretario generale della Cgil a scrollarsi di dosso l’ombra lunga di Sergio Cofferati. Il Cinese è stato il suo mentore. Ma «tristo l’allievo che non supera lo suo maestro». Soprattutto perché l’eredità sulle spalle è davvero pesante: la divisione con Cisl e Uil, la chiusura dei canali con il governo, un dialogo (si fa per dire) tra sordi con la Confindustria. A questi tre handicap non da poco, Epifani ha risposto con duttilità tattica. Innanzitutto ha lanciato una entente cordiale con Savino Pezzotta. Si deve all’abilità e alla lungimiranza del segretario della Cisl se ai primi segnali di distensione è seguita una nuova unità di intenti che passa attraverso il rilancio della concertazione (sia pure filtrata dagli errori del passato e pronta a misurarsi con una realtà economico-sociale diversa e, per molti versi, più difficile oggi). Il cambio di presidenza in Confindustria è stato salutato da Epifani con una consistente apertura di credito. Il tè dei Parioli nell’appartamento di Luca di Montezemolo è stato il primo passo. Perché non sia un tè nel deserto, occorre che seguano comportamenti coerenti dall’una e dall’altra parte.
Un percorso in salita, dunque, ma nella direzione giusta. Finché la battaglia di Melfi non ha rivelato qual è il problema più serio che Epifani deve affrontare per dimostrare di essere davvero il nuovo capo della Cgil: il rapporto con il gruppo dirigente Fiom e la sua linea politica. L’ombra dei metalmeccanici è più lunga e ingombrante persino di quella di Cofferati. Non solo perché quest’ultimo ormai è avviato a fare un altro mestiere, mentre Claudio Rinaldini resta a guidare un sindacato “antagonista”. Ma perché la lina della Fiom è l’esatto opposto di quella che Epifani vuol seguire. La vicenda di Melfi lo dimostra a tal punto da sembrare una risposta “dal basso” al tè con Montezemolo.
Nella fabbrica lucana il malcontento covava da tempo ed esistono seri problemi sindacali da affrontare: organizzazione del lavoro, salari, rapporti con una direzione aziendale che non si è dimostrata all’altezza, tanto da costringere Giuseppe Morchio, ad del gruppo Fiat a prendere in mano direttamente la vicenda. Non si può trasformare Melfi nello stabilimento pilota senza pensare a ricontrattare il patto stipulato quattordici anni fa in una situazione del tutto diversa. Ma non c’è dubbio che il conflitto è stato innescato dalla Fiom e la protesta operaia è stata cavalcata con l’intento di lanciare una sfida, non solo alla Fiat o a Cisl e Uil, ma alla segreteria della Cgil e ad Epifani. I metalmeccanici sono sempre stati l’ala dura del sindacato, e la sua componente più conflittuale. Né Di Vittorio, né Lama, né Trentin (che pure era stato il leader carismatico della Fiom) sono riusciti a metterli in riga. Ma se diventano un sindacato nel sindacato, allora la leadership confederale viene minata alla base. E’ quel che il segretario Cgil deve evitare. Il suo comportamento durante la vertenza Melfi è stato oscillante e, all’inizio, timoroso. Ma poi ha detto alcune parole chiare chiedendo la fine dei blocchi. Ieri ha dato l’impressione di scegliere la linea del negoziato e del dialogo unitario. Ci auguriamo che tenga duro e dimostri di che pasta è fatto. La posta in gioco è alta, forse ancor più della sue stessa segreteria. E’ in gioco il futuro dell’unica grande impresa industriale rimasta. E’ in ballo la sorte delle relazioni industriali e il ruolo del sindacato in Italia. Anche questa è una battaglia contro il declino, battaglia che Epifani ha trasformato in una bandiera, la sua bandiera.