Meglio la disoccupazione che la legge Biagi

03/10/2005
    venerdì 30 settembre 2005

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    CALL-CENTER. UN’AZIENDA LAZIALE E I PARADOSSI DELL’OPPOSIZIONE INTRANSIGENTE

      Meglio la disoccupazione che la legge Biagi

      Per molti versi il «caso Atesia» presenta i contorni di un caso di scuola.Fortunatamente però la vicenda dei lavoratori del call center romano entrati in agitazione e divenuti rapidamente un simbolo della lotta contro la precarietà – e come tali presi a modello dallo stesso
      Bertinotti nella campagna per le primarie – sembra aver preso negli ultimi giorni una piega meno drammatica.

      L’altro ieri infatti, su richiesta dell’assessore al Lavoro, il consiglio regionale del Lazio ha sottoscritto un ordine del giorno che impegna la Regione ha ricercare un percorso di stabilizzazione per i lavoratori del call center. E a giorni l’assessore Tibaldi convocherà un tavolo interistituzionale alla presenza dei vertici azienda per avviare il suddetto «percorso».

      La vicenda merita però di essere raccontata dall’inizio. E l’inizio è la
      perdita di importanti appalti presso enti pubblici o aziende municipalizzate, dall’Inps all’Acea. Appalti perduti dalla società di Alberto Tripi perché le offerte concorrenti, molto più basse, facevano leva su lavoratori assunti con contratti a progetto. In altre parole, facevano concorrenza sul costo del lavoro. Di qui le difficoltà dell’azienda e la necessità di adeguare la propria offerta, scegliendo la strada dei contratti di «formazione professionalizzante» previsti dalla legge Biagi.

      Le agitazioni dei lavoratori, sostenuti dai sindacati di base, da un pezzo della Cgil e da tutta Rifondazione comunista complicano ulteriormente
      la situazione. Poche settimane fa anche il responsabile lavoro dei Ds Cesare Damiano ha scritto sull’Unità un articolo dal titolo significativo:
      «Il caso Atesia, gli schiavi del call center». Ma a rendere la vicenda praticamente insolubile contribuisce il fatto che la legge Biagi delega alle Regioni – cioè agli assessorati competenti – la definizione dei diversi profili e quindi l’applicazione della riforma; ancora oggi però la regione Lazio non ha provveduto a tale compito, vuoi perché – come ci spiega un funzionario – il tema riguarda sia l’assessorato al Lavoro sia quello alla
      Formazione, ragion per cui finora è rimasto sospeso in una sorta di
      limbo;vuoi perché – come sostengono altri – assessore al Lavoro della Regione Lazio è Alessandra Tibaldi, esponente di Rifondazione comunista, contraria alla legge Biagi e dunque assai restia a favorirne l’applicazione.

      Il paradosso è che nelle more della discussione sui diritti dei precari,
      si dimentica che oggi a molti lavoratori dell’Atesia scade il contratto.E senza la possibilità di assumerli con contratti di formazione professionalizzante, essendo improvvisamente venuti meno appalti importanti, il rischio è che l’Azienda si veda costretta a rimandarli a
      casa. Così si spiega certamente la decisione presa appena due giorni fa dalla Regione, in accordo con Provincia e Comune, di entrare nel merito e convocare tutte le parti interessate.

      Al di là dell’esito della vertenza, che interessa comunque diverse centinaia di lavoratori, il caso Atesia offre diversi motivi di riflessione. Non è necessario dare credito al facile paradosso di una sinistra che si batte contro l’applicazione di una legge dello stato, finendo per
      favorire proprio quelle imprese che competono sul costo del lavoro e mettendo a rischio l’impiego di coloro che si vorrebbero tutelare. Anche perché in ogni caso, prima di emettere sentenze, bisognerà vedere come la faccenda andrà a finire.Ma quello che si può dire sin d’ora è che se enti e aziende pubbliche nei loro bandi di gara consentono una simile competizione, allora questo dovrebbe essere il bersaglio dei sindacati e
      dei partiti che intendano tutelare i diritti dei lavoratori. Se esiste una legge che favorisce assunzioni flessibili, non si può chiedere (o peggio, imporre con l’inerzia burocratica) che ad alcune aziende sia impedito di giovarsene. Tantomeno si può accettare che questo accada in una Regione sì e in un’altra no, secondo il colore delle giunte o addirittura degli assessorati competenti. Piuttosto bisognerebbe chiedersi perché le regole (o le decisioni degli amministratori, o quelle della politica e dei politici che li nominano) consentano una simile competizione sul costo del lavoro. Finché sarà possibile aggiudicarsi un appalto all’Acea o all’Inps semplicemente presentando un’offerta a prezzi stracciati in forza del fatto che i propri lavoratori sono assunti tutti in forma la più precaria possibile, non sarà aprendo una vertenza in ogni singola azienda che si risolverà il problema. Anche perché nel frattempo potrebbe arrivare l’offerta di qualche call center indiano o egiziano. E allora sarebbe inutile chiedere tavoli di concertazione interistituzionale.