Mediolanum rinvia la riforma del Tfr

17/11/2005
    giovedì 17 novembre 2005

    Mediolanum rinvia la riforma del Tfr

      Berlusconi concede la devolution ma tutela i suoi interessi. Maroni è sempre «sorpreso»

        di Bianca Di Giovanni / Roma

          ANCORA TEMPO – Ancora un rinvio, ancora un botta e risposta. Ormai sul Tfr volano slogan. La riforma non compare all’ordine del giorno del Consiglio di domani, e Roberto Maroni alza la voce: «Chiederò spiegazioni al premier. Nulla è ancora compromesso». Silvio Berlusconi replica a stretto giro: «È tutto regolare, tutto come previsto: andrà al consiglio dei ministri della prossima settimana». Previsto da chi? Perché ancora una settimana, se sul testo c’è un accordo ad ampio raggio. Evidentemente i sì non sono tanto convinti, e i no sono molto potenti. Gli interessi delle compagnie (e del premier) prevalgono su quelli della politica e dei cittadini. La Mediolanum del duo Doris-Fininvest avrà pure il suo peso. Ma stavolta a pesare è anche la politica con le urne dietro l’angolo. «Il provvedimento è pronto e giovedì scorso era stato deciso di metterlo all’ordine del giorno di questa settimana. – si affretta ad affermare Maroni – Berlusconi aveva detto di sì, invece ha deciso diversamente. Francamente non mi spiego perché ciò sia avvenuto».

          Chiaro che per il ministro leghista la battaglia sulla previdenza complementare è un vessillo importante, soprattutto se si torna al sistema proporzionale. Che Maroni esca vincitore o sconfitto in questa materia a questo punto è indifferente: l’importante è poter lanciare slogan al popolo nordista. Per questo il ministro si premura di informare la stampa anche di una sua (quasi certa) sconfitta, visto che anche nel preconsiglio dell’altroieri pare ci siano stati inviti espliciti a soprassedere. Poi l’uscita pubblica di Berlusconi: il quale è abituato ad annunci e retromarce continue. Il tutto sulle spalle dei lavoratori, soprattutto i più giovani che riceveranno un assegno previdenziale pari al 30% del reddito da lavoro. Più si rinvia la possibilità di ottenere un’altra fonte di reddito, più aumenta il rischio povertà. Quello della previdenza complementare sembra lo stesso destino della riforma del risparmio: quando sono in ballo i poteri forti non c’è patto che tenga. «Berlusconi è ostaggio del conflitto di interessi – dichiara Giovanni Battafarano, ds – Maroni lo costringa ad uscire allo scoperto». «Siamo noi a chiedere spiegazioni al governo della mancata calendarizzazione della riforma del tfr – aggiunge Rosy Bindi (Margherita) – Basta con questo meschino gioco delle parti».

            Ma le pedine sulla scacchiera restano tutte ferme sulle posizioni di inizio ottobre, quando con un colpo di scena la riforma saltò all’ultimo minuto. Alle compagnie di assicurazioni non va giù che nel caso si scelga di destinare il tfr alle polizze la quota del lavoratore non si sommi a quella versata dall’azienda: significa un 20-30% in meno del capitale investito. A regime si tratterebbe di 13 miliardi di euro investiti, che salirebbero a circa 17 miliardi con l’aggiunta del contributo aziendale. L’Ania denuncia il diverso trattamento come una limitazione alla libertà di scelta dei lavoratori. Di contro le parti sociali ricordano che quel contributo ha un fine solidaristico (non è salario differito), dunque va investito solo nel caso dei fondi di categoria. Le banche, che appoggiano la riforma, hanno concordato la creazione del fondo di garanzia a sostegno delle imprese che la avviano.

              Ma resta il fatto che chi rema contro ha forti «padrini» nell’esecutivo. Anche Giorgio La Malfa non sembra entusiasta: ha già paventato irregolarità sull’accordo con le banche, ipotizzando aiuti di stato vietati dall’Ue. Stessa tesi dell’Antitrust, che pure ieri ha invocato il varo del provvedimento.