Medicine nei supermercati: piangono le farmacie

06/06/2007
    mercoledì 6 giugno 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    Uno schiaffo ai privilegi di piccole e grandi corporazioni nel nome della
    concorrenza e a vantaggio del cittadino-consumatore: questo almeno
    l’obiettivo dei due decreti Bersani sulle liberalizzazioni. Il primo è già
    legge dallo scorso agosto, il secondo è in questi giorni all’esame
    della Camera. Qualcosa nella vita degli italiani sta cambiando, spesso
    in meglio, ma c’è anche chi non è d’accordo. E ce lo racconta

    Medicine nei supermercati,
    piangono le farmacie

      In vendita nella grande distribuzione anche i prodotti di classe C, a giorni il Senato decide

        di Laura Eduati

          Persino un uomo pacato come Fulvio Sagala, unico farmacista di Santo Stefano di Cadore, pensa che il governo voglia ammazzare le farmacie. Non soltanto perché il primo decreto Bersani già permette di vendere i cosiddetti medicinali da banco, cioè senza ricetta, nei supermercati e in
          altri esercizi commerciali: pochi giorni fa alla Camera è passato un emendamento che, se approvato al Senato, permetterà alla grande distribuzione di vendere anche i medicinali con obbligo di ricetta ma a totale carico del cittadino come gli ansiolitici, la pillola del giorno dopo
          e gli anabolizzanti.

          «Sarebbe stato meglio abbassare il quorum, cioè passare da una farmacia ogni 5mila abitanti ad una farmacia ogni 2500. Così sarebbe aumentata la concorrenza e la vendita di medicinali avrebbe continuato ad essere un servizio sociale» è l’idea del dottor Sagala, convinto che l’ottica commerciale nuoce alla salute.

          Dall’alto del suo paesino di montagna con 1100 abitanti, Sagala ammette di non aver avuto flessioni nelle vendite per colpa del decreto Bersani.
          Nonostante non tema concorrenti, ha però deciso di ascoltare il consiglio dell’ex ministro Francesco Storace, che nel giugno 2005 invitò i farmacisti ad applicare uno sconto fino al 20% sui farmaci da banco. «Per me è una questione etica, ma devo dire che sono stato l’unico della vallata ad abbassare i prezzi». A Santo Stefano di Cadore nessuno ha aperto una parafarmacia, i supermercati non esistono, e così Sagala può dormire sonni tranquilli. Non è così per Giuliana Zani, proprietaria
          di una farmacia a Roma, che dall’entrata in vigore del decreto Bersani ha subìto un calo del fatturato del 20%. Protesta Giuliana perché i supermercati e le parafarmacie si prenderanno i guadagni, mentre alle vecchie farmacie resteranno le «magagne » e cioè la distribuzione
          di farmaci costosi per conto delle Asl – un servizio che risparmia ai malati gravi la coda all’ospedale – e la vendita di materiali impossibili da trovare altrove come i sacchetti per i colostomizzati. «Sono magagne non in
          quanto tali», spiega la farmacista romana, «ma perché li comperiamo con i nostri soldi e poi la Regione ci rimborsa con anni di ritardo».

          Il problema riguarda maggiormente il rimborso dei farmaci di fascia A, quelli a carico del servizio sanitario nazionale. Nel Lazio i pagamenti
          avvengono con 11 mesi dopo la presentazione delle fatture, a Sud le cose
          vanno peggio.

          «Se ci tolgono il monopolio dei medicinali di fascia C con ricetta, chiudo e mi trasferisco in città» minaccia Giovanni Spadaro, farmacista nella piccola frazione di Erice (Tp). Nemmeno Spadaro ha subìto la concorrenza di parafarmacie e supermercati, ma teme che i suoi clienti un giorno vadano a fare la spesa a Trapani e visto che ci sono ne approfittino per comperare le medicine. Sembra un timore infondato:
          Cittadinanzattiva ha calcolato che la liberalizzazione Bersani ha provocato sconti del 20-25% e l’apertura di un migliaio di punti vendita. Ma nessuna farmacia tradizionale ha chiuso i battenti.

          Di più: nei nuovi punti vendita hanno trovato lavoro 2000 giovani laureati in chimica farmaceutica, altrimenti destinati ad ingrossare
          le file degli informatori scientifici. «Finalmente» sospira Vincenzo Devito, presidente del Movimento nazionale liberi farmacisti, cioè quei professionisti non titolari di farmacie. Devito ha un sogno: «Bene Bersani, ma noi puntiamo alle farmacie non convenzionate, dove il paziente può comperare anche i medicinali di fascia A pagandoli a prezzo intero e
          senza presentare la ricetta». Perché rivolgersi a questo tipo di farmacie se entrando in quelle tradizionali quello stesso farmaco risulta gratis?
          «Per evitare le code dal medico. A volte sappiamo bene di quale farmaco abbiamo bisogno, ma non c’è il tempo di fare la ricetta» risponde
          prontamente Devito.

          Sarà. I consumatori, intanto, esultano. Per anni associazioni come la Aduc forniva dati impressionanti: in Italia una confezione da 10 aspririne
          della Bayer costa 4 euro, negli Stati Uniti con gli stessi soldi ne acquisti 100. E via di seguito.

          Dunque, viva gli sconti e la libera concorrenza. Tanto più se la legge obbliga la grande distribuzione a dotarsi di farmacisti al servizio dei clienti. Ma uno dei timori è che mescolare detersivi, melanzane e psicofarmaci provocherà negli italiani un aumento del bisogno di medicinali. «L’Italia è il Paese che consuma più farmaci in Europa» ricorda la senatrice Prc Erminia Emprin, che non ha votato contro le liberalizzazioni ma ha chiesto che si facciano campagne di sensibilizzazione. «Ad ogni disturbo gli italiani vanno in farmacia, e magari poi nemmeno usano quei farmaci che comperano». Difficile poi trovare un farmacista che minimizza il sintomo, consiglia latte caldo
          col miele e fa uscire il cliente a mani vuote.

          Sulla eventuale liberalizzazione dei medicinali di fascia C con ricetta, i farmacisti hanno una speranza che si chiama Livia Turco. La ministra
          alla Salute crede infatti che la vendita di farmaci delicati come gli antitumorali e le sostanze dopanti debba continuare soltanto nelle
          farmacie, dove c’è un controllo pubblico delle Asl e dei Nas. Occhi puntati insomma sul Senato. Ma Federfarma è in subbuglio: il consiglio direttivo
          si è dimesso per protesta e ha convocato per il 7 giugno una assemblea nazionale con ospiti d’onore come Romano Prodi, Livia Turco e Pier Luigi Bersani. Il governo, scrivono nella lettera di dimissioni i vertici di Federfarma, «consegna la tutela della salute nelle mani del grande capitale, interessato solo al profitto». Oggi una farmacia italiana guadagna in media 300mila euro l’anno. Non è poco. Ma non è tutto
          qui. «La distribuzione intermedia dei farmaci, come la Boots nei Paesi anglosassoni, non aspetta altro che le liberalizzazioni in Italia. Così
          da 16mila piccole aziende che eravamo si passerà ad un unico grande monopolio» si preoccupa Giuliana Zani. «Chi mi dice che il direttore
          del supermercato non ordini al farmacista suo dipendente di vendere quante più aspirine possibile?»