Mcjob, il vocabolario della flessibilità

25/11/2003


25 novembre 2003

La McDonald’s insorge contro il neologismo dello scrittore Douglas Coupland
Mcjob, il vocabolario della flessibilità

    E’stato lo scrittore americano Douglas Coupland, nel suo famoso "Generazione X", a coniare il termine nel 1991. Probabilmente per comodità, sapendo che milioni di persone avrebbero subito capito che cosa intendesse dire, aveva parlato di "mcjob", cioè di "mclavoro", definendolo "un lavoro di basso prestigio, scarsa dignità, magro introito e nessun futuro nel settore dei servizi". Dodici anni dopo, pochi giorni fa, il prestigioso Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary inglese accoglie il neologismo di Coupland tra le sue pagine, spiegando – senza troppo infierire – che un "mcjob" è «un lavoro poco remunerato e senza sbocchi». Inspiegabilmente i vertici della McDonald’s insorgono contro quello che considerano uno schiaffo ai dodici milioni di dipendenti dell’azienda, il cui impiego sarebbe "inaccuratamente descritto" dal termine.
    Strano. Perché ogni volta che nell’ultimo decennio si è parlato di un mc-qualcosa, quel qualcosa è stato immediatamente qualificato con chiarezza: dal "mcmondo" di Benjamin Barber alla "mcdonaldizzazione della società" secondo George Ritzer. E poi sanità (i "mcmedici"), edilizia (le "mcville"), produzione, informazione, editoria, turismo, istruzione, sport, intrattenimento, tempo libero (incluse le agenzie di incontri mordi e fuggi per il flirt industriale, che propongono decine di appuntamenti da cinque minuti uno dietro l’altro per trovare l’anima gemella), passando per tutti i campi in cui si è creduto opportuno fare ricorso al piccolo prefisso "mc" capace, per alchimia combinatoria antonomastica, di svelare il denominatore comune e oscuro di tante attività. D’altra parte questo lato oscuro lo verificano per primi proprio quegli stessi dipendenti che dovrebbero sentirsi vilipesi, dato che, è noto, il tasso di avvicendamento del personale nelle industrie del fast food (tutte mcdonaldizzate) è di circa il 300%: l’impiegato tipo dura mediamente quattro mesi, lo staff di un ristorante si rinnova anche tre volte in un anno. Questo non depone a favore di un attaccamento smodato al "mc job": in tutti gli altri lavori possibili negli Stati Uniti, infatti, si resiste più a lungo.
    Un "mclavoro" dunque – e sono fatti – non è molto ambito, ha un termine piuttosto breve e certamente non arricchisce: di che cosa si lamentano gli executive della multinazionale?
    Si lamentano appunto dell’antonomasia: se un tartufo è una persona ipocrita, un rodomonte è un gradasso, una silfide è una giovane di snella figura e una sirena è una seduttrice fascinosa, a questo punto della storia un "mcjob" è, automaticamente, un lavoro di merda. Certo, si può discutere sui distinguo. In fondo Barber, prefigurando i possibili scenari politici del futuro, parlava di McMondo per qualificare il sistema organizzativo occidentale, mondialistico, in opposizione culturale e politica con la Jihad, il sistema di ritribalizzazione integralista che di quello rappresentava, nella sua visione, il polo simmetrico. Secondo Barber entrambe le possibilità – strutturalmente antidemocratiche – erano da temere. Era il 1993. Ritzer, tre anni dopo, descriveva con esattezza i metodi produttivi della catena dal doppio arco dorato e le loro conseguenze su clienti, impiegati e società. Oggi, grazie a questi e a molti altri saggi dedicati al tema, una cosa "mc" non si trova necessariamente dentro un ristorante ed è già chiaramente qualificata. E lo è non solo in conseguenza dei contributi teorici, ma anche grazie all’esperienza diretta dei milioni di clienti serviti, che, non sarà un caso, sono diminuiti parecchio negli ultimi anni, imponendo al management di trovare soluzioni plausibili (dal ritorno dei McCafè all’offerta di musica nei ristoranti) per una disaffezione che non si riesce ad arginare. Come ogni singolo hamburger, una cosa "mc" è una cosa che non appaga, conviene solo apparentemente, non fa bene, associa chi la condivide ad una cultura antiumanistica per eccellenza, contribuisce nel suo esistere a distruggere le alternative che fanno la ricchezza della scelta e quindi della vita e impone, perché inerente a sé, un sistema che ha in disprezzo tutto ciò che non sia profitto e omologazione. Una salutare e doverosa antonomasia prodotta immunitariamente dalla storia per scongiurare un anatema. E che il dizionario registri la realtà.
    Valeria Muccifora