McDonald’s risarcisce i vegetariani

06/06/2002
            6 giugno 2002



            TERRATERRA
            Mc Donald risarcisce i vegetariani


            MARINELLA CORREGGIA


            «Mc Donald’s dona 10 milioni di dollari ai gruppi induisti e vegetariani le cui attività di beneficienza ed educative sono strettamente legate alle preoccupazioni di quei consumatori che seguono restrizioni alimentari». Così termina l’ultimo, recente e tortuoso comunicato stampa della nota multinazionale dell’hamburger, che così spiega: «Ci scusiamo con gli induisti, i vegetariani e altri clienti per non aver fornito le informazioni complete di cui avevano bisogno al fine di compiere scelte dietetiche informate nei nostri ristoranti». In soldoni, «riconosciamo di aver sbagliato nel definire `vegetariane’ le patatine vendute nei nostri ristoranti negli Usa». Al di là della fraseologia utilizzata (l’alimentazione vegetariana è definita una «restrizione alimentare»!), lo scivolone non è da poco. Agli inizi degli anni `90 la multinazionale aveva annunciato con fanfara il passaggio dal grasso bovino all’olio vegetale per la cottura delle patatine, rendendole quindi accettabili ai vegetariani e agli induisti, per i quali ultimi la vacca è sacra. Peccato che la prima fase della cottura preveda un passaggio aromatizzante in grasso di bue; pudicamente chiamato «agente aromatizzante».

            Harish Bharti, avvocato di origine indiana e religione indù ha scoperto la cosa e ha intentato una causa alla multinazionale, chiedendo un congruo risarcimento danni a nome di alcuni suoi correligionari e di vegetariani di Seattle. A causa in corso sono arrivate prima le scuse, ritenute non sufficienti, e poi l’accordo (che Mc Donald’s fa passare per «dono») sulla cifra milionaria in dollari: sarà anche interessante capire come verranno utilizzati. La comunità induista statunitense, peraltro, è divisa; alcuni dicono: «Ma non si è sempre saputo che Mc Donald’s è sinonimo di carne bovina»?

            In India l’affaire patatine è stato preso male, con i fast food inondati di telefonate preoccupate, visto che gli imballaggi delle patatine contengono la scritta «made in New Zealand». Mc Donald’s India ha categoricamente smentito di usare qualunque ingrediente bovino e spiegato che le patate arrivano crude dal lontano paese australe (non ci sono patate in India?) e sono poi cotte in olio vegetale. Le classi medie del paese, pressole quali il fast food è diventato una moda, possono stare tranquille…

            In India, ovviamente, Mc Donald si è sempre guardata dal vendere hamburger di bovino. Ma i fast food non sono stati risparmiati da azioni dirette, per via non solo della tradizione induitsa ma anche di quella gandhiana, benché totalmente ignorata dall’attuale governo – che anzi sottobanco sovvenziona la costruzione di moderni macelli per l’export. Qualche anno fa, agricoltori del movimento Krss dello stato del Karnataka lanciarono una campagna di boicottaggio della Kentucky Fried Chicken, catena statunitense specializzata in polli fritti. In India, i fast food Mc Donald’s sono solo 30.

            E mentre la multinazionale precisa che anche nei paesi a predominanza musulmana non usa aromatizzanti bovino o di maiale, curioso è anche che alcuni ristoranti Mc Donald’s in Francia abbiano lanciato la campagna «vai al fast food una volta la settimana», da intendersi anche nel senso di «non più di una volta la settimana»… Una risposta «particolare» alle accuse sul piano nutrizionale e quindi della salute.

            Dice del resto il Financial Times di ieri: «Che lo vogliano o no, le aziende non possono permettersi di ignorare i gruppi di pressione e le campagne»; l’analista Mark Mansley , che si riferisce in particolare ai giganti del settore petrolifero (ma il ragionamento si può estendere), ritiene che l’opposizione della Exxon al Protocollo di Kyoto sui gas che alterano il clima potrebbe alla fine danneggiare gli azionisti; oltretutto, se si scoprirà che gli ambientalisti hanno ragione, l’azienda potrebbe diventare oggetto di un caso penale, come quelli relativi al tabacco. E poi, l’opinione pubblica è disposta a credere agli attivisti: i soliti sondaggi dicono che, negli Usa, a fronte di un 44% di cittadini che credono alle aziende, ve n’è un 41% dalla parte dei campaigners.