McDonald’s: McManager’s ribelli

15/01/2001



   


12 Gennaio 2001




McManager’s ribelli
Bologna, un capetto McDonald’s racconta le prepotenze della Company. E si iscrive alla Cgil
ANTONIO SCIOTTO

Qualcosa non va, se la macchina McDonald’s, oliata alla perfezione per diffondere tra i dipendenti la fedeltà cieca all’azienda, perde colpi. Anche i manager, figure chiave della gerarchia interna, portavoce e "cani da guardia" di direttori e supervisori, hanno deciso di uscire allo scoperto, iscriversi al sindacato e denunciare le Mc-magagne. E l’hamburger ribelle non viene servito nei locali in franchising, ma addirittura in uno dei 22 ristoranti a gestione diretta della Company.
Il manager che ha deciso di parlare chiede l’anonimato, il McDonald’s in cui lavora è il McDrive di Casalecchio di Reno (Bo).
"Sono diventato manager – racconta – per l’entusiasmo e la voglia di fare che mostravo: spesso mi fermavo a fare ore in più. Il locale, fino al luglio dell’anno scorso, era gestito da un licenziatario che dava molto spazio a tutti i dipendenti. Facevamo delle riunioni e ci chiedeva di intervenire su vari problemi, c’era un’atmosfera di allegria e di amicizia. In agosto, poiché i bilanci erano in rosso, la Company ha rilevato l’attività e ha inviato un nuovo direttore e un nuovo supervisore".

I buoni rapporti tra voi manager e i dipendenti, a questo punto, erano graditi ai nuovi vertici?

Assolutamente no. E’ diventato un inferno. E il bilancio del locale è sempre in passivo. Eravamo un gruppo compatto, una quindicina di persone. Dei vecchi lavoratori, ora siamo rimasti in 5. Il fatto che io e gli altri manager fossimo affiatati con i giovani part-time non piaceva affatto ai capi. Ci spronavano a essere più rigidi, a pretendere la massima velocità e a non scambiarci battute. Siamo stati apostrofati spesso con un "zitto e lavora". Hanno passato la misura, quando hanno negato un permesso di pochi giorni a un ragazzo: voleva andare in Puglia, dove il padre sarebbe stato operato di tumore. Il direttore di allora rispose: "se vuoi partire, licenziati". A questo punto, noi manager ci siamo ribellati: bastava rifare i turni tutti insieme, per venirgli incontro. Abbiamo minacciato lo sciopero e ha dovuto concedergli il permesso.

Davvero inedito in un McDonald’s: dei manager che si ribellano al direttore. Avete pagato per questo?

Ovviamente. Molti hanno lasciato il lavoro per il clima teso che si è instaurato da quel momento. Io ho deciso di restare, ma sono stato preso di mira dai capi. Il supervisore, Sahri Fouad, mi ha fatto togliere a poco a poco gli incarichi di responsabilità, facendomi sentire sempre più inutile. Ho avuto dei problemi a causa di una dermatite al viso, per cui, come dimostravano i certificati medici che presentavo, ero costretto a tenere il pizzetto. Il manualetto di regole aziendale, però, impone la rasatura. A questo punto hanno fatto di tutto per indurmi alle dimissioni. In cambio mi hanno offerto un lavoro presso un concessionario. Avrebbero anche violato le regole del gruppo, che vietano di rientrare prima di sei mesi, una volta che sei fuori dalla catena. Per il momento sono ancora in malattia, devo curarmi la pelle.

Quindi presto tornerai al lavoro.

Mi hanno già detto che se torno verrò degradato, scendendo al semplice livello di crew (il manager prende da 1.500.000 a 1.650.000 al mese, il crew, grado più basso, da 900.000 a 1.100.000, ndr). Ma è una minaccia, non possono farlo. Nel frattempo ho deciso di iscrivermi alla Filcams Cgil e sto cercando di organizzare gli altri ragazzi. Siamo pronti a scioperare, a tenere chiuso il locale anche per una giornata intera.