MATERNITA’: PARTO PREMATURO E PART TIME, Sentenze e Circolari INCA


Roma, 9 settembre 1999

Prot. 1001/MM/cf
Oggetto: sentenze in merito al part/time
e parto prematuro.

Alle Filcams Regionali e
Comprensoriali

LORO SEDI

L’INCA nazionale ha elaborato alcune circolari che interessano in particolare la nostra categoria e che alleghiamo alla presente.

1) Circolare n. 128 – indennità di maternità: durata astensione obbligatoria in caso di parto prematuro, misura della retribuzione giornaliera di riferimento in caso di trasformazione da p/t a f/t.

2) Circolare n° 87 – contratto di lavoro a tempo parziale verticale su base annua e indennità di maternità.

A seguito della sentenza della Corte di Cassazione n. 7839, l’INPS è stato costretto a modificare la propria interpretazione in merito alla maternità e p/t verticale su base annua. In sintesi: quando l’astensione obbligatoria inizia nel corso della fase lavorativa entro 60 gg. dall’ultimo gg. lavorato, l’indennità di maternità spetta per tutto il periodo di astensione obbligatoria, compreso quindi il periodo rientrante nella pausa lavorativa. I problemi si pongono nel caso in cui l’astensione obbligatoria inizi oltre il 60° gg. dall’ultimo giorno lavorato. In questo caso un’altra sentenza della Corte Costituzionale n. 132/91, ha stabilito che la indennità spetta solo per le giornate di astensione incluse nei periodi di prevista ripresa lavorativa; non va quindi corrisposta per quelle comprese nella pausa contrattuale.
Esempio: lavoratrice a p/t annuo che lavora dal 1 gennaio al 30 giugno di ogni anno ed entra in astensione obbligatoria il 15 settembre (dopo i 60 gg.). In questo caso percepirà l’indennità solo per il periodo dal 1° gennaio al 15 febbraio (in quanto dovrebbe iniziare il lavoro il 1° gennaio e l’astensione obbligatoria termina il 15.2).
In questi casi però è possibile "attaccarsi" a un’altra sentenza della Corte di Cassazione n. 1141, la quale, ha affermato il principio che un p/t verticale/ciclico/annuo ha diritto per i periodi di sospensione alla indennità di disoccupazione. La legge sulla maternità dice che se l’astensione obbligatoria dal lavoro ha inizio dopo che siano trascorsi 60 gg., ha diritto alla indennità giornaliera di maternità, purchè la lavoratrice risulti (alla data di inizio dell’astensione obbligatoria) in godimento del trattamento ordinario o speciale di disoccupazione. Ovviamente la indennità di disoccupazione viene sostituita da quella per maternità.

3) Circolare n. 111 – contratto di lavoro a tempo parziale e calcolo pensione.

La recente sentenza della Corte Costituzionale n.202\99 ha precisato che per la maturazione del diritto alla pensione (ovvero gli anni: es. 40 – ci riferiamo al regime retributivo) valgono le norme per i lavoratori a tempo pieno. Prima della sentenza citata vigeva una discriminazione tra i lavoratori occupati nella stessa impresa. Infatti quelli che modificavano il rapporto di lavoro da tempo pieno a p\t e viceversa (regime di trasformazione) avevano un tipo di trattamento diverso da quelli che venivano assunti a p\t e non modificavano nell’ambito della stessa impresa il rapporto di lavoro.

Un esempio prima della sentenza:

lavoratrice che ha effettuato presso la stessa impresa , ditta PINCO, 10 anni a p\t (20 ore settimanali) e 10 anni a f\t; ha poi cambiato impresa presso la ditta PALLINO per la quale ha lavorato 20 anni a pt (20 ore settimanali) ; vediamo cosa succede per la maturazione del diritto e della misura:

DITTA ANNI PER IL DIRITTOANNI PER LA MISURA

PINCO : 10 ANNI A P\T105
PINCO: 10 ANNI A F\T10 10
PALLINO: 20 ANNI A P\T2020
TOTALI4035

LA LAVORATRICE ANDRA’ IN PENSIONE CON 40 ANNI DI CONTRIBUTI, MA PERCEPIRA’ UN SALARIO (MISURA) PARI AL 70% (35 ANNI X 2%) CALCOLATO SULLE RETRIBUZIONI DEGLI ULTIMI 10 ANNI , IN SOSTANZA IL 70% DEL 50% DEL SALARIO PERCHE’ A PART\TIME. QUESTA LAVORATRICE HA UNA FORTE PENALIZZAZIONE. TRADOTTO IN LIRE: £. 1.000.000 X 50% = £. 500.000 X 70% = £. 350.000

Medesimo esempio dopo la sentenza della Corte Costituzionale

DITTA ANNI PER IL DIRITTOANNI PER LA MISURA

PINCO: 10 ANNI A P\T105
PINCO: 10 ANNI A F\T1010
PALLINO: 20 A P\T2010

TOTALI40 25

LA LAVORATRICE ANDRA’ IN PENSIONE CON 40 ANNI DI CONTRIBUTI, MA PERCEPIRA’ UN SALARIO (MISURA) PARI AL 50% (25 ANNI X 2%) DELLA RETRIBUZIONE RAPPORTATA AD UN TEMPO PIENO DEGLI ULTIMI 10 ANNI £. 1.000.000 X 50% = £. 500.000 anziché £. 350.000

Va precisato che prima della sentenza erano "favoriti" i lavoratori che ad esempio lavoravano nella stessa impresa 20 anni a p\t e gli ultimi 20 a tempo pieno perché in questo caso maturavano per il diritto sempre 40 anni ma per la misura 30 anni al 60% calcolato sul salario a tempo pieno degli ultimi 10 anni. La sentenza ha messo quindi tutti i lavoratori "pari" in riferimento al regime retributivo a differenza del sistema contributivo che sin dall’inizio ha definito regole uguali per tutti.

Con l’occasione, vi salutiamo.

p. FILCAMS-CGIL
( Marinella Meschieri)


PATRONATO
INCA CGIL

Sede Centrale
Area Sicurezza Sociale

00198 Roma – Via Giovanni Paisiello 43
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Roma, li 21 maggio 1999

prot. n° 87

                        Ai Coordinatori regionali INCA
                        Ai Direttori Comprensoriali
                            Al Dip. Politiche Sociali CGIL
                        LORO SEDI

OGGETTO:Contratto di lavoro a tempo parziale verticale su base annua e indennità di maternità. Circolare INPS n° 87 del 13 aprile 1999.

Con la circolare in oggetto l’INPS, a seguito della sentenza della Corte di Cassazione n° 7839 del 10 agosto 1998, modifica le proprie disposizioni riguardo all’erogazione dell’indennità di maternità per le lavoratrici con contratto a part-time verticale annuo.

Con precedente circolare n° 82 del 5 aprile 1993, infatti, in applicazione della sentenza n° 132 del 19 marzo 1991 della Corte Costituzionale, l’Istituto aveva ritenuto che in un rapporto di lavoro a part-time fossero indennizzabili soltanto i periodi durante i quali la lavoratrice avrebbe prestato l’attività lavorativa, e ciò a prescindere dal periodo di tempo intercorso fra l’eventuale sospensione e l’inizio della interdizione obbligatoria.

La Corte di Cassazione, con la sentenza citata, ha invece rigettato il ricorso dell’INPS ritenendo che, nel caso in cui l’interdizione obbligatoria intervenga nel corso del periodo in cui è prestata attività lavorativa, l’indennità di maternità deve essere erogata per tutto il periodo di legge anche se coincidenti con la pausa lavorativa.

L’INPS, quindi, è stato costretto a modificare la propria interpretazione nei termini seguenti, pur mantenendo alcune irrazionalità:

·in un rapporto di lavoro part-time verticale annuo, quando l’astensione obbligatoria inizia durante la fase lavorativa o entro 60 giorni dall’ultimo giorno lavorato, la prestazione di maternità è erogabile per tutto il periodo anche se coincide con la pausa contrattuale;
·se, invece, l’astensione obbligatoria inizia oltre sessanta giorni dall’ultimo lavorato, l’indennità di maternità viene erogata solo per i giorni compresi durante le fasi lavorative e non compete durante le pause lavorative.

Appare tuttavia paradossale che l’INPS, nel recepire un orientamento giurisprudenziale, non tenga conti di un preciso dettato normativo e di altri pronunciamenti della magistratura.

Affermare genericamente, infatti, che in caso di astensione obbligatoria iniziata oltre sessanta giorni dall’ultimo lavorato l’indennità compete solo “per i giorni compresi durante le fasi lavorative e non compete durante le pause lavorative”, significa semplicemente non tenere conto di quanto previsto all’articolo 17, comma 3, della legge n° 1204/71, e cioè che in talune condizioni anche dopo il decorso dei 60 giorni esistono fattispecie per le quali il diritto viene genericamente riconosciuto, in particolare in caso di percezione della indennità di disoccupazione.

Né è sufficiente, come fa l’INPS, motivare questa diversità di comportamento dalle differenze dei due casi esaminati nelle due sentenze. Infatti la Corte Costituzionale si è occupata di una lavoratrice entrata in astensione obbligatoria quando erano già trascorsi 60 giorni dall’ultimo giorno lavorato, mentre la Cassazione si riferisce ad una lavoratrice entrata in maternità durante l’attività lavorativa.

Basta, infatti, esaminare altri pronunciamenti per rendersi conto di quanto siano in evoluzione la fattispecie part-time e le relative tutele.

La stessa Corte di Cassazione, infatti, con sentenza n° 1141 11 febbraio 1999, da noi commentata con circolare n° 49 del 10 marzo 1999, ha riconosciuto il diritto alla indennità di disoccupazione per una lavoratrice a part-time verticale annuo durante i periodi di sospensione, sempre che vi sia stata l’iscrizione nelle liste di collocamento.

Il cerchio quindi si richiude: se l’astensione obbligatoria è intervenuta dopo 60 giorni dalla sospensione del rapporto di lavoro e se la lavoratrice fruisce, o ha titolo a fruire, della indennità di disoccupazione, deve essere riconosciuto il diritto alla indennità di maternità senza alcuna limitazione.

E’ pertanto necessario che tali lavoratrici compiano tutti gi atti preliminari al riconoscimento del diritto avendo presenti entrambe le prestazioni collegate: l’indennità di disoccupazione, per la quale è necessaria l’iscrizione al collocamento, e l’indennità di maternità.

Viste le posizioni dell’INPS è inevitabile prevedere di dover ricorrere alla magistratura tenendo presenti i problemi relativi ai termini entro i quali si compiono la prescrizione e la decadenza delle prestazioni temporanee (1 anno per entrambi)

In tutti i casi, ai fini della determinazione della misura della prestazione, si deve prendere a riferimento la retribuzione percepita nell’ultimo mese lavorato prima dell’astensione.
Per quanto ovvio, l’Istituto conferma poi che il diritto alla astensione facoltativa non sussiste durante le pause lavorative in quanto lo si può esercitare solo durante lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Cordiali saluti

                        per il Collegio di Presidenza
                            (Rita Cavaterra)


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Roma, li 28 giugno 1999

prot. n° 111

Ai Coordinatori Regionali INCA
Ai Direttori Comprensoriali INCA
Al Dip. Politiche sociali CGIL
Allegati 1
LORO SEDI

OGGETTO:Contratto di lavoro a part-time e calcolo pensione
Sentenza Corte Costituzionale n° 202 del 28 maggio 1999

La sentenza in oggetto, da catalogarsi fra quelle cosiddette “interpretative di rigetto”, prende in esame l’articolo 5, comma 11 del decreto-legge n° 726/84, convertito, con modificazioni, in legge n° 863/84, che così dispone:

“11. Nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale e viceversa, ai fini della determinazione dell’ammontare del trattamento di pensione, si computa per intero l’anzianità relativa ai periodi di lavoro a tempo pieno e proporzionalmente all’orario effettivamente svolto l’anzianità inerente ai periodi di lavoro a tempo parziale. La predetta disposizione trova applicazione con riferimento ai periodi di lavoro successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.

Tale norma, interpretata dall’INPS in senso strettamente letterale, è stata inizialmente considerata applicabile solo ai rapporti di lavoro a part-time prestati in “regime di trasformazione” e solo per quelli la cui trasformazione fosse avvenuta successivamente alla data di entrata in vigore del decreto-legge (30 ottobre 1984).

Su quella interpretazione si è inserito un primo pronunciamento della Corte di Cassazione che con sentenza n° 12919/93 ha rimosso la seconda limitazione stabilendo che la norma deve essere interpretata nel senso che quel meccanismo deve trovare applicazione anche nei confronti delle “trasformazioni” avvenute precedentemente al 30 ottobre; a tale interpretazione l’INPS si è adeguato con circolare n° 145 del 25 maggio 1995.

Poiché tutto rimaneva circoscritto alla “trasformazione”, l’attività di contenzioso nel frattempo proseguita ha portato ad un’altra sentenza della Corte di Cassazione, la n° 11482/97, con la quale è stato ridimensionato il concetto di trasformazione eliminando, ai fini del calcolo della pensione, il pesante vincolo di tale condizione e stabilendo che anche al lavoratore che non trasforma il suo rapporto di lavoro, ma lo instaura fin dall’inizio a part-time, deve essere garantita l’applicazione dei benefici di cui all’articolo 5, comma 11, della legge n° 863/84.

Contrariamente a quanto avvenuto con la precedente sentenza, l’INPS non si è adeguato a quel pronunciamento continuando, invece, a ricorrere in Cassazione avverso tutti i giudizi che nel frattempo diverse magistrature di merito hanno pronunciato.

Il Pretore di Torino, condividendo l’impianto interpretativo dell’INPS, con ordinanza del 3 marzo 1997 sollevò comnque questione di legittimità costituzionale ritenendo la norma illegittima.

La Corte Costituzionale dichiara quindi non fondata la questione di legittimità, affermando, fra l’altro che “il decreto-legge n. 726 del 1984, quale convertito nella legge n. 863 del 1984, ha il dichiarato obiettivo, desumibile dall’”argomento” del titolo, di sostenere ed incrementare i livelli occupazionali. A questo fine – secondo quanto emerge dai lavori preparatori, segnatamente dalla relazione al disegno di legge di conversione – esso, attraverso la regolamentazione sostanziale e previdenziale del lavoro a tempo parziale, intende soddisfare una duplice esigenza: quella personale di chi ricerchi un’occupazione con orari più brevi della durata normale della prestazione (anziani, invalidi, handicappati, studenti, genitori con figli in tenera età) e quella generale di restituire elasticità al sistema produttivo. Alla stregua di tale ratio legislatoris, è plausibile l’implicito assunto del giudice a quo che la norma denunciata, siccome intesa a favorire il rapporto di lavoro a tempo parziale, comporti un trattamento pensionistico complessivamente più favorevole del precedente”.

La Corte prende anche in esame l’evoluzione interpretativa, affermando ancora che “parte considerevole della giurisprudenza di merito e della dottrina nonché, successivamente all’ordinanza di rimessione, la stessa Corte di legittimità, al fine di escludere tale apparente limitazione, hanno valorizzato la ratio legis, desunta dall’intero testo e dall’origine storica della legge, individuandola nell’intento di agevolare anche sul piano previdenziale il modulo lavorativo del tempo parziale. In questa prospettiva, è stato persuasivamente osservato che una talmente chiara finalità della normativa impone di leggere la denunciata norma come riferita anche ma non solo al caso di trasformazione del rapporto: nel senso che il legislatore, disciplinando una peculiare fattispecie, suscettibile di creare dubbi per il permanere dell’unicità del rapporto lavorativo, ha nel contempo fissato una regola valida per tutte le ipotesi di rapporto a tempo parziale”.

Proseguendo nella analisi della volontà del legislatore, è stato poi osservato che tale disegno “non può realizzarsi, infatti, se non eliminando i più gravi effetti previdenziali negativi per l’assicurato, connessi a tale modulo lavorativo: lo stesso articolo 5 prevede in proposito la frazionabilità oraria del minimale retributivo giornaliero imponibile ai fini previdenziali. Rispetto a tale ratio, sarebbe perciò palesemente irrazionale che uno dei principali ostacoli, sotto l’aspetto della disciplina previdenziale, a stipulare contratti di lavoro a tempo parziale (cioè il mancato “proporzionamento” del periodo di riferimento retributivo all’orario di lavoro effettivamente svolto) venisse eliminato dalla legge soltanto nei casi di trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale o viceversa, permanendo invece nei casi – non meno importanti, perché altrettanto idonei a favorire la “flessibilità” dell’intero sistema e l’incremento dell’occupazione in generale – di rapporti di lavoro sin dall’inizio a tempo parziale e destinati a rimanere tali. D’altronde, che il legislatore abbia avuto di mira la “flessibilità” e l’occupazione nel loro complesso, e non esclusivamente nell’àmbito aziendale, è confermato dall’espressa applicabilità della norma anche all’ipotesi di trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno. Donde l’inconsistenza della tesi difensiva dell’INPS, secondo cui la norma denunciata riguarderebbe solo le ipotesi di trasformazione del rapporto poiché mirerebbe esclusivamente all’incremento del livello di occupazione nelle singole aziende consentendo l’assunzione di altri lavoratori per completare l’orario reso disponibile dalla trasformazione a tempo parziale del rapporto”.

In conclusione la Corte Costituzionale censura, in qualche modo, l’analisi del pretore di Torino affermando che “non si vede allora perché il giudice a quo abbia respinto aprioristicamente tale tesi, venendo così meno al dovere di scegliere, fra le diverse possibili interpretazioni della norma da applicare, quella risultante conforme ai principi costituzionali. Tanto più, poi, che egli stesso osserva, nell’ordinanza di rimessione, come la computabilità in misura proporzionale vada operata ancorché la trasformazione del rapporto a tempo parziale sia avvenuta prima dell’entrata in vigore della legge di conversione e, giusta l’espressa previsione, soltanto per i periodi di lavoro successivi: dati, questi, che insieme concorrono a rendere priva d’alcun ragionevole motivo – secondo quanto anche la Corte di Cassazione ha rilevato – l’asserita non applicabilità della denunciata norma ai rapporti di lavoro a tempo parziale sorti ed estinti come tali”.

L’interpretazione legittima della norma, cui l’INPS dovrà necessariamente adeguarsi, è quindi quella che consente di applicare il meccanismo di “riproporzionamento” a tutti i rapporti di lavoro a part-time, indipendentemente dalle modalità con cui sono stati stipulati ed indipendentemente dal periodo in cui sono nati (fgermo restando che il meccanismo di riproporzionamento si applica solo ai periodi a part-time prestati successivamente al 6 gennaio 1985)

La Corte ha infatti esaminato anche l’ultimo capoverso del comma 11 dell’articolo 5 della legge n° 863/84. Tale capoverso prevede che la norma trovi applicazione “con riferimento ai periodi di lavoro successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”; come è noto, per effetto delle disposizioni allora vigenti le modifiche introdotte nelle leggi di conversione dei decreti-legge entravano in vigore secondo i meccanismi normali (15° giorno successivo alla data di pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale), per cui la norma in esame è vigente dal 6 gennaio 1985.

Su tale questione, in effetti, non sono mai state sollevate questioni particolari poiché anche da parte nostra – nel sostenere quella interpretazione che la Corte ha dimostrato di condividere – non è mai stato messo in discussione il fatto che i benefici fossero riferiti soli ai periodi di lavoro a part-time prestati successivamente al 6 gennaio 1985.

Sul dubbio di legittimità sollevato su tale limitazione la Corte si limita ad osservare, come ha più volte fatto in passato, che “rientra nella piena discrezionalità legislativa fissare termini di decorrenza per determinati effetti giuridici, anche nella materia previdenziale, col solo limite generale della ragionevolezza e non arbitrarietà. Limite certamente rispettato nella specie, non essendo ravvisabile alcun elemento di arbitrio o di irrazionalità nella scelta del legislatore di fissare il giorno dell’entrata in vigore della norma di maggior favore, quale data di riferimento per i periodi di lavoro assoggettabili al nuovo regime previdenziale”.

Fin qui, dunque, la pronuncia della Corte; deve subito essere chiarito che il meccanismo esaminato, ancorché esteso a tutte le fattispecie di part-time, riguarda unicamente le pensioni liquidate con il meccanismo “retributivo”, mentre quelle liquidate con il meccanismo “contributivo” continuano a vedere calcolata la prestazione sulla base dell’effettivo montante che si va via via ad accumulare.

A tale proposito si tenga presente che la maggioranza dei soggetti che prestano attività lavorativa a part-time appartiene proprio a quella fascia di lavoratori “flessibili” che sono destinatari, in tutto o in larga parte, del sistema contributivo.

Per il calcolo nel regime retributivo in nessun caso potrà poi verificarsi quel “raddoppio” paventato dalla stampa, poiché al beneficio che si riflette sulla retribuzione pensionabile corrisponde, come è noto, una decurtazione della anzianità contributiva utile per il calcolo.

L’entità del beneficio, in ogni caso, è diversa a seconda della consistenza dei vari periodi di lavoro prestati a full-time e a part-time, arrivando al massimo nel caso in cui la durata del part-time coincida con il periodo all’interno del quale deve essere rilevata la retribuzione pensionabile.

Non deve, però, essere nascosto anche un risvolto negativo del pronunciamento, riferito a quelle situazioni nelle quali un part-time, non in regime di trasformazione, sia stato prestato all’inizio o nel corso del rapporto assicurativo, e comunque al di fuori del periodo di ricerca della retribuzione pensionabile.

Infatti, mentre l’interpretazione INPS favoriva tali soggetti che potevano contare su una retribuzione pensionabile “piena” ed una anzianità contributiva “piena”, con la nuova interpretazione nulla cambia in relazione alla retribuzione pensionabile, mentre l’anzianità contributiva, relativa al periodo di lavoro a part-time successivo al 6 gennaio 1985, viene comunque riproporzianata.

Questa “penalizzazione” colpisce, in particolare, chi è entrato nel mondo del lavoro a part-time per far evolvere poi la propria posizione verso il lavoro a tempo pieno e chi, per svariate motivazioni, nel corso della propria “carriera” ha svolto periodi di part-time per far fronte a diversi bisogni per tornare poi a tempo pieno.

Tale effetto, tuttavia, era già presente nel caso in cui le citate evoluzioni avvenissero all’interno dello stesso rapporto di lavoro (quindi in regime di trasformazione), per cui la soluzione “provocata” dalla Corte Costituzionale ha anche la capacità di eliminare effetti non certamente equi.

Cordiali saluti.

Per il Collegio di Presidenza
Rita Cavaterra

P.S. – Si allega la sentenza della Corte Costituzionale

SENTENZA N. 202
ANNO 1999

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
Dott.RenatoGRANATAPresidente
Prof.Cesare MIRABELLIGiudice
Prof.FernandoSANTOSUOSSO “
Avv.MassimoVARI “
Dott.CesareRUPERTO “
Dott.RiccardoCHIEPPA “
Prof.GustavoZAGREBELSKY “
Prof.ValerioONIDA “
Prof.CarloMEZZANOTTE “
Avv.FernandaCONTRI “
Prof.GuidoNEPPI MODONA “
Prof.Piero AlbertoCAPOTOSTI “
Prof.AnnibaleMARINI “
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 5, undicesimo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito nella legge 19 dicembre 1984, n. 863 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali), promosso con ordinanza emessa il 3 marzo 1997 dal Pretore di Torino nel procedimento civile vertente tra Palma Vilma e l’INPS, iscritta al n. 274 del registro ordinanze 1997 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, prima serie speciale, n. 22 dell’anno 1997.
Visto l’atto di costituzione dell’INPS nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 13 aprile 1999 il Giudice relatore Cesare Ruperto;
uditi l’Avvocato Carlo De Angelis per l’INPS e l’Avvocato dello Stato Giuseppe Stipo per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.- Nel corso di un giudizio civile promosso nei confronti dell’INPS per la rideterminazione dell’ammontare del trattamento di pensione secondo i criteri stabiliti per il lavoro a tempo parziale dall’art. 5, undicesimo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, quale convertito nella legge 19 dicembre 1984, n. 863 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali), il Pretore di Torino, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 38, secondo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale della citata norma, nella parte in cui questa non prevede il computo dell’anzianità in proporzione all’orario effettivamente svolto per i periodi di lavoro a tempo parziale effettuati dagli assicurati “in qualunque epoca ed anche senza trasformazione di contratto”.
Il Pretore rimettente, sul presupposto che, per espressa disposizione di legge, tale criterio di computo dell’anzianità è applicabile solo nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno e viceversa, e solo per i periodi di lavoro a tempo parziale successivi al 6 gennaio 1985 (data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726), dubita della legittimità costituzionale della norma denunciata, sia in riferimento all’art. 38, secondo comma, della Costituzione, perché “prevede una copertura pensionistica non conforme a quanto la stessa legge richiede di versare in costanza di attività lavorativa”, sia in riferimento all’art. 3 della Costituzione, perché presenta tratti di “manifesta irrazionalità”, potendo “ridondare anche a carico dell’INPS in caso di trasformazione dei rapporti di lavoro da part time a full time”, e perché tratta in modo uguale situazioni disuguali (“lavoratori che hanno lavorato per un quantum diverso, eseguendo inoltre versamenti contributivi diversi”).
Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo sottolinea che la norma denunciata, ove non dichiarata incostituzionale, imporrebbe il rigetto della domanda, poiché l’assicurata aveva prestato la sua attività lavorativa in due distinti periodi, con soluzione di continuità, in base a due rapporti di lavoro e non con la “trasformazione” di un unico rapporto richiesta dalla legge: un primo periodo a tempo pieno, anteriormente al 6 gennaio 1985, ed un secondo, successivo, periodo a tempo parziale, iniziato prima e cessato dopo la data suddetta.

2.- Si è costituito in giudizio l’INPS ed ha chiesto la declaratoria di infondatezza della questione, osservando che la ratio della norma denunciata, diretta a facilitare la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, esclude la rilevanza dei casi in cui – come in quello di specie – non vi sia stata tale trasformazione.

3.- E’ intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo la declaratoria di inammissibilità e comunque della manifesta infondatezza della questione sotto il profilo, rispettivamente, della non censurabilità di una norma sol perché potrebbe dar luogo a trattamenti differenziati e della ragionevolezza di una disciplina che, per la sua applicazione, esiga, nell’àmbito della discrezionalità propria del legislatore, la determinazione del momento di passaggio da tempo pieno a tempo parziale.

4.- Nell’imminenza dell’udienza l’INPS ha depositato una memoria, insistendo per la declaratoria di infondatezza della questione.
Secondo l’Istituto, la norma denunciata, attraverso la neutralizzazione degli effetti previdenziali negativi connessi alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale e viceversa, intenderebbe agevolare la flessibilità del lavoro nell’azienda, favorendo la possibilità di nuove assunzioni, in attuazione del dichiarato obiettivo dello stesso decreto-legge n. 726 del 1984, di sostenere ed incrementare i livelli occupazionali: la diversità di tale ipotesi rispetto a quella di rapporti sorti e cessati come rapporti di lavoro a tempo parziale, e perciò non inquadrabili in una prospettiva di incremento dell’occupazione aziendale, renderebbe ragione della specialità della disciplina previdenziale in riferimento ad entrambi i parametri di costituzionalità evocati dal giudice a quo.

Considerato in diritto

1.- Il Pretore di Torino dubita della legittimità costituzionale dell’art. 5, undicesimo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito nella legge 19 dicembre 1984, n. 863 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali), “nella parte in cui non prevede che, per gli assicurati i quali abbiano svolto periodi di lavoro a tempo parziale, in qualunque epoca ed anche senza trasformazione di contratto, i periodi in questione non siano calcolati proporzionalmente all’orario effettivamente svolto”.
Secondo il rimettente, tale norma viola: a) l’art. 38, secondo comma, Cost. perché “prevede una copertura pensionistica non conforme a quanto la stessa legge richiede di versare in costanza di attività lavorativa”; b) l’art. 3 Cost., sotto il doppio profilo della “manifesta irrazionalità” (poiché la “disposizione può ridondare anche a carico dell’INPS, in caso di trasformazione di rapporti di lavoro da part time a full time”) e della disparità di trattamento perché “tratta in modo uguale situazioni disuguali (lavoratori che hanno lavorato per un quantum diverso, eseguendo inoltre versamenti contributivi diversificati)”.

2.- La questione non è fondata.

2.1.- Il primo dei due distinti aspetti, in cui viene articolata la censura d’illegittimità costituzionale, concerne l’àmbito d’applicabilità in senso orizzontale della denunciata norma. Secondo il giudice a quo, infatti, questa parla di “trasformazione del rapporto da full time a part time e non si vede come il dato letterale possa essere superato” per estenderlo anche ai rapporti non “trasformati”, cioè nati ed estinti come di lavoro a tempo parziale.
Il giudice a quo, fondando l’esegesi della disposizione sul solo elemento letterale, senza utilizzare gli altri strumenti ermeneutici consentiti dall’ordinamento, in particolare quello storico e logico-sistematico, ha omesso di verificare la possibilità di una diversa interpretazione in senso conforme alla Costituzione. Esame, quest’ultimo, tanto più doveroso in quanto, pur mancando un vero e proprio diritto vivente sul punto, si riscontra tuttavia un ampio orientamento della giurisprudenza e della dottrina a favore dell’applicabilità della norma stessa anche ai rapporti di lavoro a tempo parziale non trasformati, tanto da consentire il superamento dei prospettati dubbi d’illegittimità costituzionale, secondo le considerazioni qui di seguito esposte.

2.1.1.- Il decreto-legge n. 726 del 1984, quale convertito nella legge n. 863 del 1984, ha il dichiarato obiettivo, desumibile dall’”argomento” del titolo, di sostenere ed incrementare i livelli occupazionali. A questo fine – secondo quanto emerge dai lavori preparatori, segnatamente dalla relazione al disegno di legge di conversione – esso, attraverso la regolamentazione sostanziale e previdenziale del lavoro a tempo parziale, intende soddisfare una duplice esigenza: quella personale di chi “ricerchi un’occupazione con orari più brevi della durata normale della prestazione” (“anziani, invalidi, handicappati, studenti, genitori con figli in tenera età”) e quella generale di “restituire elasticità al sistema produttivo”.
Alla stregua di tale ratio legislatoris, è plausibile l’implicito assunto del giudice a quo che la norma denunciata, siccome intesa a favorire il rapporto di lavoro a tempo parziale, comporti un trattamento pensionistico complessivamente più favorevole del precedente. E, del resto, proprio in questa direzione si è sviluppata la prassi amministrativa dell’Istituto previdenziale, privilegiando, tra le varie opzioni interpretative (anche di segno opposto), quella per cui la norma incide contemporaneamente e correlativamente su entrambi i parametri del trattamento pensionistico: sul computo dell’anzianità assicurativa, contraendola in proporzione ai periodi di lavoro a tempo parziale, e sul calcolo della retribuzione media pensionabile, delimitando in base a tale “proporzionamento” il periodo di riferimento delle retribuzioni cumulate, indicato dall’art. 3 della legge 29 maggio 1982, n. 297, nelle ultime 260 settimane di contribuzione.

2.1.2.- Codesto implicito assunto costituisce, all’evidenza, la premessa da cui muove il rimettente per denunciare il conflitto tra l’intento dichiarato del legislatore di agevolare il ricorso al lavoro a tempo parziale in generale e la lettera dell’art. 5, undicesimo comma, del decreto-legge n. 726 del 1984, che sembra limitare il menzionato computo proporzionale dell’anzianità assicurativa ai casi di trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale e viceversa.
Ma, come sopra accennato, parte considerevole della giurisprudenza di merito e della dottrina nonché, successivamente all’ordinanza di rimessione, la stessa Corte di legittimità, al fine di escludere tale apparente limitazione, hanno valorizzato la ratio legis, desunta dall’intero testo e dall’origine storica della legge, individuandola nell’intento di agevolare anche sul piano previdenziale il modulo lavorativo del tempo parziale. In questa prospettiva, è stato persuasivamente osservato che una talmente chiara finalità della normativa impone di leggere la denunciata norma come riferita anche ma non solo al caso di trasformazione del rapporto: nel senso che il legislatore, disciplinando una peculiare fattispecie, suscettibile di creare dubbi per il permanere dell’unicità del rapporto lavorativo, ha nel contempo fissato una regola valida per tutte le ipotesi di rapporto a tempo parziale.
Il disegno del legislatore di “sostegno ed incremento dei livelli occupazionali” attraverso il recupero di “flessibilità” del sistema produttivo a séguito di una maggiore utilizzazione del lavoro a tempo parziale, non può realizzarsi, infatti, se non eliminando i più gravi effetti previdenziali negativi per l’assicurato, connessi a tale modulo lavorativo: lo stesso articolo 5 prevede in proposito la frazionabilità oraria del minimale retributivo giornaliero imponibile ai fini previdenziali. Rispetto a tale ratio, sarebbe perciò palesemente irrazionale che uno dei principali ostacoli, sotto l’aspetto della disciplina previdenziale, a stipulare contratti di lavoro a tempo parziale (cioè il mancato “proporzionamento” del periodo di riferimento retributivo all’orario di lavoro effettivamente svolto) venisse eliminato dalla legge soltanto nei casi di trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale o viceversa, permanendo invece nei casi – non meno importanti, perché altrettanto idonei a favorire la “flessibilità” dell’intero sistema e l’incremento dell’occupazione in generale – di rapporti di lavoro sin dall’inizio a tempo parziale e destinati a rimanere tali.
D’altronde, che il legislatore abbia avuto di mira la “flessibilità” e l’occupazione nel loro complesso, e non esclusivamente nell’àmbito aziendale, è confermato dall’espressa applicabilità della norma anche all’ipotesi di trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno. Donde l’inconsistenza della tesi difensiva dell’INPS, secondo cui la norma denunciata riguarderebbe solo le ipotesi di trasformazione del rapporto poiché mirerebbe esclusivamente all’incremento del livello di occupazione nelle singole aziende consentendo l’assunzione di altri lavoratori per completare l’orario reso disponibile dalla trasformazione a tempo parziale del rapporto.

2.1.3.- L’estensibilità della disciplina previdenziale dei rapporti di lavoro trasformati ai rapporti non trasformati è dunque fondata su argomentazioni plausibili, e si accorda con la strategia del legislatore mirante a favorire la diffusione del rapporto di lavoro a tempo parziale, sia nel lavoro privato (v., da ultimo, la legge 5 febbraio 1999, n. 25, con delega al Governo per l’attuazione della direttiva comunitaria del Consiglio del 15 dicembre 1997 n. 97/81/CE, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale), sia nel pubblico impiego (per il quale, tra l’altro, sono state fissate regole di “proporzionamento” ai fini previdenziali: artt. 7 e 8 della legge 29 dicembre 1988, n. 554).
Non si vede allora perché il giudice a quo abbia respinto aprioristicamente tale tesi, venendo così meno al dovere di scegliere, fra le diverse possibili interpretazioni della norma da applicare, quella risultante conforme ai principi costituzionali. Tanto più, poi, che egli stesso osserva, nell’ordinanza di rimessione, come la computabilità in misura proporzionale vada operata ancorché la trasformazione del rapporto a tempo parziale sia avvenuta prima dell’entrata in vigore della legge di conversione e, giusta l’espressa previsione, soltanto per i periodi di lavoro successivi: dati, questi, che insieme concorrono a rendere priva d’alcun ragionevole motivo – secondo quanto anche la Corte di cassazione ha rilevato – l’asserita non applicabilità della denunciata norma ai rapporti di lavoro a tempo parziale sorti ed estinti come tali.

2.2.- Il secondo aspetto della questione concerne l’applicabilità in senso diacronico della denunciata norma. Ritiene, infatti, il rimettente che questa violi entrambi i parametri come sopra evocati, nel prevedere “la computabilità in misura proporzionale soltanto per la parte di rapporto a tempo parziale (ancorché stipulato prima dell’entrata in vigore della legge di conversione) che ha avuto esecuzione successivamente al 6 gennaio 1985”, giorno in cui è entrata in vigore la legge stessa.
Al riguardo è sufficiente rammentare e ribadire quanto più volte già affermato da questa Corte, che cioè rientra nella piena discrezionalità legislativa fissare termini di decorrenza per determinati effetti giuridici, anche nella materia previdenziale, col solo limite generale della ragionevolezza e non arbitrarietà (v., ex plurimis, sentenze nn. 417 del 1996, 127 del 1992, 440 del 1991, 171 del 1990). Limite certamente rispettato nella specie, non essendo ravvisabile (né, del resto, avendo il rimettente offerto specifiche indicazioni in proposito) alcun elemento di arbitrio o di irrazionalità nella scelta del legislatore di fissare il giorno dell’entrata in vigore della norma di maggior favore, quale data di riferimento per i periodi di lavoro assoggettabili al nuovo regime previdenziale.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 5, undicesimo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito nella legge 19 dicembre 1984, n. 863 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali) sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 38, secondo comma, della Costituzione, dal Pretore di Torino, con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 maggio 1999.
Renato GRANATA, Presidente
Cesare RUPERTO, Redattore
Depositata in Cancelleria il 28 maggio 1999.


PATRONATO
INCA CGIL

Sede Centrale
Area Sicurezza Sociale

00198 Roma – Via Giovanni Paisiello 43
Telefono 06-855631 – Fax 06-85352749
http://www.inca.itE-mail: sicurezza-sociale@inca.it

Roma, li 13 luglio 1999

prot. n° 128

Ai Coordinatori Regionali INCA
Ai Direttori Comprensoriali INCA
Al Dip. Politiche sociali CGIL
Al Dip. Politiche pari opportunità CGIL
Allegati 2
LORO SEDI

OGGETTO:Indennità di maternità:

        - durata astensione obbligatoria in caso di parto prematuro
        - misura retribuzione giornaliera di riferimento in caso di trasformazione da part-time a full-time.
        Sentenze Corte Costituzionale n° 270 e n° 271 del 30 giugno 1999

Con le due importanti sentenze, indicate in oggetto, la Corte Costituzionale si è nuovamente occupata di tutela della maternità affrontando due questioni che dal punto di vista del principio rappresentano un ulteriore passo avanti.

1 – La sentenza n° 270 del 24-30 giugno 1999

Con tale sentenza la Corte ha dichiarato “la illegittimità costituzionale dell’articolo 4, primo comma, lettera c) della legge 30 dicembre 1971, n° 1204 nella parte in cui non prevede per l’ipotesi di parto prematuro una decorrenza dei termini del periodo dell’astensione obbligatoria idonea ad assicurare una adeguata tutela della madre e del bambino”.

La questione di legittimità era stata sollevata dal Pretore di Bergamo che si è trovato a giudicare su una situazione in cui il parto era avvenuto il 24 luglio 1997, alla 24a settimana di gestazione, ed il bambino, trattenuto in incubatrice fino al 5 novembre 1997, è entrato nella famiglia quando già erano decorsi i tre mesi successivi al parto e la stessa lavoratrice aveva dovuto anticipare la richiesta di astensione facoltativa.

La Corte ha ritenuto fondata la questione rilevando innanzitutto che “l’istituto dell’astensione obbli-gatoria dal lavoro post-partum previsto dalla norma impugnata – come osservato dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenze n° 332 del 1988 e n° 1 del 1987) – oltre ad essere volto a tutelare la salute della donna, considera e protegge il rapporto che, in tale periodo, necessariamente si instaura tra madre e figlio, anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono decisive sia per un corretto sviluppo del bambino, sia per lo svolgimen-to del ruolo della madre”.

La norma censurata, invece, contiene una rigida determinazione sia per la durata che per la decorrenza dell’astensione obbligatoria, confermata anche dal regolamento di esecuzione della stessa legge (DPR n° 1026/76) che fa riferimento al giorno successivo al parto per individuare la decorrenza dei tre mesi di astensione; tale rigidità risulta irragionevole e penalizzante per i parti avvenuti prima del termine.

Nei parti prematuri, invece, può capitare che il neonato, per la sopravvivenza, necessiti di una permanenza in ospedale di varia durata. Nello stesso periodo la madre è interdetta dal lavoro per legge per tre mesi ed è invece obbligata a riprendere l’attività quando il bambino viene dimesso ed ha bisogno di assistenza.

Secondo la Corte, quindi, "è innegabile che detta situazione contrasti sia col principio della parità di trattamento, sia col valore della protezione della famiglia e con quello della tutela del minore “ e pertanto “va dichiarata l’incostituzionalità della norma censurata”.

Nella sentenza la Corte poi analizza due diverse soluzioni per ovviare alle incongruenze della norma: spostare la decorrenza della prestazione dal momento dell’ingresso in famiglia del bambino, come già accade in caso di affidamento preadottivo, oppure dalla data presunta del termine fisiologico di una gravidanza normale, come previsto nel disegno di legge sui congedi parentali presentato dal Governo alla Camera dei Deputati.

Ovviamente la scelta della possibile soluzione compete al legislatore, ma nelle more la Corte, accertata l’illegittimità costituzionale ed in assenza dell’intervento legislativo, stabilisce che “sarà il giudice a individuare nel complesso sistema normativo la regola idonea a disciplinare la fattispecie in conformità dei principi indicati”.

La decisione finale, quindi, torna nelle mani del Pretore di Bergamo.

2 – La sentenza n° 271 del 24-30 giugno 1999

La seconda sentenza riguarda la misura del trattamento economico per maternità di una lavoratrice a part-time che aveva trasformato il rapporto lavorativo a tempo pieno. La Corte di Cassazione aveva sollevato questione di legittimità dell’articolo 16, primo comma, della legge n° 1204/71 nella parte in cui non prevede che, nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno, per determinare l’indennità di maternità si prenda a riferimento la retribuzione che sarebbe spettata durante il lavoro a full-time.

Nel caso in esame la lavoratrice aveva concordato, in tempi non sospetti, con il datore di lavoro un periodo di lavoro a part-time per una certa durata (dal 1° gennaio 1988 al 31 marzo 1990), al termine del quale vi era l’impegno reciproco di ritrasformare il rapporto in full-time; proprio in coincidenza con detto termine la lavoratrice entrava in astensione anticipata per maternità nel corso della quale il datore di lavoro, per conto dell’INPS, le erogava la relativa indennità commisurandola alla retribuzione percepita nel mese precedente, cioè quella a part-time.

Giunta la vicenda alla Corte Costituzionale, ne è scaturita una sentenza interpretativa di rigetto alla base della quale vi è una interessante argomentazione.

La Corte, infatti, si è soffermata sui principi ispiratori della legge sulla maternità ribadendo che “l’astensione ob-bligatoria di cui all’articolo 4 della legge n° 1204 del 1971 (ed anche quella anticipata di cui all’articolo 5 della stessa legge) ha il fine di proteggere la salute della donna nel periodo precedente ed immediatamente successivo al parto, sottolineando peraltro che la tutela della madre “non si fonda solo sulla condizione di donna che ha partorito, ma anche sulla funzione che essa esercita nei confronti del bambino”, avendo quindi come obiettivo la protezione della salute di entrambi (sentenza n° 1 del 1987). Per assicurare tale obiettivo occorre rimuovere quegli ostacoli di ordine econo-mico che renderebbero in concreto più difficile per la donna lo svolgimento del proprio insostituibile ruolo di madre; di qui la necessità di evitare che dalla disciplina del rapporto di lavoro derivi una sostan-ziale menomazione economica a motivo della ma-ternità (v., le sentenze n° 3 del 1998, n° 423 del 1995, n° 150 del 1994)”.

Se queste sono le finalità e le ragioni della normativa di protezione delle lavoratrici madri, continua la Corte, “la questione oggi posta dalla Corte di Cassazione può ricevere una soluzione interpretativa, senza che la norma offra il fianco alle lamentate censure di inco-stituzionalità. Ed infatti, qualora la lavoratrice ed il datore abbiano già concordato, come nel caso di specie, la ripresa del lavoro con le modalità del tempo pieno per un periodo coincidente in parte con quello dell’astensione obbligatoria, sottrarre alla donna il diritto alla corresponsione dell’indennità di maternità calcolata in base alla retribuzione fissata per il tempo pieno si tradurrebbe in una violazione degli obiettivi appena richiamati. Ne consegue, per-ciò, che l’indennità può non essere commisurata alla retribuzione costituente il corrispettivo del lavoro che la donna avrebbe normalmente svolto nel perio-do di sospensione”.

Viene pure indicata la traccia della “soluzione interpretativa”, con un richiamo alla sentenza n° 132/91 della Corte costituzionale poiché sia in quel caso come in quello in esame la lavoratrice, “per effetto della maternità, viene a perdere una retribuzione di cui avrebbe certamente – e non solo probabilmente – goduto se non si fosse dovuta astenere dal lavoro in ragione del suo stato”. Quelle argomentazioni che allora servirono per il diritto alla indennità, oggi possono essere utilizzate per la misura dell’indennità stessa.

In conclusione la Corte, partendo dal presupposto che la norma sulla maternità (risalente al 1971) non poteva prevedere quanto sarebbe successivamente accaduto in base alle norme del part-time (risalenti al 1984), ritiene possibile una lettura, non impedita dal testo della legge, in base alla quale, in caso di concordata trasformazione del rapporto di lavoro, possa valere il prin-cipio della retribuzione più favorevole alla lavoratri-ce madre.

Ovviamente ne deriva che “tale corretta interpretazione, in armonia con i richiamati principi, appare alla Corte idonea alla soluzione della presente questione sottraendo la nor-ma a profili di incostituzionalità”.

- o – o – o – o – o -

Le sentenze appena illustrate hanno una valenza particolarmente rilevante per le fattispecie prese in esame e sicuramente riguardano altre lavoratrici che si sono trovate nelle stesse condizioni, o che vi si troveranno in futuro.

Purtroppo le limitazioni normative esistenti in materia di prescrizione per il diritto alla indennità di maternità (1 anno) e di decadenza per la proposizione dell’azione giudiziaria (1 anno più eventuali termini amministrativi), non consentono di recuperare che pochi casi pregressi; tuttavia si invitano i direttori territoriali a non lasciare nulla di intentato per rilevare eventuali soggetti nei confronti dei quali quei principi possono trovare applicazione.

Cordiali saluti.

per il Collegio di presidenza

                                (Rita Cavaterra)

P.S. – Si allegano le due sentenza richiamate

Sentenza n. 270
Anno 1999

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Prof.GiulianoVASSALLIPresidente
Prof.FrancescoGUIZZIGiudice
Prof.Cesare MIRABELLI “
Prof.FernandoSANTOSUOSSO “
Avv.MassimoVARI “
Dott.CesareRUPERTO “
Dott.RiccardoCHIEPPA “
Prof.GustavoZAGREBELSKY “
Prof.ValerioONIDA “
Prof.CarloMEZZANOTTE “
Avv.FernandaCONTRI “
Prof.GuidoNEPPI MODONA “
Prof.Piero AlbertoCAPOTOSTI “
Prof.AnnibaleMARINI “

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 4, primo comma, lettera c) della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri), promosso con ordinanza emessa il 15 giugno 1998 dal Pretore di Bergamo nel procedimento civile vertente tra Crosera Laura e l’Istituto Scolastico Suore Sacramentine ed altro iscritta al n. 827 del registro ordinanze 1998 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, prima serie speciale, n. 45, prima serie speciale, dell’anno 1998.

Visto l’atto di costituzione dell’INPS;

udito nella camera di consiglio del 24 marzo 1999 il Giudice relatore Fernando Santosuosso.

Ritenuto in fatto

1. – Nel corso di un giudizio promosso per l’accerta mento del diritto di avvalersi dell’astensione obbligatoria dal lavoro, il Pretore di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 15 giugno 1998 (R.O. n. 827 del 1998), ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 29 primo comma, 30 primo comma, 31 e 37 della Costituzione, dell’art. 4, primo comma, lettera c) della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri).
Il rimettente dubita della legittimità costituzionale della disposizione citata, atteso che vi sarebbe violazione del principio della parità di trattamento tra le fattispecie di parto a termine e parto prematuro poiché sarebbe adeguatamente tutelato solo il primo e non anche il secondo; sarebbe altresì pregiudicato il valore costituzionale della protezione della famiglia e quello della tutela del minore, in quanto la disposizione denunciata non consentirebbe, nel caso di parto prematuro, la frazionabilità dell’astensione obbligatoria e la decorrenza di parte della stessa dalla data di ingresso del bambino nella famiglia o quanto meno dalla data prevista del parto, anziché da quella reale, così da consentire un’adeguata tutela della puerpera, costretta invece a beneficiare di un’aspet-tativa eccessiva con sacrificio degli altri interessi di rilevanza costituzionale sopra illustrati.
Osserva il rimettente che l’istituto dell’astensione obbligatoria dal lavoro di cui alla legge citata ha subito nel tempo un’evoluzione legislativa e giurisprudenziale che ne ha esteso l’originaria ratio di tutela a favore della puerpera, anche al minore e più in generale alla famiglia nel delicato momento dell’ingresso in essa del neonato.
Da ciò conseguirebbe, che la disposizione censu-rata, a tenore della quale: “E’ vietato adibire al lavoro le donne: … c) durante i tre mesi dopo il parto” non consentirebbe di assicurare efficacemente la tutela predetta del minore e della famiglia nel caso di parti prematuri in cui, grazie all’attuale sviluppo della scienza medica, è possibile la sopravvivenza di feti nati prematuramente assistiti da una lunga perma-nenza in incubatrice.
Nel caso di specie, quindi, l’obbligatorietà della decorrenza dell’astensione dal lavoro dalla data del parto, avrebbe comportato che la stessa si sarebbe esaurita prima dell’ingresso del bambino in fami-glia, sicché la madre non sarebbe stata in grado di beneficiare in modo effettivo della tutela legale.
Osserva, da ultimo, il rimettente che gli interessi della madre e del minore non possono dirsi efficace-mente salvaguardati dall’esistenza di altri istituti, come l’astensione facoltativa prevista dalla stessa legge, atteso che l’esaurimento anticipato dell’asten-sione obbligatoria riduce la durata complessiva della tutela, proprio in un caso meritevole, caratterizzato da un lato dai rischi che presenta il bambino nato prematuro m relazione al suo sviluppo neuropsichi-co e affettivo e, dall’altro, dalla situazione della madre dopo l’esperienza traumatizzante dell’inter-dizione prematura della gravidanza e il distacco dal bambino nel periodo di ricovero di questi in ospedale.

2. – Si è costituito, nel presente giudizio, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.) con atto di intervento depositato fuori termine, chieden-do che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata.

Considerato in diritto

1. – La questione sottoposta dal Pretore di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, a questa Corte, concerne la legittimità costituzionale – con riferi-mento agli artt. 3, 29 primo comma, 30 primo com-ma, 31 e 37 della Costituzione – dell’art. 4, primo comma, lett. c) della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri) in quanto la disposizione censurata, vietando espressamente di adibire al lavoro le donne durante i tre mesi dopo il parto, violerebbe il principio della parità di tratta-mento tra le fattispecie di parto a termine e di quello prematuro, in quanto sarebbe adeguatamente tutela-to solo il primo e non anche il secondo. Sarebbe altresì pregiudicato il valore costituzionale della pro-tezione della famiglia e quello della tutela del mino-re, atteso che la disposizione denunciata non consentirebbe, nel caso di parto pre-termine, la “fra-zionabilità” del periodo di astensione obbligatoria e la decorrenza di parte della stessa dalla data di in-gresso del bambino nella famiglia o quanto meno dalla data prevista del parto, anziché da quella reale, così da consentire un’adeguata tutela della puerpera.

2. – La questione è fondata.

3. – Giova premettere che la lavoratrice madre è destinataria di una specifica legislazione protettiva, che trova ampia giustificazione nelle norme costitu-zionali di cui agli artt. 3, secondo comma, 4, 31, 32 e 37 della Costituzione. Il nostro ordinamento giuri-dico risulta inoltre integrato dalle fonti normative comunitarie e internazionali dirette ad una incisiva tutela degli interessi sia delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (Direttiva del Consiglio, 19 ottobre 1992, n. 92/85, recepita con il decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645), sia del figlio (Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176).
In questo quadro, l’istituto dell’astensione obbli-gatoria dal lavoro post partum previsto dalla norma impugnata – come osservato dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 332 del 1988 e n. 1 del 1987) – oltre ad essere volto a tutelare la salute della donna, considera e protegge il rapporto che, in tale periodo, necessariamente si instaura tra madre e figlio, anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono decisive sia per un corretto sviluppo del bambino, sia per lo svolgimen-to del ruolo della madre.

4. – L’art. 4, primo comma, della legge n. 1204 del 1971 nel prevedere due periodi di astensione obbli-gatoria (uno anteriore e uno posteriore al parto) contiene una formulazione letterale che appare rigi-damente determinata sia in ordine alla durata, che alla decorrenza. Ciò è confermato dall’art. 6 del D.P.R. 25 novembre 1976, n.1026 (Regolamento di esecuzione della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri) che individua nel giorno successivo al parto il dies a quo del secondo periodo di astensione dal lavoro; ma tale rigidità rivela aspetti irragionevoli in relazione a casi dipano prematuro.
In questa ipotesi è notoriamente indispensabile che il bambino – per un periodo talvolta lungo – sia affidato alle cure di specialisti ed all’apparato sani-tario, mentre la madre, una volta dimessa e pur in astensione obbligatoria dal lavoro, non può svolgere alcuna attività per assistere il figlio ricoverato nelle strutture ospedaliere; ed è invece obbligata a ripren-dere l’attività lavorativa quando il figlio deve essere assistito a casa. E’ pertanto innegabile che detta situa-zione contrasti sia col principio della parità di tratta-mento, sia col valore della protezione della famiglia e con quello della tutela del minore, con violazione dei parametri costituzionali invocati. Va pertanto dichiara-ta l’incostituzionalità della norma censurata.

5. – È appena il caso di accennare che da tempo è stata rilevata l’incongruenza della disposizione in parola nell’ipotesi di parto prematuro, e si propon-gono diverse soluzioni con specifico riguardo alla decorrenza del periodo di astensione, spostandone l’inizio o al momento dell’ingresso del neonato nella casa familiare, o alla data presunta del termine fisiolo-gico di una gravidanza normale; la prima soluzione è analoga a quella relativa all’ipotesi di affidamento preadottivo del neonato (sentenza n. 332 del 1998). La seconda è parsa meritevole di essere seguita dal disegno di legge n. 4624 che detta “Disposizioni per sostenere la maternità e la paternità e per armoniz-zare i tempi di lavoro, di cura e della famiglia” presentato dal Governo alla Camera dei Deputati in data 3 marzo 1998.
La scelta fra le diverse possibili soluzioni spetta al legislatore.
Peraltro, accertata l’illegittimità costituzionale della norma, in assenza di intervento legislativo sarà il giudice a individuare nel complessivo sistema normativo la regola idonea a disciplinare la fattispe-cie in conformità dei principi indicati (sentenze n. 347 de1 1998 e n. 295 del 1991).

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la illegittimità costituzionale dell’art. 4, primo comma, lettera c) della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri) nella parte in cui non prevede per l’ipotesi di parto prematuro una decorrenza dei termini del periodo del-l’astensione obbligatoria idonea ad assicurare una adeguata tutela della madre e del bambino.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 1999.

                    F.to:Giuliano VASSALLI, Presidente
                    Fernando SANTOSUOSSO, Redattore

Depositata in cancelleria il 30 giugno 1999.

Sentenza n. 271
Anno 1999

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Dott.RenatoGRANATAPresidente
Prof.FrancescoGUIZZIGiudice
Prof.Cesare MIRABELLI “
Prof.FernandoSANTOSUOSSO “
Avv.MassimoVARI “
Dott.CesareRUPERTO “
Dott.RiccardoCHIEPPA “
Prof.GustavoZAGREBELSKY “
Prof.ValerioONIDA “
Prof.CarloMEZZANOTTE “
Avv.FernandaCONTRI “
Prof.GuidoNEPPI MODONA “
Prof.Piero AlbertoCAPOTOSTI “
Prof.AnnibaleMARINI “

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 16, primo comma, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela della lavoratrici madri), promosso con ordinanza emessa il 18 marzo 1997 dalla Corte di cassazione nel procedimento civile vertente tra Buono Maria Rosaria e l’ENEL s.p.a. – Compartimento di Napoli iscritta al n. 639 del registro ordinanze 1997 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 40, prima serie speciale, dell’anno 1997.

Udito nella camera di consiglio del 24 marzo 1999 il Giudice relatore Fernando Santosuosso;

Ritenuto in fatto

Nel corso di una controversia promossa per la corresponsione dell’indennità di maternità la Corte di cassazione, Sezione lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, primo comma, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri), in riferimento agli artt. 3, primo comma, 31 e 37, primo comma, della Costituzione.
In punto di fatto la Corte di cassazione premette che la lavoratrice, il cui rapporto di lavoro a tempo pieno era stato trasformato in rapporto a tempo par-ziale a decorrere dal gennaio1988, aveva concordato con il datore di lavoro la cessazione di quest’ultima modalità dal 31 marzo 1990, sicché dal successivo l° aprile il lavoro avrebbe ripreso le modalità del tempo pieno. Sennonché proprio a far data dal 1° aprile 1990 la lavoratrice era stata collocata in aspet-tativa per maternità ai sensi dell’art. 5 della legge n. 1204 del 1971, ed il datore di lavoro le aveva corri-sposto la relativa indennità assumendo come para-metro la retribuzione percepita durante il part-time, e non quella percepita durante il tempo pieno.
Promosso il giudizio per il riconoscimento del-l’indennità in misura proporzionata alla retribuzione ricevuta durante il periodo del tempo pieno, la relativa domanda era stata accolta in primo grado e respinta in appello, sicché la lavoratrice aveva avanzato ricorso per Cassazione avverso la sentenza di secondo grado.
Sulla base di queste osservazioni la Corte di cas-sazione nota che l’art. 16 della legge n. 1204 del 1971 fissa come parametro di calcolo della retribu-zione ai fini del computo dell’indennità di maternità “la retribuzione media globale giornaliera percepite nel periodo di paga quadrisettimanale o mensile scaduto ed immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha avuto inizio l’astensione obbliga-toria dal lavoro per maternità”. Siffatta formulazione non consente, secondo il giudice a quo, alcuna inter-pretazione diversa da quella fatta propria dal giudice d’appello, il che dovrebbe portare al rigetto del ri-corso ed alla conferma dell’impugnata sentenza.
La Cassazione osserva però che una simile inter-pretazione, che è l’unica possibile, imponendo nel caso di specie di commisurare l’indennità di mater-nità alla retribuzione percepita durante il part-time, mentre era già concordata tra le parti la ripresa del lavoro a tempo pieno, confligge con le finalità del-l’indennità stessa, più volte richiamate dalla giuri-sprudenza di questa Corte. In particolare, la sentenza n. 132 del 1991 ha dichiarato l’illegittimità costitu-zionale dell’art. 17, secondo comma, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, “nella parte in cui, per le lavoratrici con contratto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale su base annua, allorquando il perio-do di astensione obbligatoria abbia inizio più di 60 giorni dopo la cessazione della precedente fase di lavoro, esclude il diritto all’indennità giornaliera di maternità, anche in relazione ai previsti successivi periodi di ripresa dell’attività lavorativa”. La Corte costituzionale ha quindi riconosciuto che l’indennità di maternità, la cui funzione è quella di garantire alla donna lavoratrice il mantenimento della necessaria tranquillità economica in una fase tanto importante della vita stia e del bambino, deve essere corrisposta anche in mancanza di un lavoro in atto nel momento in cui inizia il periodo di astensione obbligatoria, a condizione che la lavoratrice non si sia volontariamen-te allontanata dal circuito lavorativo. Diversamente argomentando, infatti, la donna verrebbe a perdere una retribuzione che avrebbe certamente conseguito in assenza della gravidanza e del puerperio.
I principi enunciati nella sentenza ora richiamata paiono al giudice a quo pienamente adattabili al diverso caso in esame, nel quale la lavoratrice, pur essendo formalmente in part-time all’inizio del pe-riodo di astensione, avrebbe certamente prestato il proprio lavoro a tempo pieno durante il prosieguo, in assenza della gravidanza. E nel caso specifico, non avendo il rapporto di lavoro subito alcun sostanziale mutamento, negare la commisurazione dell’indenni-tà alla retribuzione conseguita durante il tempo pieno si risolve in una violazione degli indicati parametri. E’ irragionevole, infatti, la discriminazione che si viene a creare tra la lavoratrice che ha sempre prestato il proprio lavoro a tempo pieno e quella che ha, solo occasionalmente collaborato a tempo parziale; la decurtazione dell’indennità, inoltre, si risolve in una riduzione di tutela economica della famiglia ed in una compressione del diritto della donna lavoratrice a svolgere le proprie funzioni di madre.

Considerato in diritto

1. – La Corte di cassazione, Sezione lavoro, dubita che l’art. 16, primo comma, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, “nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto di lavoro a tempo pieno, nel quale ultimo abbia inizio venga comunque a protrarsi il periodo di astensione obbligatoria della lavoratrice, l’indennità di maternità debba essere determinata con riferimento alla retribuzione che sarebbe a costei spettata in relazione al regime a tempo pieno”, sia in contrasto con gli artt. 3, primo comma, 31 e 37, primo comma, della Costituzione.
Dal complessivo contenuto dell’ordinanza si evince che il punto cruciale della questione, indivi-duato attraverso il richiamo alla sentenza n. 132 del 1991 di questa Corte, consiste nella presunta dimi-nuzione del reddito che la lavoratrice part-time ver-rebbe a subire, in conseguenza dell’astensione obbligatoria per maternità, in costanza di una già concordata trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto di lavoro a tempo pieno.

2. – La questione non è fondata.

3. – Giova premettere che la norma sottoposta allo scrutinio della Corte dispone testualmente che la misura della retribuzione rilevante ai fini della deter-minazione dell’indennità di maternità (fissata, in base al precedente art. 15, nell’ottanta per cento della retribuzione per tutto il periodo di astensione obbli-gatoria) è quella “percepita nel periodo di paga quadrisettimanale o mensile scaduto ed immedia-tamente precedente a quello nel corso del quale ha avuto inizio l’astensione obbligatoria dal lavoro per maternità”. Occorre tuttavia rilevare che già dallo stesso art. 16 della legge del 1971 risulta che tale criterio non è l’unico utilizzato dalla legge, poiché i commi successivi al primo consentono di considera-re – per la retribuzione da assumere come parametro – anche altri elementi, ivi comprese le esigenze particolari dell’azienda e della lavoratrice.
Indipendentemente da questa precisazione, la Corte osserva che, mentre la tutela delle lavoratrici madri ha ricevuto una regolazione legislativa fin dal 1971 (appunto con la legge n. 1204), una vera e propria normativa sul lavoro part-time si è avuta solo in epoca successiva, in particolare con 1’art. 5 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 19 dicembre 1984, n. 863. Da quel momento il lavoro part-time è stato oggetto di diversi altri interventi legislativi, anche in materia di pubblico impiego.
Da tanto consegue che i rapporti intercorrenti tra determinazione dell’indennità di maternità ed even-tuale trasformazione del rapporto di lavoro (da tem-po pieno a tempo parziale o viceversa) non sono espressamente disciplinati dalla norma oggi impu-gnata, e ciò spiega l’apparente lacuna segnalata dalla Corte rimettente. In realtà, l’ipotesi di una trasfor-mazione del rapporto è stata riconosciuta dalla nor-mativa del 1984, come si evince dal comma 11 del citato art. 5 del decreto-legge n. 726 del 1984, che ha regolato tale trasformazione, i cui effetti si river-berano anche sulla determinazione dell’ammontare del trattamento pensionistico.
Questa Corte ha già avuto modo di scrutinare, con la menzionata sentenza n. 132 del 1991, un diverso articolo della legge n. 1204 del 1971 e di dichiararne l’illegittimità costituzionale sotto il profilo del rap-porto esistente tra una particolare figura di part-time, quello cosiddetto verticale, e la spettanza dell’inden-nità di maternità; anche nel presente giudizio è una norma della stessa legge del 1971, benché dettata in un momento storico precedente rispetto a quello d’introduzione del part-time, quella da prendere in considerazione per la risoluzione di un’analoga que-stione in tema di misura dell’indennità di maternità.
Sono d’altronde evidenti l’identità di ratio tra le due situazioni ed il collegamento esistente tra la tutela delle lavoratrici madri ed il nuovo fenomeno del lavoro a tempo parziale.

4. – Ciò posto per il corretto inquadramento della questione, la medesima appare infondata alla luce dell’interpretazione delle disposizioni in esame, nel quadro dei principi che regolano la materia.
È indubbio che l’art. 16 della legge n. 1204 del 1971, con una regola ancorata all’id quod plerumque accidit, colleghi il computo dell’indennità di mater-nità all’ultima retribuzione percepita nel periodo antecedente rispetto a quello dell’astensione e che continuerebbe ad essere percepito se non si verifi-casse l’astensione. Tale previsione, però, dettata per evitare facili frodi nei confronti dell’ente assicurativo, va letta nell’ambito di una prospettiva sistematica.
La giurisprudenza di questa Corte ha da tempo stabilito alcuni fondamentali criteri che devono gui-dare l’interprete nella ricostruzione della disciplina a tutela delle lavoratrici madri. In particolare, si è ribadito in più di un’occasione che l’astensione ob-bligatoria di cui all’art. 4 della legge n. 1204 del 1971 ha il fine di proteggere la salute della donna nel periodo precedente ed immediatamente successivo al parto, sottolineandosi peraltro che la tutela della madre “non si fonda solo sulla condizione di donna che ha partorito, ma anche sulla funzione che essa esercita nei confronti del bambino”, avendo quindi come obiettivo la protezione della salute di entrambi (sentenza n. 1 del 1987). Per assicurare tale obiettivo occorre rimuovere quegli ostacoli di ordine econo-mico che renderebbero in concreto più difficile per la donna lo svolgimento del proprio insostituibile ruolo di madre; di qui la necessità di evitare che dalla disciplina del rapporto di lavoro derivi una sostan-ziale menomazione economica a motivo della ma-ternità (v., le sentenze n. 3 del 1998, n. 423 del 1995, n. 150 del 1994).
Queste essendo, dunque, le finalità e le ragioni della normativa di protezione delle lavoratrici madri, la questione oggi posta dalla Corte di cassazione può ricevere una soluzione interpretativa, senza che la norma offra il fianco alle lamentate censure di inco-stituzionalità. Ed infatti, qualora la lavoratrice ed il datore abbiano già concordato, come nel caso di specie, la ripresa del lavoro con le modalità del tempo pieno per un periodo coincidente in parte con quello dell’astensione obbligatoria, sottrarre alla donna il diritto alla corresponsione dell’indennità di maternità calcolata in base alla retribuzione fissata per il tempo pieno si tradurrebbe in una violazione degli obiettivi appena richiamati. Ne consegue, per-ciò, che l’indennità può non essere commisurata alla retribuzione costituente il corrispettivo del lavoro che la donna avrebbe normalmente svolto nel perio-do di sospensione.
In questo senso è pertinente il richiamo che l’or-dinanza di rimessione fa alla menzionata sentenza costituzionale n. 132 del 1991, perché in quel caso come in quello presente la donna, “per effetto della maternità, viene a perdere una retribuzione di cui avrebbe certamente – e non solo probabilmente – goduto se non si fosse dovuta astenere dal lavoro in ragione del suo stato”. Le medesime argomentazioni utilizzate nella citata pronuncia in ordine all’an val-gono oggi, pur con i diversi aspetti delle due situa-zioni, in rapporto al quantum.
Se la norma ora impugnata non poteva prevedere, per le ragioni già viste, che in caso di concordata trasformazione del rapporto di lavoro valesse il prin-cipio della retribuzione più favorevole alla lavoratri-ce madre, tale lettura non è impedita dal testo della legge, ove lo stesso venga interpretato nel nuovo contesto normativo in relazione alle finalità che il legislatore del 1971 intendeva perseguire,
Tale corretta interpretazione, in armonia con i richiamati principi, appare alla Corte idonea alla soluzione della presente questione sottraendo la nor-ma a profili di incostituzionalità.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, primo comma, della leg-ge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavora-trici madri), sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 31 e 37, primo comma, della Costi-tuzione, dalla Corte di cassazione, Sezione lavoro, con l’ordinanza di cui in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 1999.

                    F.to:RenatoGRANATA, Presidente
                    FernandoSANTOSUOSSO, Redattore

Depositata in Cancelleria il 30 giugno 1999.