Maternità difficile Un quarto delle donne lascia il posto di lavoro

24/02/2010

Oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Non è certo un fenomeno solo italiano quello della difficile conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, ma mentre nel resto d’Europa l’occupazione delle neomamme, dopo una forte discesa nei primi 3 anni di vita del bambino, tende a risalire, solo in Italia «il tasso di occupazione delle donne continua a calare mano a mano che cresce l’età dei figli».
I dati sono quelli dell’Istat, qualitativamente rielaborati da Manageritalia. «In Italia la percentuale di donne che escono dal mercato del lavoro dopo la nascita del primo figlio, pari al 25 per cento, è costante da vent’anni, anche se con l’aumento dell’occupazione femminile sono cambiati i numeri assoluti», osserva la sociologa Chiara Saraceno. Non che questo consoli, tutt’altro. Anche se nel discutere dei temi della conciliazione, per dirla ancora con Saraceno, «non va sottovalutato il discorso dell’ambivalenza, nonostante quando se ne parla, anche a livello europeo, sembra che l’unica cosa importante sia che le donne vadano a lavorare, senza considerare che accanto ai bisogni di cura c’è anche il bisogno e il piacere di dare cura». Lo stesso dato della «costrizione» non può essere letto a senso unico: si può essere «costrette» anche a restare al lavoro.
Se infatti il tasso di abbandono è mediamente pari al 27 per cento secondo l’elaborazione di Manageritalia, le probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumentano esponenzialmente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (il 68 per cento tra le donne ferme alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate). Triplica invece, il tasso di abbandono, per le donne contrattualmente precarie. Scende (al 25 per cento) nel settore pubblico, mentre nel privato la probabilità è decisamente più alta per le operaie (37 per cento) rispetto a chi ha un ruolo manageriale (12 per cento), che però deve fare i conti «con l’abbandono delle aspirazioni di carriera». Le ragioni risiedono nella «perdita di influenza e ruolo» (per il 59 per cento degli intervistati), nelle «difficoltà connesse a ristrutturazione organizzativa» (30 per cento), nel «ristagno del trattamento economico» (27 per cento) e infine nel mobbing (23 per cento).
L’assenza di servizi è «una spiegazione importante ma non sufficiente», osserva Chiara Saraceno: «Anche in presenza di servizi – che devono essere di buona qualità, oltre che economicamente accessibili – conciliare il lavoro e l’intensità della cura è difficile, soprattutto se il lavoro è inflessibile in termini di orario». E se «inflessibili» sono anche i ‘mariti’ perchè – nonostante diverse ricerche sull’uso del tempo mostrano i giovani padri molto più coinvolti dalla cura dei figli, anche se più a discapito del tempo libero che del lavoro – resta il dato, «vero a livello europeo», che vede, accanto a una diminuzione dell’occupazione femminile in presenza di figli sotto i sei anni, un aumento di quella maschile. E resta «la scarsa propensione degli uomini italiani alla condivisione dell’impegno domestico», come sottolinea l’economista Gianna Claudia Giannelli sul sito «In genere», un sito nato proprio con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne.
Un «programma per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro» è stato stilato anche dal governo (se ne occupano i ministri Sacconi e Carfagna). Si chiama «Italia 2010», e sorprendentemente vi si afferma che l’offerta di servizi a poco serve. Un’affermazione che mal si concilia con la realtà (testimoniata e documentata da diverse ricerche), perfetta invece se utilizzata a sostegno di quella «solidarietà intergenerazionale» con cui Sacconi e Carfagna vogliono mascherare una massiccia operazione di privatizzazione. Lo stigmatizza, ancora sul sito «In genere», Maria Letizia Tanturri: «Nel 2010 la famiglia italiana ‘tutto fare’ rischia di diventare un gigante dai piedi d’argilla che può facilmente sgretolarsi se non puntellato da politiche coerenti e magari creative per la conciliazione».