“MassMedia” Le ragioni e il circo (R.Cotroneo)

01/02/2007
    giovedì 1 febbraio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 27) – Commenti

      Veronica /1

        Le ragioni e il circo

          Roberto Cotroneo

          Sono bastate poche ore ed è diventata una farsa, una commedia all’italiana. Prima la lettera di Veronica a Repubblica, poi la risposta di Silvio Berlusconi, poi il tam tam mediatico attorno, con tutti gli stereotipi che si possono immaginare, le curiosità, le banalità, i pettegolezzi, una sorta di numero speciale di Chi, o peggio del vecchio Grand Hotel.

          Il fotoromanzo tra Veronica e Silvio ha raggiunto il culmine subito, e c’era da aspettasserlo. Ma questo culmine non ha niente a che fare con la realtà di quello che è accaduto. Una donna che manda una pubblica lettera a Repubblica, con un lato politico importantissimo. E un uomo, Silvio Berlusconi, che risponde facendo finta di non capire, come fosse un galante marito che l’ha fatta grossa. Da un lato la denuncia di una moglie e di una donna dell’incoerenza di Berlusconi, che difende la famiglia tradizionale, ed è contro le unioni di fatto, ma poi fa battute ad avvenenti fanciulle ai Telegatti. Dall’altro un uomo che risponde come fosse su «una rotonda sul mare». Ma vediamo di capire meglio, cosa è successo davvero.

          La lettera di Veronica è un manifesto politico. Ed è soltanto in parte è uno sfogo privato. Di politico ha il tono e la misura innanzi tutto, non c’è una sfrangiatura, non una sola emozione che non sia controllata. Di politico ha la scelta della testata, Repubblica, giornale di sinistra, da sempre radicalmente critico verso la politica berlusconiana. Di politico ha il fatto che Veronica non avrebbe mai scritto questa lettera se suo marito non fosse stato nel passato presidente del Consiglio dei ministri, oggi capo dell’opposizione, e domani non avesse intenzione di ritornare a palazzo Chigi. Il manifesto di Veronica, insomma, è il più duro attacco a Berlusconi che sia mai stato fatto in tutti questi anni.

          Proprio nei giorni in cui suo marito si schiera contro le unioni di fatto, e si dilunga sui sacri valori della famiglia, Veronica (che non a caso firma Berlusconi, e non con il suo cognome) gli scrive che è proprio per la famiglia che ha spesso taciuto, ed è proprio per la famiglia, per la dignità, per i figli che si è decisa a pubblicare questa lettera. Non è una cosa da poco. È il perno su cui ruotano le parole di una donna che chiede dignità, ma richiama soprattutto Berlusconi a una assunzione di responsabilità pubblica, su un tema che non è più privato. È una lettera che avrebbe potuto scrivere Hillary Clinton, non la moglie di un politico italiano.

          Se andiamo indietro nel tempo, e cerchiamo qualcosa di analogo, non troviamo quasi nulla. C’è un solo caso che si può paragonare lontanamente a questo. E risale al 1953, quando Teresa Noce, nome di battaglia «Estella», moglie di Luigi Longo, uno dei più alti dirigenti (e poi segretario) del partito comunista italiano, venne a sapere dalle colonne del Corriere della sera che il marito aveva ottenuto l’annullamento del suo matrimonio a San Marino. Ci fu una sua lettera di risposta, dove la Noce non contestava la decisione del divorzio, ma contestava il metodo: «noi comunisti siamo favorevoli al divorzio, non certo agli annullamenti dei matrimoni». Il caso suscitò scandalo, anche politico, nell’Italia di allora. Ma non è paragonabile a questo .

          A dare peso e valore politico alla lettera di Veronica, c’è anche un altro aspetto. Lei, sia quando il marito era premier, sia dopo, ha sempre tenuto un comportamento riservatissimo e distaccato. Poche le apparizioni con il marito, pochissime le concessioni mondane e ufficiali. Molte però le cosiddette esternazioni, e quasi tutte in dissenso con le posizioni del centro destra, e con la politica berlusconiana. L’ultima, in ordine di tempo, nel 2003, quando su Micromega, la rivista di Paolo Flores d’Arcais, scrisse: «Credo che i movimenti pacifisti servano al risveglio delle coscienze. Meritano rispetto. Non si può criminalizzarli».

          La cosa fece impressione, come fecero impressione le molte posizioni distanti, anche dal punto di vista culturale, di Veronica dal mondo (nel senso più ampio del termine) che il marito incarnava e in cui si riconosceva. Suonava bizzarra la sua passione per Rudolph Steiner, il teorico dell’antroposofia: vera e propria disciplina che insegna a vivere la propria esistenza attraverso una complessa ricerca spirituale e del tutto anticonsumistica. Suonava sorprendente che anni fa Veronica dichiarasse di essere sempre stata contraria all’uso e all’abuso di televisione per i propri figli, avendo un marito che le televisioni private se le era inventate. Suonava, sottotraccia, sorprendente, che in Tendenza Veronica un libro intervista con Maria Latella uscito qualche anno fa, mostrasse di avere una vera e propria idea del mondo personale e coerente, che mal si addiceva non dico all’Italia in cui viviamo oggi, ma ancora di più: a una filosofia della vita che Berlusconi ha prima modellato attraverso i media, i programmi televisivi, e poi ha sfruttato per creare il suo partito e farsi eleggere.

          Ora tutti parlano dell’umanità di Berlusconi, del suo senitmentalismo, delle sue scuse pubbliche, come fosse soltanto questo. Troppo facile. Perché non si deve dimenticare l’aspetto culturale di queste righe. Perché difendendo se stessa e la sua dignità di donna Veronica dice due cose formidabili. La prima è di tipo etico: «A mio marito ed all’uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente». Notate l’espressione «all’uomo pubblico». Chi è l’uomo pubblico? È solo quello che dice «la sposerei domani se non fossi sposato», o «con te andrei dovunque»? O è soprattutto l’uomo che ha incarnato in questa Italia l’estetica del frivolo, dell’eccesso, della galanteria un po’ stentorea? Con quell’idea della vita che assomiglia troppo a quella dei bonne vivant degli anni Cinquanta? E il dubbio viene proprio leggendo la risposta arrivata da Berlusconi nel pomeriggio. La lettera di Berlusconi è una lettera privata concessa a tutti. La lettera di un marito a cui è sfuggita una sciocchezza, di un uomo che fa riferimento al loro matrimonio, alle loro cose private. Ma i due sono su due piani completamente diversi. Lui porta dei fiori, con il sorriso del marito innamorato e del seduttore, cercando l’applauso dei suoi elettori, in pratica dicendo: vedete, sono un marito generoso e appassionato. Lei mette al centro una Weltanschauung, una visione del mondo, che è lontana anni luce da lui. Soprattutto quando Berlusconi scrive: «Ma la tua dignità non c’entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento. Ma proposte di matrimonio, no, credimi, non ne ho fatte mai a nessuno».

          Le pubbliche scuse sono arrivate. I media non chiedevano altro. Ma qualche giorno fa un amico attento e intelligente come Oliviero Toscani mi ha detto: «Berlusconi è vecchio, è un uomo che non ha mai vissuto gli anni Sessanta, è fermo agli anni Cinquanta, con quei gessati, con i capelli tinti, con quel modo di pettinarsi». Può sembrare un’osservazione semplicemente di gusto estetico, ma invece va oltre. L’uomo che si candida alla guida del futuro del paese, costruisce ogni giorno un’immagine di se stesso inadeguata, vecchia e persino un po’ fuori luogo. Sembra catapultato nel duemila da un tempo lontano, quando gli uomini potevano anche non preoccuparsi di battute inopportune e poco rispettose, di bagattelle di un momento. E qui però, come accade spesso nella storia, si capisce che Berlusconi è la vittima di una vichiana eterogenesi dei fini.

          Mentre il mondo «interiore» di Berlusconi è un mondo degli anni Cinquanta, quello «esteriore», che ha contribuito a creare in vent’anni di televisione e politica, gli è sfuggito di mano, e non è facile recuperarlo, soprattutto mandando una lettera che sarà sincera, ma che dimostra che ha capito assai poco di quello che è accaduto ieri. È il mondo dei talk show, e il mondo del chiacchiericcio, è il mondo dove la battuta di un politico a una cena diventa il perno per rotocalchi pettegoli, per pettegolezzi pubblici di ogni genere. Nei suoi anni Cinquanta probabilmente avrebbe potuto permettersi tutte le bagattelle che voleva, ma almeno tre decenni di programmi di ogni genere, inventati spesso da lui, di talk show senza rete e senza filtri, di spettacolarizzazione dei sentimenti più intimi, di «privati» che si trasformano in una chanche per avere un pizzico di visibilità, di compiacimento per ogni forma di volgarità, per lui sono diventati un boomerang che certo non si aspettava, un boomerang che gli sta tornando indietro anche in queste ore. Perché il j’accuse di sua moglie è il più duro che si potesse mai immaginare.

          Di fronte alla risposta di Silvio Berlusconi un po’ da uomo qualunque («prendi questa testimonianza pubblica di un orgoglio privato che cede alla tua collera come un atto d’amore. Uno tra tanti. Un grosso bacio Silvio») la lettera di Veronica Berlusconi appare ancora più algida, più distante di quanto già sembrasse. Soprattutto in quella espressione alla fine della lettera. La più forte di tutte, su cui è difficile glissare semplicemente con un grosso bacio: «la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto delle donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati». Se non è un manifesto politico questo…

          roberto@robertocotroneo.it