“MassMedia” Cara Repubblica, te lo meriti Berlusconi

01/02/2007
    giovedì 1 febbraio 2007

    Prima Pagina

      LADY B 2 COSÌ IL QUOTIDIANO DI DE BENEDETTI HA FINITO COL SERVIRE UN ASSIST PERFETTO ALL’ODIATO CAVALIERE

        Cara Repubblica, te lo meriti tutto Berlusconi

          L’enfasi data alla lettera evidenzia una sconcertante subalternità culturale del giornale che vuole cambiare il Paese

            C’è un caso Lario-Berlusconi. Ma, almeno ai nostri occhi, c’è anche, enorme, un caso Repubblica. E cioè il caso di un giornale che ha pubblicato la lettera della signora Lario così come la ha pubblicata ieri Repubblica. Titolo e alcune righe in apertura di prima, e poi un’intera pagina, la quarta, a caratteri grossi grossi, tipo quelli di una pubblicità a pagamento di un formaggino o della Toyota Corolla, sotto una grande foto dell’autrice. Con tutto il rispetto per l’Emmenthal e la Toyota, non è bello. Non si fa. Tant’è vero che non si era mai fatto, almeno sui giornali italiani, pure ricchissimi di imbarazzanti precedenti in fatto di servilismo verso i potenti di turno e corrività nei confronti di quanto si muove nel ventre dell’opinione.

            Una caduta di stile? Peggio. È una patetica dichiarazione di resa a quel certo spirito pubblico e a quel modo di intendere la politica della lotta contro i quali il quotidiano che fu di Eugenio Scalfari e ora è di Ezio Mauro ama farsi paladino. Di più. È un esempio sconcertante di subalternità non solo culturale ma anche, per paradossale che possa sembrare la cosa, politica. Basta guardare alla cronaca. La lettera di pubbliche scuse di Silvio Berlusconi è arrivata, puntuale, nel giro di poche ore. Non sappiamo se oggi Repubblica le darà lo stesso rilievo offerto ieri alla missiva della signora Lario. Ci è già chiarissimo, però, che l’opinione pubblica (probabilmente non solo quella di centrodestra) la ha accolta con un atteggiamento di benevola curiosità. Berlusconi ha fatto gol, Repubblica gli ha servito l’assist.

            Intendiamoci. La lettera, che evoca temi prossimi a quelli solitamente sollevati nelle procedure di divorzio, era di per sé una notizia, e anche clamorosa. Il quotidiano della tessera numero 1 del Partito democratico aveva il diritto e il dovere di pubblicarla, anche con grande rilievo. Ma il modo in cui ha scelto di farlo, l’inappropriatissima enfasi con cui ha colorato il suo farsi cassetta di opinioni, sensibilità e magari operazioni altrui getta un’ombra scura sui dichiarati buoni propositi del giornale che si fa voce del partito che dovrebbe rinnovare l’Italia e la sua vita pubblica, e che non ha fatto passare un giorno senza tuonare contro il berlusconismo e i danni che questo ha diffuso nel corpo della nostra società.