Maroni: vietato parlare di povertà

25/10/2004

            domenica 24 ottobre 2004

              Maroni: vietato parlare di povertà

              Il ministro attacca la Caritas: fa politica. E sull’articolo 18 vuol chiedere la fiducia

                Roberto Rossi

                  MILANO A volte ritornano e nel peggiore dei modi. Con un copione già visto, fatto anche di accuse e veleni, Roberto Maroni, ministro leghista del Welfare è di nuovo tornato alla carica, a testa bassa, sull’articolo 18. Lo ha fatto all’Università di Modena intervenendo a un convegno sulla riforma del lavoro che porta il nome di Marco Biagi, l’economista assassinato dalle Br che proprio nella città emiliana insegnava.

                    «Non escludo – ha detto il ministro – che, se continuerà l’ostruzionismo nei confronti della 848 bis, il governo decida di saltare il lavoro in commissione e farlo sottoscrivere così com’è ponendo, se necessario, la fiducia». Il testo del 848 bis prevede la riforma degli ammortizzatori sociali, comprensivo dell’articolo 18. «È intenzione del governo – ha dichiarato ancora Maroni – fare decorrere gli strumenti e la riforma degli ammortizzatori sociali dall’1 gennaio 2005. Anche perché ci sono i soldi (750 milioni di euro a partire dal 2005) a disposizione ed è un peccato sprecarli. Dato che il testo della riforma degli ammortizzatori sociali è quello contenuto nel patto per l’Italia non vedo motivo per rallentare. C’è da battere l’ostruzionismo ingiustificato della sinistra». Che, assieme alla Cgil, «è orientata a cancellare la legge».

                      Ma il clima di scontro che Maroni vorrebbe o al quale rimanda non c’è più. E a ricordare come i tempi siano cambiati, come non esista più «una guerra di religione», ci ha pensato il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei. Il quale ha spiegato che anche se da una parte rimane «la bontà dell’idea» di non applicare l’articolo 18 alle aziende con non più di 15 dipendenti e per un periodo massimo di tre anni, resta il fatto che sulla misura «si è registrato un tasso di impopolarità che non ci sentiamo di sostenere».
                      Non dello stesso avviso Maroni. «Il testo allegato al patto per l’Italia, che è stato il sottoscritto il 5 ottobre del 2002 fra il governo e 36 parti sociali, esclusa la Cgil, per me è il testo sacro, perché è frutto di un accordo». «Se tutte le parti dell’accordo – ha precisato – chiedono al governo di modificarlo, il governo lo farà». Ma se «solo una parte, proprio per rispetto dell’accordo, chiede che esso sia mantenuto, il governo lo manterrà».

                        Maroni si è spinto anche oltre. Durante il suo intervento nella città emiliana, davanti a una platea comunque sensibile all’argomento, ha riformulato, seppur in modo velato, accuse contro Sergio Cofferati. In che modo? Il ministro è tornato a citare l’aggettivo «limaccioso» e, cioè, la parola con cui l’ex segretario della Cgil definì il Libro Bianco sul lavoro al quale lo stesso Biagi aveva lavorato prima che venisse ucciso e che costò all’attuale sindaco di Bologna l’accusa, formulata da un buona fetta della destra, di essere il mandante morale della morte dell’economista. Cofferati, già attaccato su questo terreno sotto elezioni, ieri non ha voluto commentare l’uscita di Maroni. limitandosi a un «ne parlerò quando lo riterrò opportuno».

                          L’ex segretario può comunque consolarsi. Perché ieri non è stato il solo a ricevere attenzioni dal ministro. Maroni ne ha avuto un po’ per tutti. Dalle banche «che curano i propri interessi e non finanziano progetti e idee», ai lavoratori co.co.co. per «non ci sarà nessuna proroga», fino alla Caritas colpevole di «far politica». E proprio contro quest’ultima l’affondo più duro. Perché, giusto due giorni fa, l’organismo pastorale della Cei. aveva fornito uno studio che fotografava, tra l’altro, i lavoratori flessibili come soggetti ormai a «rischio sociale».

                            «Il rapporto della Caritas fa un po’ di confusione» ha replicato polemicamente Maroni. «Mi dispiace per loro – ha detto ancora il ministro – perché i dati dell’occupazione dicono che sono in forte aumento i contratti a tempo indeterminato. la flessibilità è necessaria per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro. confondere l’una cosa con l’altra significa non capire o far finta di non capire». E ancora: «La Caritas chiede di effettuare interventi che non sono di welfare ma di puro assistenzialismo. La Caritas chiede più assistenzialismo, più spesa pubblica. Il welfare è tutta un’altra cosa: è opportunità, politiche attive del lavoro, protezione sociale». Come l’articolo 18.