Maroni si sfoga: tante pressioni, ma non ho ceduto

24/06/2002







Del 22/6/2002 Sezione: Economia Pag. 4)

colloquio
Fabio Poletti

IL PROTAGONISTA DEL CONFRONTO RIPERCORRE LA TRATTATIVA: C´ERA CHI VOLEVA PRIVILEGIARE LA PACE SOCIALE RISPETTO ALLE RIFORME
Maroni si sfoga: tante pressioni, ma non ho ceduto
MILANO
L´UNICO in tutta la Cgil con il quale il ministro del Welfare Roberto Maroni si dice d´accordo, è il segretario della Camera del lavoro di Milano Antonio Panzeri. Glielo dice di persona, al convegno sulla Milano multietnica organizzato dall´università Bocconi. Si stringono anche la mano, al tavolo degli oratori. Ma poi, da Panzeri arriva la staffilata: «Sugli immigrati forse… E´ su tutto il resto, che non siamo d´accordo».
Il «resto» sono la trattativa sull´articolo 18 e gli ammortizzatori sociali. Con il ministro che fa l´ottimista: «E´ finito positivamente il primo round, spero nella firma dell´accordo il 2 luglio». Poi accusa gli assenti al tavolo della trattativa: «La Cgil si è autoesclusa. Libera di farlo, ma commette un grave errore». E alla fine si toglie pure qualche sassolino dalla scarpa: «Sono stati mesi terribili, ho ricevuto pressioni fortissime anche dalla Confindustria e dall´interno della maggioranza. Volevano che cedessi, privilegiando la pace sociale rispetto alle riforme, come si faceva in passato».
Il passato, al ministro Maroni interessa poco. Preferisce guardare al futuro, anche a quello più immediato: 2 luglio, san Urbano, quando spera di firmare finalmente l´accordo con Cisl e Uil. Al passato relega la Cgil che definisce senza mezzi termini «conservatrice». Spiega il ministro, a margine del convegno in Bocconi: «La Cgil ha evocato scenari apocalittici, ha mobilitato il mondo del lavoro, compresi i leghisti… Ma noi abbiamo resistito alla tempesta e il peggio è passato». Nella tempesta scampata, Roberto Maroni ci mette anche lo sciopero generale in Lombardia e Campania, proclamato due giorni fa dalla Cgil: «Uno sciopero fallito. Vuol dire che i lavoratori cominciano a sospettare – o forse ad avere la certezza – che l´atteggiamento della Cgil e di Cofferati è politico e non ha nulla a che fare con la trattativa sindacale». Al segretario della Cgil prossimo a lasciare l´incarico e in questi giorni a Siviglia per lo sciopero generale dei lavoratori spagnoli, rifila il commento più pesante: «Ha preferito andare in giro per l´Europa. Non credo che si facciano così gli interessi dei lavoratori». Una cosa è certa, il ministro del Welfare respinge l´accusa di aver voluto spaccare il sindacato: «Il governo preferisce avere un sindacato unito che tratta, anzichè uno diviso. Ma se c´è qualcuno che dice sempre di no e si autoseclude sono problemi suoi». E comunque, per Maroni alla fine sono i risultati quelli che contano davvero: «Abbiamo presentato un buon documento. Al tavolo della trattativa c´erano una quarantina di sigle sindacali. Abbiamo messo le basi per un nuovo accordo che porti a realizzare gli obiettivi di aumento del tasso di occupazione di Lisbona». A parte quei «mesi terribili» che dice di aver passato, per le pressioni che arrivavano un po’ da tutte le parti, in nome della pace sociale da realizzare a costo di rinunciare a qualcosa sul tavolo della trattativa, il ministro Maroni ammette che qualche passo indietro è stato necessario un po’ da tutte le parti. E´ nella filosofia di ogni trattativa, assicura: «Quando si fa un accordo partendo da posizioni così diverse, tutti devono fare un passo indietro». Chi non lo ha fatto, è la sola Cgil: «Sono quelli che in passato non hanno consentito l´accordo che ci accingiamo a firmare». Soddisfatto sotto ogni punto di vista, Roberto Maroni assicura che con la firma del 2 luglio cambierà tutto «e gli effetti si vedranno nei prossimi anni…». Di sicuro, per lui siamo ad una svolta epocale nelle relazioni industriali. E si può suonare il «de profundis» alla concertazione: «L´epoca del compromesso a tutti i costi è finita. Ed è su questo che è fallita la politica di riforme dell´Ulivo. Ma noi sappiamo di poter vincere le resistenze dei conservatori come Cofferati, perché sappiamo di avere davanti un´intera legislatura» Cinque anni in cui Roberto Maroni promette di rivoluzionare il mondo del lavoro. Per adesso ne è passato solo uno, mettendo sulla bilancia i pro e i contro il ministro del Lavoro dice di avere sul tavolo «un bicchiere mezzo pieno». Ma giura che è solo l´inizio, che le riforme che la Lega di governo intende fare, sono ancora molte. E a Maroni, non manca certo l´ottimismo della volontà: «Se fissiamo a 100 quello che avremmo voluto ottenere, siamo ancora lontani… Ma ora si tratta di vedere se, conclusa questa prima fase di governo, si può dare un´accelerazione alle riforme istituzionali».