Maroni sfida il premier: «Se si oppone è per interesse»

21/11/2005
    lunedì 21 novembre 2005

    Pagina 13 – Economia

    IL RETROSCENA

      Vertice del Carroccio a Sestri Levante: "Mediolanum e le altre compagnie non possono dettare la riforma"

        E Maroni sfida il premier
        «Se si oppone è per interesse»

          ROBERTO MANIA

            ROMA – «An ci sta, l´Udc pure. L´unico che può mettersi di traverso è Berlusconi per difendere gli interessi delle assicurazioni, compresa quella di cui è proprietario». Per Roberto Maroni, ministro leghista del Welfare, si apre una settimana decisiva. Alla riforma delle pensioni (quella che dal 2008 aumenta l´età per lasciare il lavoro) non è riuscito a dare il suo nome. Quella, del 2003, infatti, serviva a Tremonti per convincere – solo temporaneamente – gli esaminatori di Bruxelles. Ma la riforma del Tfr (la vecchia liquidazione), Maroni, vuole che passi con il suo nome, e con il marchio della Lega. E ieri, a Sestri Levante alla riunione della scuola quadri del Carroccio, tra sindaci e amministratori locali, il ministro ha descritto lo scenario possibile che – ha detto – può portare anche allo scontro con il premier. «Maroni è pronto alla collisione», confermavano nel suo entourage in serata.

            Il via libera alla devolution da parte di una Cdl insolitamente compatta, non ha affatto ammorbidito la determinazione dei leghisti sul Tfr. Anzi. Ora Maroni e i suoi si sentono più liberi. «Non siamo più sotto schiaffo», sosteneva ieri il ministro. Il che non va interpretato come un "liberi tutti", bensì come la possibilità di condurre una battaglia all´interno della coalizione senza dover tenere "ritorsioni" centriste sulla riforma costituzionale. Il Carroccio si sente rafforzato, ma senza debiti. Proprio per questo – è la tesi di Maroni – «non possono essere Mediolanum e le altre compagnie di assicurazioni a bloccare tutto». E però questo continua ad essere il nodo da sciogliere, quello che ha fatto slittare già in un paio di occasioni l´approvazione della riforma. Una volta (il 5 ottobre scorso) in maniera clamorosa con un voto (addirittura per alzata di mano, evento rarissimo) del Consiglio dei ministri, che mise in minoranza Maroni e il compagno di partito Roberto Calderoli, con Berlusconi fuori dalla porta dopo aver ammesso il suo conflitto di interessi (Fininvest, infatti, è importante azionista di Mediolanum). La seconda (la scorsa settimana) con l´inaspettato rinvio alla prossima riunione del Consiglio dei ministri. E qui si giocherà la vittoria finale.

            Un po´ alla volta Maroni ha riconquistato l´appoggio della destra di An. Anche l´Udc sta con Maroni, ma senza passione, con il distacco che da sempre segna i rapporti tra i due partiti. Non resta che Forza Italia, o il premier Silvio Berlusconi. Il che è lo stesso. Qui – a parte il conflitto di interessi – si addensa una idiosincrasia ai sindacati. Fu proprio Berlusconi a dire che non avrebbe voluto fare «un regalo» ai sindacati, concedendo (come prevede la riforma di Maroni) una corsia preferenziale per il conferimento delle quote del Tfr ai fondi negoziali rispetto a quelli, per esempio, di origine assicurativa. Ma i forzisti guardano anche all´altra parte: alle piccole aziende, che è un loro tradizionale bacino elettorale, le quali si vedranno private di somme ingenti (si calcola che il flusso annuo del Tfr arriva a circa 13 miliardi di euro) per il proprio autofinanziamento, e che, dopo la riforma, dovranno rivolgersi alle banche e rispettare i rigorosi criteri introdotti con l´accordo di Basilea 2. Per questo, anche ieri, in Forza Italia si ipotizzava un rafforzamento della moratoria, già prevista dalla proposta Maroni, che per tre anni esclude dal meccanismo del silenzio-assenso le imprese non in regola con il protocollo di Basilea.

              L´ultimo tassello della strategia, messa a punto a Sestri Levante, riguarda l´eventuale bocciatura della riforma. «La "rappresaglia" – si diceva ieri tra i leghisti – scatterà in Parlamento, sulla Finanziaria». L´idea del Carroccio è quella di presentare un emendamento che abroghi la norma della riforma delle pensioni che, dal 2008, porta l´età per l´accesso all´anzianità da 57 a 60 anni. E le pensioni di anzianità stanno in stragrande maggioranza al Nord. «Fu sacrificio per la nostra base sociale – insiste da settimane Maroni -, fu la "parte cattiva" della riforma; quella "buona" deve servire ai giovani, con un nuovo patto tra generazioni». Cavaliere permettendo.