Maroni: salari differenziati tra Nord e Sud

29/10/2002




            (Del 29/10/2002 Sezione: Economia Pag. 18)
            IL MINISTRO DEL WELFARE: IL FONDO MONETARIO HA INFRANTO UN TABU´, COME LEGA SONO ORMAI DIECI ANNI CHE RIPETIAMO QUESTE COSE
            Maroni: salari differenziati tra Nord e Sud
            I sindacati: «Il contratto nazionale non si tocca»

            ROMA
            Affiora nuovamente la tentazione di realizzare, sia pure in modo diverso, le «gabbie salariali» di antica memoria nel Mezzogiorno e in altre zone ad economia depressa; ed è subito scontro fra governo e sindacati. Il ministro del welfare Roberto Maroni, richiamando alcune indicazioni espresse dal Fondo monetario internazionale, rilancia la necessità di differenziare le retribuzioni tra Nord e Sud e sostiene che «i tabù sul contratto collettivo nazionale sembrano finalmente caduti». «Ricordo – afferma il ministro – gli insulti che noi leghisti prendemmo dieci anni fa, quando dicevamo le stesse cose che ora arrivano dal Fondo. Forse eravamo in anticipo sui tempi, perché allora proponevamo la stessa regolamentazione che il Fondo suggerisce ora e che tutti accettano come la Bibbia». Dunque salari differenziati, secondo il ministro, non solo per tenere conto del diverso costo della vita nelle varie realtà territoriali, ma anche come strumento per combattere la contrattazione. «Le parti sociali – aggiunge – dovrebbero occuparsi al più presto della riorganizzazione della contrattazione su base nazionale, perché è materia loro. So che alcuni sindacati e la stessa Confindustria stanno cominciando a pensare a questa opportunità, anche se ci sono visioni differenti nel dettaglio. Ma la cosa importante è che sia caduto il tabù». I sindacati, però, sono meno convinti della effettiva caduta di questo tabù. «La contrattazione collettiva – ribatte al volo Carla Cantone, segretario confederale della Cgil – è e deve rimanere il pilastro sul quale si basano equità e solidarietà fra Nord, Centro e Sud, ed è l´unica che può tutelare concretamente il potere di acquisto di tutti i salari». La contrattazione collettiva, quindi, va riqualificata ed estesa, «superando il boicottaggio di associazioni ed imprese, ma non può sostituirsi al contratto nazionale». E qui un attacco a Maroni: «Il ministro dovrebbe interpretare esigenze e bisogni di tutti i lavoratori e non esporli alle riduzioni delle tutele e dei salari per responsabilità di chi non sa invertire il declino dello sviluppo del Mezzogiorno e l´impoverimento del tessuto produttivo del Paese». Così pure il leader della Cisl, Savino Pezzotta, prende le distanze dalle dichiarazioni del ministro del welfare. «E´ un´illusione – osserva – pensare che non possa e non debba esistere un livello nazionale della contrattazione. L´attuale modello di contrattazione ha delle difficoltà e, come abbiamo già detto a Cgil e Uil, dobbiamo preparare una nostra proposta. Ma questo certamente non vuol dire bloccare le piattaforme in corso». L´ipotesi della Cisl è, come sempre, di battere la strada dei due livelli di contrattazione: il primo, quello nazionale, che garantisca la tutela dei salari e abbia elementi di equità per tutto il territorio nazionale; il secondo, quello decentrato, da legare agli incrementi di produttività». Comunque Pezzotta coglie l´occasione per esortare le confederazioni sindacali ad intervenire sulla vertenza contrattuale dei metalmeccanici: «Arrivare alla trattativa con tre diverse piattaforme farebbe male al sindacato. Non aiuta ed è pericoloso per il sindacalismo». Anche il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha non poche riserve sull´uscita di Maroni, ma intanto entra in collisione con il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi che accusa il sistema pensionistico italiano di togliere troppo presto le persone dal mondo del lavoro. «Sono le imprese – replica Angeletti – ad incoraggiare i prepensionamenti per abbattere i costi sull´anzianità dei dipendenti».

            Gian Carlo Fossi