Maroni prepara l’affondo sulle pensioni

22/10/2001

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ECONOMIA
ALLO STUDIO UN SISTEMA ALTERNATIVO A QUELLO PUBBLICO. SUI LICENZIAMENTI IL MINISTRO E’ DECISO: «L’ARTICOLO 18 VA SUPERATO»
Maroni prepara l’affondo sulle pensioni
ROMA. Roberto Maroni prepara l’imminente affondo del governo sulle pensioni. A margine di un convegno milanese della Lega, il ministro del Welfare spiega ai giornalisti i suoi progetti, e interviene su tutte le questioni in discussione in queste settimane, dai licenziamenti alle pensioni. E spiega – d’accordo con gli industriali – che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti non può essere un tabù. Maroni ribadisce che le pensioni di anzianità – care ai lavoratori leghisti – non si toccheranno: l’obiettivo è quello di «far decollare il sistema pensionistico alternativo a quello pubblico». «In questa fase – dice Maroni – le parti saranno impegnate ad individuare innanzitutto le risorse per la previdenza privata, ad esempio attingendo al Tfr e ai trattamenti fiscali e contributivi in modo da rendere competitivi i fondi pensionistici che non devono essere solo chiusi, ma anche aperti». Ma ora si discute e basta. «Per adesso l’unica cosa sicura è che dal primo gennaio 2002 le pensioni minime arriveranno ad un milione». In verità, i progetti dell’esecutivo sono già piuttosto ben delineati e definiti. Il riassetto del sistema previdenziale non toccherà – se non incidentalmente – le molte inadeguatezze rilevate dalla Commissione di esperti presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla. Non dovrebbero dunque essere penalizzate le pensioni di anzianità, né tantomeno si pensa di intervenire radicalmente sul lavoro autonomo, che come dimostra il rapporto della Commissione di verifica paga contributi troppo bassi rispetto alle pensioni effettivamente erogate. L’idea – più volte annunciata nell’estate – è quella di varare sin dal 2002 un regime speciale per i giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro. Si pensa a un taglio di diversi punti dell’aliquota contributiva oggi pagata dai datori di lavoro: parte resterà nella disponibilità del lavoratore, anche se verrà dirottata sui fondi pensione (insieme al Tfr), preferibilmente quelli aperti piuttosto che a quelli di origine contrattuale. Un’altra parte verrà invece risparmiata dall’impresa, che così godrà di una riduzione del costo del lavoro. Inevitabilmente, in questo caso, diminuirà il valore dell’assegno pensionistico del futuro pensionato, oggi intorno al 55-60% rispetto all’ultimo stipendio. Valore teoricamente compensato dal rendimento del fondo pensione. Una proposta che si raccorda al terreno della flessibilità del lavoro: sempre per i nuovi assunti, si immagina un regime meno stringente per l’impresa, rendendo più agevoli ad esempio i licenziamenti, e nelle intenzioni del governo anche le assunzioni. Soluzioni di grande impatto, rispetto alle regole oggi vigenti: è prevedibile la radicale ostilità della Cgil, mentre i cauti e sotterranei sondaggi avviati in queste settimane dal governo fanno pensare che Cisl e Uil potrebbero portare a un «sì» (sia pure condizionato) di queste organizzazioni sindacali. Quanto ai licenziamenti, se Confindustria e i suoi alleati hanno messo sul tavolo del negoziato la cancellazione sostanziale dell’articolo 18. Maroni dà ragione agli industriali: «è vero che in Europa questo sistema non esiste, come appunto dicono i datori di lavoro». La sua proposta è quella di un «superamento volontario» della norma attraverso procedure di arbitrato. «L’ipotesi che noi sottoponiamo alle parti sociali – dice il ministro – è che ci sia un superamento volontario dei meccanismi previsti dall’articolo 18. Noi proponiamo che su base volontaria il datore di lavoro e il lavoratore vadano davanti a un collegio arbitrale, che potrà decidere la reintegrazione nei casi di licenziamento discriminatorio, oppure un equo indennizzo al lavoratore negli altri casi. Nel caso il lavoratore accettasse questo arbitrato naturalmente non potrà più ricorrere alla magistratura». Il ministro si dice convinto che anche la Cgil non si sottrarrà al tavolo sulla flessibilità. «Sono convinto – spiega – che non voglia sfilarsi. La Cgil ha chiesto di discutere subito della riforma degli ammortizzatori sociali; c’è qualche perplessità da parte nostra, ma se si discute nel merito credo ci debba essere la disponibilità di tutti». Sui licenziamenti è immediato il «no» della Cgil. Il segretario confederale Giuseppe Casadio parla di «dichiarazioni inaccettabili. Non c’è alcuna disponibilità da parte nostra – afferma – né ci sarà a rivedere questo articolo. È una posizione nota da tempo, dovrebbe esserla anche per il ministro». Perplessità sull’avvio del negoziato giungono anche dal presidente di Confcommercio Sergio Billè, secondo cui il tavolo «è sbilanciato e poco produttivo». on conseguenze che ancora tutti ricordano». [r. gi.]


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