Maroni: non è un libro mastro ma una sfida di programma

08/07/2002



Sabato 06 Luglio 2002

Maroni: non è un libro mastro ma una sfida di programma

Alberto Orioli

ROMA – «Storico». «Storico? Non è abusato, signor ministro? Si dice sempre così dopo la firma di ogni accordo sofferto». Roberto Maroni, titolare del Welfare, non modifica il giudizio dato a caldo: «Contiene la più importante riforma del mercato del lavoro mai fatta in Italia. Si allarga – come mai prima – a tutti i temi che interagiscono con lo sviluppo e l’occupazione: sud, consumi, sommerso, crescita. È stato un eccellente lavoro di squadra da parte del Governo. Se non è storico questo accordo…»
In mattinata sembrava che il sindacato avesse detto no. Ha temuto il peggio?
Sì, devo ammettere di sì. C’è stato il tentativo di farci allungare i tempi, magari fino alla Finanziaria. A quel punto Fini, Tremonti ed io abbiamo detto chiaramente che sarebbe stato tutto vano. Che accettare un rinvio ci avrebbe portati al fallimento, avremmo perso tutto il lavoro degli ultimi tre mesi. Ora, quindi, la soddisfazione per la firma è ancora più grande.
Chi non voleva l’accordo, a parte la solita Cgil?
Chi non gradiva e non gradisce che il Governo abbia recuperato un rapporto positivo con il sindacato, almeno con quello più responsabile. Quanto alla Cgil, basta vedere le dichiarazioni rilasciate da Cofferati che bocciava l’intesa senza neppure avere visto il testo finale emendato dopo una nottata di trattative. L’ennesimo atto politico strumentale. Devo dare atto, invece, a Guglielmo Epifani di grande correttezza durante l’ultima fase di confronto: ha guidato una delegazione della Cgil con grande fair play, senza atteggiamenti ostruzionistici, semplicemente esponendo con franchezza una posizione di netto dissenso.
Pezzotta dice che la concertazione, che si voleva cancellare, è tornata trionfante. Ognuno, come sempre, negli accordi legge ciò che più gli aggrada. Abbiamo firmato un patto che conclude una stagione accidentata di confronto intenso e difficile; ora parte una nuova stagione di dialogo su temi cruciali quali il fisco, il lavoro, le politiche sociali, l’agricoltura, ma non sarà una stagione di concertazione, che è finita per sempre.
Nel Patto per l’Italia ci sono molte promesse e molto costose: niente tagli alla spesa sociale, ma occorre ridurre i costi previdenziali e la spesa sanitaria; riduzioni fiscali consistenti senza per ora indicazione di compensazioni. Non rischia di essere valido l’antico adagio: chi paga?
No. Non siamo di fronte al libro mastro di un ragioniere di una piccola azienda. È un programma di Governo che comporta sfide e obiettivi ambiziosi. Ci rendiamo conto che una riforma tanto più è ambiziosa tanto più ha bisogno del consenso per essere realizzata. E questa è una sfida grande e non è un caso se alcune delle organizzazioni, che non avevano sottoscritto ad esmepio l’avviso comune sui contratti a termine, ora hanno accettato di condividere con noi questo patto.
La politica dei redditi resta obiettivo strategico della politica economica. Ma non crede che chi si oppone avrà buon gioco a dire che sarà per primo il Governo ad averla violata, vista la generosità con cui è stato rinegoziato il fondo per i contratti pubblici, le cui dinamiche già ora sono molto al di sopra dell’inflazione concordata? Se si riferisce alla strategia della Cgil per l’autunno l’abbiamo messa nel conto. È chiaro che chi non ha firmato si sentirà libero da ogni impegno. Ma cosa potrà succedere? Al massimo come per il contratto dei metalmeccanici: firme separate e un ulteriore isolamento della Cgil e dei lavoratori che rappresenta. Ma sarebbe irresponsabile che la Cgil scegliesse questa strada. È chiaro che, sulla politica dei redditi e sulla prossima stagione contrattuale, il tema diventa oggetto dei rappporti tra le diverse sigle sindacali, la palla è a loro. Quanto al Governo-datore di lavoro bisogna considerare che la vecchia intesa sul pubblico impiego fu sottoscritta in un contesto molto diverso da quello di oggi. Il Patto per l’Italia ci impegna, e impegna tutti, a rispettare gli equilibri. Confido che anche i sindacati firmatari lo faranno. Non sono preoccupato per questo.
Con la deroga sull’articolo 18 quanta nuova occupazione vi aspettate?
Molta. Siamo così certi che questa misura aumenterà il numero degli occupati che abbiamo deciso di monitorarla nel dettaglio sia nella fascia di imprese tra i 10-15 addetti sia in quelle tra 15-19. È una scommessa che anche i sindacati hanno accettato: se ci saranno più occupati il provvedimento sarà riproposto e diventerà oggetto di avviso comune, se non avrà dato frutti sarà cancellato.
La Cgil dice che si creeranno le condizioni per far crescere le imprese da 14 a 100 addetti in 48 ore senza che si applichi lo Statuto per sempre.
È scritto nei volantini che, con puntualità, l’organizzazione di Cofferati ha già diffuso fin dalla mattina nelle fabbriche senza conoscere l’accordo. Ma è falso. Abbiamo inserito forme precise di garanzia che impediscano speculazioni o applicazioni distorte.
Cosa c’è di "leghista" in questo accordo?
Gli interventi per le piccole imprese (che sono al Nord), la maggiore flessibilità (che interessa il Nord); i nuovi ammortizzatori sociali, le nuove politiche di impiego tutte tarate sulle Pmi che sono in prevalenza al Nord.
È l’accordo di Marco Biagi?
Ha fatto bene il premier Berlusconi a dire che l’abbiamo dedicato alla memoria di Marco Biagi. Lui l’avrebbe scritto così, ci sono i suoi pensieri, i suoi progetti. Ho visto volti commossi tra i suoi collaboratori quando è stato ricordato il suo sacrificio. È il testamento morale del professor Marco Biagi, quello che aveva sempre sognato.