Maroni minaccia i sindacati

22/04/2002





Maroni minaccia i sindacati

di 
Giovanni Laccabò


 Al convegno di Modena dedicato a Marco Biagi era tornato a chiedere dialogo, ma due giorni dopo ecco il ministro del Lavoro Roberto Maroni brandire la spada contro i sindacati. Accuse ingiuste e livori da osteria, un attacco frontale portato con un’intervista al giornale di Berlusconi che fa da battistrada alla proposta di legge della Lega che vuole schiacciare il sindacalismo confederale. I sindacati sono «nobilissime associazioni private che eludono la Costituzione». Che «rastrellano soldi pubblici attraverso caf e patronati, eppure non devono presentare i bilanci». Che «non devono spiegare da chi prendono soldi e come li spendono». Questa situazione – tuona Maroni – è «anomala e non può più reggere». Il ministro si scaglia anche contro «chi percepisce i distacchi sindacali, cioè in buona sostanza decide di non lavorare più, o meglio di fare gli interessi del sindacato che lo stipendia». Non si capisce «perché la pensione di queste persone debba essere pagata dalla collettività e non dal loro datore di lavoro». Conclusione: il sindacato deve tornare nel suo alveo naturale «che è quello che dovrebbe occupare un’associazione privata».
La reazione non si è fatta attendere, durissima: «Non è la prima volta. Già qualche mese fa Maroni ha fatto dichiarazioni analoghe contro i patronati e i «presunti consigli di amministrazione» degli enti previdenziali», ricorda il numero due Cgil Guglielmo Epifani. «Poi va registrata la presentazione in Parlamento, da parte della Lega, di una proposta di legge sui bilanci dei sindacati. Ora il ministro continua l’offensiva che nei toni esprime il disegno evidente di intimidazione nei confronti dei sindacati e del ruolo che stanno svolgendo». I temi su cui Maroni poggia l’attacco «sono tutti pretestuosi», dice Epifani: «I bilanci da anni vengono pubblicati regolarmente da parte di tutte le confederazioni. Quanto a distacchi e trattenute, è ridicolo che Maroni ne faccia un problema». Ma allora come valutare l’ennesima “sparata” antisindacale del ministro? «Non solo non sposterà di una virgola le nostre posizioni, ma conferma il profilo di questo governo che da una parte dice “dialogo” e nel contempo con le dichiarazioni di Maroni porta un attacco senza precedenti al sindacato: che poi questo avvenga proprio da parte del ministro del Lavoro, il quale dovrebbe rappresentare anche le ragioni del lavoro, questa è l’aspetto più paradossale».
Non meno caustiche le repliche di Cisl e Uil. Maroni anzi ha saputo risvegliare la migliore verve polemica di un battagliero Savino Pezzotta, leader Cisl: «Se qualcuno vuol mettere le dita negli occhi ai sindacati, non si va verso il dialogo». E ancora: «Le nostre intenzioni sono chiare, mentre si tratta di capire quale confronto voglia avere il governo con i sindacati: se continua il balletto dei mesi scorsi, non si approda da nessuna parte». Per Pezzotta le dichiarazioni di Maroni «non sono una buona prova di dialogo. Il governo dovrebbe tenere conto delle caratteristiche positive del sindacato italiano».
Per la Uil, il vicesegretario generale Adriano Musi ironizza: «Dobbiamo capire quando Maroni era sobrio: se lo era a Modena quando ha parlato di disponibilità al dialogo o se, invece, lo era quando ha rilasciato certe interviste». E ancora: «Dobbiamo capire qual è la vera anima di Maroni, qual è il suo reale sentimento e la sua reale volontà. È certo però che non può fare certe affermazioni come se stesse parlando con un gruppo di amici all’osteria. È un ministro della Repubblica, deve rispondere a milioni di cittadini». E se le affermazioni riflettessero la vera anima del ministro, «allora avrebbe ragione Fini quando parla di cabina di regia a Palazzo Chigi per la ripresa del confronto con le parti sociali. Sarebbe una follia mettersi a giocare una partita con un arbitro che parteggia per la squadra avversaria. Spero – conclude – che la colpa sia del giornalista, che non ha ben interpretato le parole del ministro, ma se fossero confermate, il ministro del Welfare non può essere il nostro interlocutore».