Maroni: «La concertazione è finita, basta diktat»

21/01/2002


La Stampa web









(Del 20/1/2002 Sezione: Economia Pag. 4)
«La concertazione è finita, basta diktat»
Maroni: «Se cadono i veti si tratta, altrimenti decideremo noi»

MADRID

«Non c´è alcun motivo perché il governo debba cedere a un diktat». Così, dal vertice informale dei ministri del Lavoro e degli affari sociali, il ministro del Welfare Roberto Maroni, ribadendo il «de profundis» alla concertazione, ha risposto ai sindacati che insistono nel considerare lo stralcio delle modifiche all´articolo 18 unica condizione per riprendere il dialogo con l´esecutivo. L´obiettivo del vertice di Burgos, il primo appuntamento importante di questo semestre a presidenza spagnola, era quello di fare il punto sulle strategie comunitarie per l´occupazione e preparare il summit dei ministri del settore il prossimo 7 marzo a Bruxelles, 8 giorni prima del vertice dei Capi di Stato e di Governo che si terrà a Barcellona, ove si tratteranno in profondità le politiche del lavoro. Ma all´incontro mancavano i titolari di Francia e Germania, guarda caso riluttanti a quelle liberalizzazioni che sono uno dei sei punti portanti della presidenza spagnola. Una assenza che non è passata sotto silenzio, proprio il giorno dopo della severa avvertenza del commissario alla Concorrenza Mario Monti, che ha minacciato di imporre forzatamente le aperture dei mercati del gas e della elettricità dei due più importanti Paesi della Ue. «Le liberalizzazioni accordate nel vertice di Lisbona sono uno dei meccanismi per raggiungere la piena occupazione – ha sottolineato il ministro spagnolo Carlos Aparicio, principale artefice della «pace sociale» di cui gode il governo Aznar -. E la privatizzazione dei settori energetici e dei trasporti non ha funzionato nello stesso modo in tutti i Paesi della Ue. Non voglio però giudicare le politiche dei singoli Stati membri». Strali indirizzati, ovviamente, ai governi di Parigi e Berlino. Aparicio ha poi ribadito, portando ad esempio le riforme del mercato del lavoro del governo Aznar (che nel ´97 e nel 2001 hanno contribuito a creare 1, 5 milioni di nuovi posti di lavoro) che gli obiettivi della piena occupazione, la viabilità del sistema pensionistico e lo sradicamento della povertà sono possibili con la «condicio sine qua non» di quelle riforme strutturali sottoscritte da tutti i Paesi nei vertici di Lisbona e Stoccolma. Il ministro Maroni, d´accordissimo con Aparicio, ha preferito insistere sul «niet» alla concertazione. «I sindacati sappiano che il governo è disponibile a riprendere il dialogo. Ma sia chiaro che alla concertazione, vale a dire accordi ove per forza ci deve essere la firma di tutti, non si torna – ha detto il ministro del Welfare -. Cofferati non dice il vero sull´ articolo 18. Il principio non si tocca. Come in Europa, noi interveniamo solo sulla sanzione per licenziamenti senza giusta causa proponendo l´alternativa di un equo indennizzo». Maroni ha quindi precisato di non temere né l´eventualità di un sciopero generale né la minaccia di un referendum abrogativo alle modifiche dell´articolo 18, avanzata ieri dal segretario della Uil, Luigi Angeletti. «La disponibilità del governo a discutere resta. Il tempo per riaprire il dialogo c´è – ha aggiunto – a patto che i sindacati scendano dalle barricate. Se invece non vogliono che si parli di alcune cose, allora mi pare inutile riprendere a discutere». D´accordo con Maroni è il direttore generale della Confindustria, secondo il quale lo stralcio delle modifiche all´articolo 18, sarebbe «un errore grave». Anzi, aggiunge, «chi come il sindacato cerca di fermare queste già timide riforme, fa del male al Paese, ai lavoratori e soprattutto ai disoccupati». Parisi manifesta invece piena disponibilità a riprendere il confronto su tutto il resto: «In Italia abbiamo molto lavoro nero e molte imprese con meno di 15 dipendenti che non assumono per sottrarsi all´obbligo del reintegro, imposto alle imprese più grandi».

Gian Antonio Orighi