Maroni: «Governo fuori dal rinnovo dei contratti»

27/06/2001
La Stampa web





 




Mercoledì 27 Giugno 2001

WELFARE E RIFORME DIALOGO CON LE IMPRESE
«Governo fuori dal rinnovo dei contratti»
Maroni: le parti sociali decidano da sole

SI sono incontrati e, a sorpresa, si sono intesi. Forse, persino piaciuti. Era un Roberto Maroni ipertrattenuto e supermisurato quello che ieri in Assolombarda, nei nuovi panni di ministro del Lavoro, prendeva le misure ai giornalisti – «non rilascio dichiarazioni telefoniche a quelli che non conosco», diceva regalando i numeri del suo cellulare (loquace, pare, solo per la segreteria telefonica) – e si offriva compunto agli occhi interrogativi e golosi degli industriali di Federmeccanica (la più numerosa e potente organizzazione settoriale di Confindustria) riuniti in assemblea per ringraziare Andrea Pininfarina che li ha guidati brillantemente per 4 anni e fare gli auguri ad Alberto Bombassei, appena eletto presidente. Con loro, a misurare il neo ministro, c’era il presidente di Confindustria Antonio D’Amato. La tensione era palpabile, viste le aspettative della base imprenditoriale, le tante partite aperte (tra cui il rinnovo del contratto nazionale di categoria), il ricordo del rapporto non proprio facilissimo con il suo predecessore (il diessino Cesare Salvi) sempre pronto a benedire i «niet» della Cgil di Sergio Cofferati. Maroni ha fatto il miracolo con un intervento essenziale. Che non ha concesso nulla alla platea sul «metodo», ma si è rivelato rivoluzionario nei «principi» e molto vicino alle tesi confindustriali nella «sostanza». In barba al tam tam con cui gli imprenditori, per mesi, hanno scandito la loro voglia di procedere «con chi ci stava», il ministro del Lavoro ha scandito che «il dialogo con tutti» è un’opzione irrinunciabile per il governo: di qui il tentativo odierno di far tornare sui loro passi il presidente della Confcommercio Sergio Billè e Cofferati che non hanno firmato l’accordo sui contratti a termine. Di qui, anche, il rifiuto di affrontare a tambur battente il nodo della riforma del Welfare, pure «inderogabile per rispettare i vincoli del patto di stabilità». Sui «principi», però, Maroni riportava il pendolo indietro di quasi vent’anni, riproponendo «la completa autonomia delle parti sociali» in fatto di rinnovi contrattuali, sui quali «il governo non avrebbe interferito». Per i metalmeccanici significava l’invito esplicito a «chiudere in fretta», vista «l’esigua (5.500 lire) distanza delle posizioni».
Per gli imprenditori significava la fine di un incubo, dato che le incursioni della politica nella contrattazione erano sempre state foriere di vincoli e oneri aggiuntivi a loro carico. Quanto alla sostanza, infine, il ministro leghista toccava i tasti che stavano a cuore all’industria. Ribadiva, è vero, che «l’obiettivo del governo non è quello di ridurre ma «di aumentare l’occupazione» – oggi di quasi dieci punti inferiore alla media europea – verso l’obiettivo fissato dal vertice di Lisbona del 67% al 2005 (ora è al 52%). Ma prometteva che il ministero – «nel rispetto del principio di sussidiarietà» – avrebbe avviato «robuste politiche di sostegno al lavoro (senza concessioni all’assistenzialismo) e di lotta al sommerso», che è «distorsione concorrenziale e attrazione di immigrazione clandestina», oltre che brodo di coltura per la «criminalità» e di «sfruttamento dei lavoratori».
E per colmare il divario tra Nord e Sud e rilanciare la competitività, Maroni annunciava «azioni di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro» per consentire alle aziende di «reagire agli shock tecnologici e organizzativi»; e la revisione della disciplina lavoristica per «ridurre il carico normativo per le aziende». Ribadito il rifiuto di mettere «le parti sociali davanti al fatto compiuto», Maroni rinnegava però anche la tirannia delle minoranze sostenendo che imprese e governo – ricercato il consenso – avrebbero dovuto procedere con «il consenso della maggioranza della rappresentatività». Il primo effetto del nuovo lead del ministro del Lavoro è stata la promessa «di attuare, in ogni caso, la direttiva Ue entro il 10 luglio».
Musica per le orecchie degli industriali. Che, riscopertisi a parlare «con lo stesso linguaggio, dopo molto tempo», con Pininfarina, hanno detto il loro grazie: «non di pura forma, ma di sostanza». Che, con D’Amato, hanno dichiarato il loro «ottimismo» fondato su alcuni elementi «incontrovertibili»: «la voglia di crescere degli imprenditori, l’opzione chiara degli elettori per un progetto di riforma, la qualità della squadra di governo e l’entità della maggioranza di cui esso dispone in Parlamento». Ed hanno auspicato che, «con la metodologia» posta dal ministro, «si avvii il confronto sulle grandi riforme economiche necessarie al Paese». Inevitabile, a quel punto, la riproposizione delle aperture verso Cofferati da parte di D’Amato, e l’invito esplicito a tornare in partita: «in un momento di svolta del Paese».
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