Maroni fa il giapponese contro l’articolo 18

20/12/2004

      domenica 19 dicembre 2004

      Maroni fa il giapponese contro l’articolo 18
      Il ministro del Welfare: «Senza modifica, niente ammortizzatori sociali». Epifani: «È solo un’altra maronata»

        Giampiero Rossi

          MILANO Roberto Maroni, un padano che fa «il giapponese». Tenace, anzi testardo, come un combattente dell’impero del Sol levante che non depone le armi nemmeno dopo che il suo monarca-divinità ha firmato l’armistizio, il ministro del Welfare insiste in un solitario attacco contro ciò che per lui sembra rappresentare un insopportabile bandiera dei diritti dei lavoratori: l’articolo 18.

            Senza una modifica all’articolo 18, torna alla carica Maroni, il governo dirà no all’approvazione della riforma degli ammortizzatori sociali ora all’esame del Senato. E argomenta (si fa per dire) che «le due cose devono andare insieme» perché i fondi già stanziati per gli ammortizzatori sociali e che ammontano a 750 milioni «rischiano di essere saccheggiati». Di queste risorse, infatti, «160 milioni sono già andati ai forestali», sorvegliati a vista da un’altra camicia verde mimetico come il dentista-ministro Roberto Calderoli. Comunque, fa sapere ancora il duro Maroni, «non c’è disponibilità a uno stralcio. I patti devono essere rispettati, e la riforma degli ammortizzatori deve essere approvata così com’è». Accidenti che attributi. Roba da far tremare chiunque pensi di sbarrare la strada a questo progetto.

              E invece la sparata del Toshiro Mifune del Varesotto sembra suscitare soprattutto reazioni sarcastiche e irridenti. Infatti i leader di Cgil e Cisl, Guglielmo Epifani e Savino Pezzotta, bocciano le dichiarazioni del ministro del Welfare liquidandolo, rispettivamente con una battuta e con un eloquente silenzio: «È una “maronata” – dice laconico Epifani – un’altra delle cose su cui il ministro dovrebbe riflettere». E Pezzotta: «Mi consento di non commentare». Spende qualche parola in più il responsabile delle politiche per il lavoro della segreteria dei Ds, Cesare Damiano, secondo il quale il ministro Maroni ormai resta «l’ultimo dei giapponesi a combattere contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Gli interessi dei lavoratori sono più importanti delle bizze di un ministro – aggiunge il dirigente diessino – ed è dunque urgente utilizzare le risorse, prima che spariscano nei gorghi dei bilanci governativi, a favore degli ammortizzatori sociali, di cui l’Italia ha estremamente bisogno. È da irresponsabili – conclude Damiano – porre ricatti come fa il ministro Maroni in una situazione che, anche grazie alle scelte sbagliate o alle scelte mancate di questo governo, vede oggi 200 mila posti di lavoro a rischio e oltre 2700 aziende coinvolte in situazioni di crisi».

                Fa ricorso alla stessa grottesca metafora anche Rosy Bindi: «Maroni è l’ultimo giapponese a cui ancora non hanno detto che la guerra è finita e che la modifica dell’articolo 18 non la vuole più nessuno. Non la vuole la Confindustria di Montezemolo, non la voglio i sindacati e non la vuole più nemmeno Berlusconi come riportato dal libro di Bruno Vespa. La verità – prosegue la deputata della Margherita – è che Maroni cerca un alibi per non dire che non ci sono più i soldi per fare la riforma degli ammortizzatori sociali ed è la più evidente dimostrazione che flessibilità per la destra è semplicemente precarietà soprattutto dopo la legge 30. «Siamo quindi di fronte a un pericoloso tentativo di riaccendere uno scontro che ha già fatto perdere al Paese un anno e mezzo di tempo mentre la crisi del settore industriale – conclude Bindi – è sempre più pesante con centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio». Severo il giudizio di Tiziano Treu, responsabile del lavoro per la Margherita: «Trovo sorprendente che Maroni rilasci un’ennesima dichiarazione che contraddice il sentimento comune e l opinione diffusa che ritengono ormai definitivamente superata la questione dell’articolo 18 – afferma – tirare in ballo gli ammortizzatori sociali è poi un argomento penoso. Occorrerebbe una vera riforma che estendesse gli ammortizzatori a tutti i lavori e invece sono oltre due anni che il governo non riesce a trovare i soldi neppure per finanziare quella misura minima che riguarda l’adeguamento dell’indennità di disoccupazione». Il responsabile economico della Cgil, Beniamino Lapadula, si addentra invece nei retroscena politici che avrebbero condotto Maroni a dare fiato alla sue trombe velleitarie: «Ci troviamo in presenza dell’ennesimo dirottamento dei fondi previsti nel Patto per L’Italia per l’aumento dell’indennità di disoccupazione ad altre finalità». Le affermazioni del ministro del Welfare, insomma, sarebbero solo «un penoso pretesto».