Maroni e Tremonti preparano il bonus pensioni

08/01/2003



(Del 8/1/2003 Sezione: Economia Pag. 2)
LE MODIFICHE VERREBBERO INSERITE NELLA LEGGE DELEGA. SINDACATI SCETTICI, MOLTI DETTAGLI ANCORA DA DEFINIRE
Maroni e Tremonti preparano il bonus pensioni
Stipendio più alto sino al 30% per chi resta al lavoro grazie agli sgravi

ROMA
Torna a farsi caldo il tema delle pensioni. Mentre tra Roma e Bruxelles si fa strada l´idea di un nuovo intervento di «correzione» della riforma Dini, in Parlamento staziona la delega presentata nel lontano novembre del 2001 dal ministro del Welfare Roberto Maroni. Adesso il provvedimento – contestato dai sindacati, anche se non contiene giri di vite sulle anzianità o disincentivi per chi decide di abbandonare il lavoro – è in discussione presso la commissione Lavoro della Camera, ma Maroni e il ministro dell´Economia Giulio Tremonti stanno valutando una possibile modifica del testo, con l´obiettivo di rendere più «interessante» per i lavoratori con i requisiti per andare in pensione la scelta di continuare a restare in azienda. La bozza – due articoli, rispettivamente di quattro e sette commi – è già stata messa a punto: e prevede tra l´altro un taglio dei contributi previdenziali del 10% che aumenterà dell´8,5% le buste paga per chi deciderà di continuare a lavorare rinunciando ad incamerare l’assegno della pensione di anzianità. Tuttavia, in cambio di una busta paga più consistente, e della «certificazione» che quando andrà in pensione l´assegno Inps verrà calcolato con le regole vigenti al momento della scelta, il lavoratore che rinuncia alla pensione non godrà più di eventuali indennità di disoccupazione o di cassa integrazione. Un percorso problematico, quello dell´Esecutivo. Nel merito, innanzitutto: è tutto da vedere che un aumento dello stipendio (sia pure di quasi il 10%) possa convincere davvero le legioni dei potenziali pensionati d´anzianità a lasciare la certezza di una pensione sicura oggi per continuare a lavorare ancora per qualche anno. Per questo al ministero dell´Economia si cerca di calcolare anche il costo di possibili ulteriori benefici, sotto forma di un taglio del prelievo fiscale che farebbe salire il «bonus» dall´8,5% al 30%. Un intervento sul fisco, però, sarebbe non solo decisamente oneroso per le casse dello Stato, ma sarebbe esposto secondo alcuni osservatori a possibili obiezioni di costituzionalità. Il problema più serio però è quello politico, nel rapporto con Cisl e Uil. Il governo, infatti, attende da Bruxelles un segnale di via libera verso un intervento generalizzato a livello europeo di revisione dei sistemi pensionistici. In questo caso bisognerebbe convincere le parti sociali a disincentivare in qualche modo le pensioni di anzianità, e generalizzare il metodo di calcolo contributivo. Prospettive che assolutamente non vanno bene a Cisl e Uil, sindacati firmatari del Patto per l´Italia, che peraltro osteggiano decisamente alcune parti della delega Maroni, come la decontribuzione per i nuovi assunti e l´obbligo di versare il Tfr dei lavoratori nel fondo pensione. E la Cgil – che da sempre sostiene la tesi della generalizzazione del metodo contributivo – impegnata in un durissimo scontro generale col governo Berlusconi adesso si dichiara indisponibile. Insomma, i ministri ancora devono decidere in che modo «lanciare» i due articoli sugli incentivi all´opzione del lavoro, che dovranno trasformarsi in emendamenti alla delega: se avviare una fase di confronto con le parti sociali – a costo di rallentare ulteriormente il già lentissimo iter del provvedimento – oppure se decidere di andare avanti direttamente in Parlamento. In questo caso, sindacati e imprenditori potrebbero dire la loro soltanto nel corso delle audizioni parlamentari. E c´è da giurare che i sindacati di Pezzotta e Angeletti non apprezzerebbero questo nuovo «blitz» dell´Esecutivo. Per un percorso più «mediato» si pronuncia il ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno: «la riforma delle pensioni – dichiara – non può essere fatta unilateralmente dall’Esecutivo, ma occorre che emerga in un quadro di concertazione». Una tesi su cui presumibilmente si schiereranno anche i centristi dell´Udc. Di diverso avviso il presidente della Commissione Finanze della Camera Giorgio La Malfa, che chiede una riforma complessiva delle pensioni. Intanto, i sindacati lanciano l´allarme. «Il governo deve riaprire al più presto il confronto con le parti sociali sulle pensioni per fare definitivamente chiarezza», afferma il numero due della Uil, Adriano Musi, che chiude la porta su disincentivi e contributivo. «Bisogna cancellare dalla delega la norma sulla decontribuzione – spiega il segretario confederale Pier Paolo Baretta – e accantonare definitivamente ogni ipotesi di disincentivare le pensioni di anzianità». La Cgil, con Beniamino Lapadula, ribadisce il suo «no», e vede un rischio: «uno scambio tra governo e opposizione tra riforme istituzionali e riforma delle pensioni». Per il centrosinistra, «sarebbe un tragico errore».

Roberto Giovanni