Maroni e Sacconi, gli ultimi giapponesi dell’art.18

18/10/2004

            sabato 16 Ottobre 2004

              Nonostante Confindustria non ne voglia più sapere, ministro e sottosegretario si dichiarano contrari a qualsiasi ipotesi di stralcio della norma
              Maroni e Sacconi, gli ultimi giapponesi dell’art.18

                Nedo Canetti

                  ROMA Come quei giapponesi che continuavano a credere che la guerra non fosse finita, Bobo Maroni e Maurizio Sacconi, si aggirano nella giungla della legislazione del lavoro, sicuri che le operazioni belliche sulle modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori siano tuttora in corso. Hanno perso, per strada, il loro migliore alleato, la Confindustria, ma continuano a difendere quella «vecchia» norma del ddl delega sul mercato del lavoro, che mantiene in vita l’attacco ai diritti dei lavoratori.

                  Così, all’indomani dell’audizione in Senato del vice presidente della Confindustria, Alberto Bombassei, che praticamente ha suonato la ritirata dalla trincea del famoso articolo, ministro e sottosegretario del Welfare annunciano che mai e poi mai il governo proporrà modifiche al testo della delega. Perentorio, stile Lega, Maroni. «Non ci sarà nessun emendamento del governo – ha tuonato – e anche se tutti saranno d’accordo e l’emendamento sarà proposto, il ministro (cioè lui ndr) si dichiarerà contrario». E la Confindustria? «Ambigua – proclama Maroni – Deve smettere di fare il dr. Jeckyl e Mr. Hyde». E ancora: «Ultimamente faccio un poco fatica a seguire i percorsi di analisi di Confindustria, perché mi sembrano tutt’altro che lineari».

                  Sacconi, che nei giorni scorsi aveva adombrato la possibilità dello stralcio, dev’essersi sentito un poco spiazzato, così ripiega. Stralciamo, dice, se ce lo chiedono tutti i firmatari del Patto per l’Italia. Poi naturalmente, secondo abitudine, se la piglia con la Cgil che avrebbe cantato vittoria troppo presto, perché «a decidere sarà il governo». Non il Parlamento, si badi, dove il ddl si sta discutendo e dove le forze politiche, anche di maggioranza, si stanno orientando proprio per lo stralcio.

                  Il titolare del Welfare si metterà lo stesso di traverso? Dalle dichiarazioni di ieri, sembrerebbe proprio di sì. «Un’ostinazione davvero paradossale e incomprensibile» – la bolla il capogruppo ds in commissione Lavori di Palazzo Madama, Giovanni Battafarano – evidentemente solo Maroni non capisce che il clima è cambiato». «Tutte le parti sociali – ricorda – dai sindacati (anche Cisl e Uil che hanno firmato il Patto per l’Italia ndr) alla Confindustria, alle associazioni più piccole, hanno ribadito con chiarezza che la partita sull’art.-18 è chiusa: nessuno ha interesse a modificare quella norma e a riaprire uno scontro lacerante e improduttivo per il Paese». La pervicacia nasce probabilmente dal non voler riconoscere la sconfitta. Non si vuole ammainare un vessillo antisindacale. che alcuni componenti della stessa Cdl hanno definito «estremamente ideologizzato». La battaglia, se il ministro, com’è intenzionato, vorrà riaccendere, si sposta ora nella commissione Lavoro del Senato, dove, la prossima settima, riprenderà l’esame del provvedimento. Per quell’occasione, Battafarano invita il governo «a non arroccarsi su un bidone vuoto, ma a guardare gli interessi del Paese, che ha bisogno di strumenti efficaci per rilanciare l’economia e dare prospettive ai lavoratori».