Maroni e i licenziamenti: non molliamo

22/11/2001
La Stampa web

  






(Del 22/11/2001 Sezione: Economia Pag. 19)
Maroni e i licenziamenti: non molliamo
Il sindacato invoca un «retromarcia» e minaccia lo scontro

ROMA. A passo accelerato verso lo scontro. Lunedì il governo darà la sua risposta sui licenziamenti, ma ieri il ministro del Welfare Roberto Maroni ha chiarito che l´esecutivo non pensa a un dietrofront sulla contestata norma che li rende più facili: «La nostra proposta è quella che è stata fatta e quella resta. Francamente non vedo margini». Qualche possibilità di mediazione c´è sulla questione dell´arbitrato; per il ministro, sulle pensioni, invece, «ci sono tutte le condizioni per chiudere nei tempi previsti, cioè entro il 15 dicembre, un accordo positivo con tutte le parti sociali». A premere perché il governo non «molli» c´è Confindustria. «Se cedesse – ha detto il direttore generale Stefano Parisi – perderebbe di credibilità. Su questo articolo da parte nostra resta un giudizio di timidezza rispetto alle effettive necessità del paese, ma sarebbe un peccato se il governo tornasse indietro». Sul fronte opposto, il sindacato continua a ribadire la sua totale ostilità alla norma, e minaccia una reazione dura. «Il governo ha detto che avrebbe riflettuto – ha affermato il segretario generale della Uil Luigi Angeletti – noi aspettiamo una risposta. Se insiste, deciderà di aprire lui stesso una fase di scontro con il sindacato». Sergio Cofferati non ha replicato alle parole di Maroni, ma ha detto che il «libro bianco» sul lavoro «ci esclude dall’Europa». «Il diritto al reintegro per il lavoratore licenziato ingiustamente – ha detto il segretario confederale della Cisl Pierpaolo Baretta – non è negoziabile». Cofferati e Angeletti hanno ieri partecipato a un convegno organizzato dal Cnel sulla globalizzazione, nel corso del quale il presidente Cnel Pietro Larizza ha proposto al governo italiano – parallelamente al piano di investimenti in Palestina – di farsi promotore dell’ingresso dello stato di Israele nell’Unione Europea. A margine del convegno i sindacalisti hanno parlato del paventato afflusso massiccio di richieste per il pensionamento di anzianità, da parte di lavoratori preoccupati per possibili giri di vite sulla previdenza pubblica. Ma una nota dell´Inps ha decisamente ridimensionato la portata del fenomeno. In realtà, spiega l´istituto, l´impennata delle richieste di pensionamento di anzianità (salite a 240 mila) si riferirebbe alle «pratiche lavorate», comprensive anche di richieste relative ad anni precedenti. Allo stato, invece, le richieste 2001 sarebbero addirittura inferiori alle previsioni (137 mila contro 150 mila). Intanto, secondo una ricerca dell’Eurisko commissionata dalla Zurich Italia Assicurazioni e presentata ieri, cinque italiani su dieci (tra i 35 e i 55 anni) sono convinti di ricevere una pensione più ricca di quella che in realtà riceveranno. Addirittura due su dieci non hanno la minima idea di quale sarà il loro futuro trattamento previdenziale. Risultato: il 70% delle persone che lavorano non è assolutamente consapevole del fatto che, una volta in pensione, il proprio tenore di vita è destinato a diminuire e che, nel migliore dei casi, non porterà a casa più del 60% dell’ultimo stipendio. A rendere il quadro allarmante, il grave ritardo con cui si va sviluppando la previdenza complementare, l’unica strada possibile per compensare i «tagli» alla copertura previdenziale pubblica già operati. Ed è polemica sulla restituzione del «fiscal drag», ovvero la maggiorazione delle imposte prodotta automaticamente dall´inflazione. Secondo il ministro dell´Economia Giulio Tremonti, il meccanismo di rimborso è stato già abolito dal governo Amato, «in concomitanza con la definizione di una nuova curva Irpef, con riferimento agli anni dal 2001 al 2003». «Valutazioni distorte e inesatte», replica il senatore Ds Enrico Morando, secondo cui la legge è in vigore, e la mancata restituzione provoca un grave danno ai contribuenti. Protestano, infine, i sindaci dell´Anci, l´associazione dei Comuni d´Italia: ieri riuniti a Roma, i primi cittadini chiedono al governo l’eliminazione del tetto del 4,5% come incremento della spesa corrente rispetto al bilancio 2000 concesso ai Comuni dalla Finanziaria 2002. Un tetto che «lede l’autonomia dei Comuni nella fase di formazione e approvazione dei bilanci», e che va sostituito con «un tetto massimo all’aumento del disavanzo complessivo».


r. r.


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